Luciano De Crescenzo.
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I grandi miti greci.
Gli di, gli eroi, gli amori, le guerre.
Parte 2.
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1999 Arnoldo Mondadori Editore, Milano.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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VI.
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La nascita di Eracle.
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A Zeus piaceva da impazzire Alcmena, ma lei non ci stava. Alcmena era infatti, come si dice, una donna di specchiate virt e mai e poi mai avrebbe tradito il marito, neppure con un Dio. Quando Ermes le precis che non si trattava di un Dio qualsiasi, ma del capintesta in persona, lei, seppure lusingata, rifiut abbassando gli occhi. Grazie dell'onore, rispose con un filo di voce ma preferisco Anfitrione a tutti gli Dei dell'Olimpo.
A volerla dire tutta, Alcmena l'amore non lo faceva nemmeno con il marito, e questo perch era troppo occupata a odiare Pterelao, l'uomo che le aveva assassinato la bellezza di sette fratelli, quando lei era ancora una fanciulla.
Le cose erano andate cos: in una delle tante risse scoppiate a causa di un furto di bestiame, un gruppo di Teleboi,1 comandati da Pterelao, aveva ucciso tutti i fratelli di Alcmena. Ma chi era questo Pterelao? Era il re di Tafo, un'isoletta della Grecia occidentale, situata grosso modo all'altezza dell'Acarnania. In seguito al massacro, la vergine Alcmena accett di sposare Anfitrione, re di Tebe, a patto, per, che lui uccidesse subito dopo Pterelao. E per maggiore garanzia, fece inserire nel contratto matrimoniale una clausola dove si chiariva che lei non avrebbe fatto l'amore finch il marito non l'avesse vendicata. Ora, per, sconfiggere Pterelao non era affatto semplice, dal momento che questo re, o per meglio dire questo capobanda, aveva ottenuto da Poseidone il dono dell'invincibilit a patto di conservare in testa un capello d'oro.
Cosa fosse, poi, questo capello d'oro non si  mai capito, ma la mitologia greca  bella anche per queste sue bizzarrie. A ogni modo, vera o inventata che fosse la storia del capello, Anfitrione provvide a farglielo tagliare mentre era immerso nel sonno, dopodich lo affront sul campo e lo uccise. A questo punto non gli restava che tornare a casa per riscuotere il premio promesso. Come prova della vittoria, portava con s una coppa d'oro confiscata al defunto.
Della situazione pens bene di approfittare Zeus che, mentre il povero Anfitrione era ancora impegnato a sterminare gli ultimi Teleboi, come seppe della vittoria di Anfitrione, prese le sue sembianze e si present, tomo tomo, nella stanza da letto di Alcmena. Eccomi qua, amore mio le disse. Ho appena finito di scannare il tuo nemico.
Infine, per evitare di essere sorpreso sul pi bello dal marito legittimo, ferm in mezzo al cielo la Luna, fece staccare i cavalli del Tempo dal Carro delle Ore, e ordin a Morfeo d'intorpidire la mente degli uomini in modo che dormissero per tre notti di seguito. Il giorno dopo, quando il vero Anfitrione fece ritorno a casa, ecco, pi o meno, il dialogo che ebbe luogo tra i due coniugi:
O mia dolcissima consorte, vieni qui tra le mie braccia ansiose! le disse lui, cercando di trascinarla sul letto ancora disfatto.  tanto il desiderio che ho di te che pi non ragiono.
Ma di quale desiderio stai parlando? gli chiese stupita Alcmena. Non vorrai mica fare di nuovo l'amore?
Come sarebbe a dire, di nuovo?! esclam, ancora pi stupito, Anfitrione.
Voglio dire che ormai non ce la faccio pi: sono stanca.
Tu stanca? Sapessi io! sbott il marito. Pensa che a un certo punto sono stato circondato da sei Teleboi armati di lance, e allora...
Che fai: mi racconti tutto da capo?
A questo punto Anfitrione si rese conto di essere stato preceduto da qualcuno, e anche grazie a un fulmine caduto, guarda caso, proprio mentre stava parlando con Alcmena, intu chi poteva essere quel qualcuno.
Lo scambio di persona nel letto di Alcmena ha suggerito a vari autori lo spunto per alcuni dei migliori testi che il teatro ricordi. Alludiamo alla commedia Anfitrione, scritta sia da Plauto che da Molire e von Kleist. In quella di Plauto si vedono recitare due coppie di sosia, e precisamente: da una parte Anfitrione e Giove, dall'altra i loro fidi scudieri, ovvero lo schiavo Sosia e il dio Mercurio,2 che per l'occasione ha assunto le sembianze dello schiavo.
Mercurio  stato messo da Giove a guardia del portone d'ingresso al fine di evitare di essere disturbato. In fondo alla scena, invece, con una lanterna in mano, ecco avanzare Sosia, lo schiavo di Anfitrione, incaricato di annunziare ad Alcmena la vittoria su Pterelao.
 Ma come  lunga questa notte! Il Sole tarda ad alzarsi: ieri sera deve essersi addormentato sbronzo! Certo  che le sette stelle dell'Orsa sono immobili nel cielo, e che la limpida Luna non si sposta da quando  sorta, e n Orione n le Pleiadi tramontano. E poi non c' nessuno per strada! Ma dove sono i puttanieri, quelli che non vogliono mai dormire da soli? Ecco, questa sarebbe stata la notte giusta per loro: avrebbero potuto mettersi sotto una puttana, magari pagata a caro prezzo, e tenersela per una tripla notte.
 (Plauto, Anfitrione I, 1 sgg.)
Lo schiavo parla ad alta voce per farsi coraggio: la notte  buia e lui teme che qualcuno lo possa aggredire. Evidentemente anche a quei tempi la criminalit non scherzava. A un certo punto scorge Mercurio, fermo sotto il portone, e si blocca: gi da lontano quell'individuo gli incute un certo timore. Non placet, dice tra s e s, e con le dovute cautele si avvicina allo sconosciuto, ma, come aveva temuto, costui, non appena lo vede, lo picchia. La cosa, per, che pi spaventa Sosia  il fatto che il mascalzone abbia le sue stesse sembianze!
 SOSIA Cosa ci fai davanti alla mia porta?
 MERCURIO Cosa ci fai tu piuttosto?
 SOSIA Io abito qui e sono schiavo dei padroni di questa casa.
 MERCURIO Anch'io abito qui e sono schiavo dei padroni di questa casa.
 SOSIA Come ti chiami?
 MERCURIO Io mi chiamo Sosia.
 SOSIA Non  vero: sono io che mi chiamo Sosia!
 MERCURIO Come osi dire di chiamarti Sosia, se Sosia sono io? E dimmi: di chi sei schiavo?
 SOSIA Di Anfitrione.
 MERCURIO Anch'io sono schiavo di Anfitrione.
 SOSIA Ma allora, se tu sei Sosia, io chi sono?
 MERCURIO Questo non lo so, ma quando io mi sar stancato di essere Sosia ti dar il permesso di esserlo di nuovo.
 (Op. cit.)
Quell'imbroglione di un Mercurio, insomma, si diverte alle spalle di Sosia, che da quel giorno dar il suo nome a tutti i sosia della terra, ed  quasi commovente che a poco a poco il poverino finisca col convincersi sul serio di non essere Sosia. Tanto che quando Alcmena, proprio per essere creduta, mostra al marito la coppa d'oro avuta dal finto Anfitrione, lui, rassegnato, commenta:
 Evidentemente, padrone mio, questa notte ci siamo sdoppiati tutti: tu hai partorito un altro Anfitrione, io un altro Sosia e la coppa un'altra coppa!
 (Op. cit.)
Nove mesi pi tardi nascono due gemelli: Eracle e Ificle, il primo  figlio di Zeus e il secondo di Anfitrione. Eracle, per la cronaca, era anche chiamato Triselenos, ovvero figlio della triplice luna.
A sentire Diodoro, Zeus in questa bricconata non fu spinto dalla solita libidine, ma dal desiderio di avere un figlio straordinariamente forte. Ecco quanto ci racconta in proposito lo storico siciliano:
 Zeus, quando si un carnalmente con Alcmena, triplic la notte, e cos facendo, preannunzi la forza eccezionale del figlio che avrebbe avuto.
 In sostanza, egli non cerc questo rapporto per un impulso erotico, ma per generare un figlio che fosse degno di lui.
 (Diodoro Siculo, Biblioteca storica IV, 9)
Si spiegherebbero cos anche le tre notti necessarie a concepirlo. Zeus, tra l'altro, ne era fiero gi prima che nascesse, tanto da preannunciarne la nascita con un giorno di anticipo. Comunic agli Dei, seduti in consesso: Colui che nascer domani, per primo, fra tutti i discendenti di Perseo, sar il nuovo capo degli Argivi!.
Al che la moglie Era, gelosa come al solito, prese subito dei provvedimenti:
 D'un balzo lasci la vetta dell'Olimpo e rapida
 giunse ad Argo, dove sapeva che abitava la nobile
 sposa di Stenelo, figlio di Perseo, gravida al
 settimo mese. Essa la spinse al parto prematuro,
 e ferm quello di Alcmena, trattenendo l'Ilizia.
 (Omero, Iliade XIX, 114)
L'Ilizia, per chi non lo sapesse, era la Dea del parto. Era la intrattenne proprio sulla soglia della casa di Alcmena in modo che, nel frattempo, potesse nascere il figlio settimino di Nicippe, un'altra discendente di Perseo. Venne cos alla luce Euristeo, un personaggio insignificante, a volte anche un po' vigliacco, destinato per, per l'incauta predizione di Zeus, a comandare su tutti gli Argivi, Eracle compreso.
Quando Zeus si accorse di essere stato raggirato, ovviamente divenne una bestia. Minacci addirittura di ripudiare Era e di lasciare l'Olimpo una volta per tutte. Alla fine, per, anche grazie alla diplomazia di Ermes, giunse a un compromesso: lui non avrebbe pi abbandonato Era, ed Eracle sarebbe diventato un Dio come tutti gli altri, subito dopo aver compiuto dodici fatiche agli ordini di Euristeo.
Sul perch delle dodici fatiche, per, c' anche un'altra versione: quella della pazzia di Eracle. Le cose sarebbero andate cos: sempre per colpa di Era, l'eroe un brutto giorno avrebbe smarrito la ragione fino a uccidere sei dei propri figli e due nipotini che si trovavano nei paraggi. Una volta rinsavito, per potersi rimettere in pace con la coscienza, si rec all'oracolo di Delfi, e qui la Pizia gli ordin di trasferirsi a Tirinto e di mettersi agli ordini di Euristeo per dodici anni. Un'ultima ipotesi, infine, vedrebbe Eracle, fidanzato di Euristeo, che accetta le dodici fatiche solo per amore. Quest'ultima versione, in verit, ci sembra degna di un settimanale scandalistico, e come tale la sconsigliamo.
Qualunque sia stata la motivazione delle fatiche, per, resta il fatto che Era odiava a morte Eracle: per lei quel superman dell'antichit era il simbolo vivente dei tradimenti di Zeus; eppure, strano a dirsi, quando lui era ancora un poppante, lei lo aveva perfino allattato.
Ecco come andarono i fatti: Anfitrione e Alcmena, una volta capito in quali guai si erano cacciati, cominciarono a temere la vendetta di Era. Per non correre rischi, allora, abbandonarono il piccolo Eracle in un campo, fuori dalle mura di Tebe. Le prime a trovarlo furono Era ed Atena che stavano passeggiando proprio da quelle parti (su consiglio, pare, di Zeus). Atena, scorgendo il neonato, non pot fare a meno di esclamare: Ma deve essere proprio impazzita una madre per abbandonare un bambino cos bello!.
Ed Era, impietositasi, si denud il petto e se lo attacc al seno. Sennonch Eracle, evidentemente affamato, le dette un tale morso che la Dea fu costretta ad allontanarlo di scatto. Il getto di latte che ne fuoriusc schizz in cielo e dette origine alla via Lattea. Atena, allora, raccolse il piccolo e costrinse Alcmena a riprenderselo e a metterlo di nuovo accanto al suo gemello. Ma Era, per nulla commossa dalla grazia del pargoletto, dopo dieci mesi invi due serpenti velenosi affinch uccidessero i due gemelli nel sonno. Ificle, da bambino normale, si spavent moltissimo e giustamente si mise a strillare. Eracle, invece, come se avesse avuto a che fare con due giocattoli nuovi, li strozz, ognuno con una mano, per poi mostrarli, tutto contento, al padre che nel frattempo si era precipitato nella stanza dei bambini allarmato dalle grida di Ificle. Teocrito dedica alla scena uno dei suoi Idilli:
 Eracle aveva dieci mesi e Ificle
 una sola notte di meno. Alcmena una
 sera, dopo averli lavati e allattati,
 nello scudo di bronzo li mette a dormire,
 e carezzando le loro testine ricciute,
 cos dice: Dormite, piccini, un sonno
 soave, ma poi risvegliatevi. Dormite
 felici e felici aspettate l'aurora.
 Ma la perfida Era, nel profondo della
 notte, chiama due orribili mostri,
 due neri serpenti dalle orride spire,
 e li spinge a passare sotto la soglia.
 Gi sono giunti presso i figli dormienti,
 gi le loro lingue vibrano vicino alle gote,
 quando ecco che i bambini si svegliano!
 Ificle, con i piedi, scalcia la coperta
 e cerca di fuggire, Eracle invece, che
 mai non piangeva, tende le mani e afferra
 i due serpenti in una morsa d'acciaio.
 (Teocrito, Idilli, XXIV)
E giustamente Diodoro mette in rilievo che  proprio Era a renderlo famoso fin dalla culla.
 Gli Argivi, venuti a conoscenza del prodigio, lo chiamarono Eracle, ovvero colui che ha ottenuto la gloria (kleos) per merito di Era.
 (Diodoro Siculo, Biblioteca storica IV, 10)
1. I Teleboi, ovviamente, non erano ballerini della tiv, bens abitanti di un'isola chiamata Teleboa (quella che si ode da lontano).
2. Essendo Plauto un commediografo latino, nel dialogo che segue, Ermes e Zeus vengono indicati con i loro nomi latini, ovvero Mercurio e Giove.
VII

Le dodici fatiche
Ma quanto era alto Eracle? Pitagora, a forza di pensarci, riusc a farsene un'idea: gli avevano detto che l'eroe con soli duecento passi aveva coperto l'intero stadio di Olimpia, da cima a fondo, e che la pista dello stadio era lunga seicento piedi: tanto gli bast per stabilire che il passo del gigante non poteva essere inferiore ai novanta centimetri e che la sua altezza doveva raggiungere almeno i quattro cubiti e un piede, ovvero i due metri e sei centimetri. Ebbene, questo gigante, malgrado la prestanza fisica, fu costretto a lavorare per quasi tutta la vita agli ordini di un omino insignificante come Euristeo, e tutto questo solo per potersi guadagnare i galloni di Dio con annessa immortalit.
Le famose fatiche di Eracle furono dodici e non tutte, diciamo la verit, cos memorabili: gira e rigira si trattava sempre di far fuori qualche mostro che seminava il terrore nel circondario. Insomma, siamo alle solite: i ricchi non sapevano come passare le lunghe serate d'inverno e gli aedi ne approfittavano per rifilare l'ennesima solfa dove, alla fine, l'eroe usciva immancabilmente vincitore. Noi, per rispetto dei lettori, sintetizzeremo al massimo le fatiche relative ai mostri, per dilungarci un po' di pi sulle stalle di Augia, la cintura d'Ippolita e i pomi delle Esperidi.

I mostri
Per la serie bestie da abbattere citeremo nell'ordine: il leone nemeo, l'idra di Lerna, la cerva di Cerinea, il cinghiale erimanzio, gli uccelli stinfali, il toro cretese, le cavalle di Diomede, il bestiame di Gerione e il cane Cerbero, quello che abbiamo gi incontrato nel mito di Orfeo.
E cominciamo dal leone nemeo: il fatto che i leoni figurassero spesso e volentieri nei miti lascia supporre che a quei tempi la Grecia fosse infestata da questo tipo di belve. Non esistendo, infatti, n giardini zoologici, n enciclopedie su cui documentarsi, non si capisce come facevano tutti a parlarne con tanta dimestichezza. A parte ci, il leone nemeo era dotato non solo della proverbiale ferocia leonina, ma anche di una pelliccia invulnerabile a qualsiasi arma da taglio, ed ecco come, a detta di Apollodoro d'Atene, Eracle riusc ad averne ragione:
 Giunto presso la selva nemea, e scoperto il leone che cercava, come prima cosa lo saett. Accortosi, per, che nessuna freccia riusciva a scalfirlo, brand la clava e gli corse dietro. La fiera, allora, and a rifugiarsi in una spelonca da due parti aperta; ma lui una ne chiuse e attraverso l'altra l'assal, quindi, strettole il collo fra le mani, tanto la strinse che la soffoc.
 (Apollodoro, Biblioteca II, 5, 1)
La fatica gli fu lautamente ripagata dalla portentosa pelliccia, che da quel momento divenne il suo corpetto antiproiettili e la sua divisa d'ordinanza.
Le difficolt connesse all'uccisione dell'idra di Lerna furono essenzialmente due: il fiato letale del mostro, in grado di uccidere chiunque alla distanza di cento metri, e il fatto che una sola delle sue nove (o cento, o diecimila) teste fosse vulnerabile, mentre tutte le altre, ogniqualvolta venivano recise, rispuntavano pi numerose di prima. Eracle, per, con l'aiuto di un amico, tale Iolao, che gli cauterizzava i colli mozzati man mano che lui tagliava le teste, riusc alla fine a imbroccare la decapitazione giusta. Quanto al fiato puzzolente, sia Eracle sia Iolao risolsero il problema disputando tutto l'incontro in apnea.
La pi faticosa delle fatiche di Eracle fu senz'altro la terza, quella della cerva di Cerinea dalle corna d'oro. Eracle la insegu per pi di un anno, attraversando, si dice, mezza Europa. Ucciderla non poteva, per non offendere Artemide la vendicatrice, catturarla nemmeno data la sua eccezionale velocit, per cui, alla fine, pens bene di ferirla a una gamba, avendo cura, per, di non recidere i tendini n di comprometterne le ossa.
 Camminando, per, per l'Arcadia con la cerva sulle spalle, incontr Artemide che lo rimprover a lungo d'aver voluto uccidere un animale a lei s caro. Eracle se ne scus, addebitando ogni colpa al suo mandante Euristeo.
 (Op. cit. II, 5, 3)
Del cinghiale erimanzio non sappiamo assolutamente nulla, sennonch era enorme e ferocissimo. Dopo averlo catturato, Eracle se lo caric sulle spalle, vivo, come se fosse una stola di visone.
Sugli uccelli stinfali possiamo essere pi precisi: erano alti come gru e il loro becco era in grado di forare una corazza spessa un centimetro. A parte qualche penna sulla coda, tutto il resto (becco, ali e artigli) era di bronzo. La loro specialit consisteva nell'attaccare all'improvviso chiunque si avvicinasse alla palude stinfalia, e nello scacazzare a tappeto sulle campagne circostanti, impedendo la crescita di qualsiasi tipo di vegetazione. Eracle, resosi conto di non avere un numero di frecce pari a quello degli uccelli, se la cav cos: sal su una montagnola e suon un paio di nacchere regalategli da Efesto.
 Gli uccelli all'udire lo strepitoso suono, pieni di paura, si diedero in volo e sparirono per sempre.
 (Op. cit. II, 5, 6)
Venne poi il turno del toro cretese. A essere sinceri, non si  mai capito bene che bestia fosse: se un toro qualsiasi, particolarmente feroce, o il padre del Minotauro in persona, quello, tanto per intenderci, che qualche anno prima aveva messo incinta la regina Pasifae (vedi mito di Teseo). Sta di fatto che Eracle lo cattur vivo e se lo port in Grecia (come? in barca?) per poi dedicarlo a Era, la quale peraltro, sempre in odio all'eroe, lo rimise in libert.
E cos, tra una fatica e l'altra, siamo arrivati alle cavalle di Diomede, note anche come le cavalle carnivore. Il Diomede di cui parliamo (da non confondere con l'omonimo eroe dell'Iliade) possedeva quattro cavalle selvagge che pasceva di carne umana (Op. cit. II, 5, 8), il che lo costringeva spesso e volentieri a invitare qualche ospite a cena, per poi darlo in pasto alle giumente. In altre parole, quando Diomede diceva a qualcuno: Vuoi venire a pranzo stasera?, in cuor suo si riferiva soprattutto al pranzo delle cavalle.  inutile aggiungere che Eracle lo pun facendogli fare la medesima fine dei suoi invitati, con grande godimento delle cavalle.
Una delle ultime fatiche, la decima per l'esattezza, port Eracle in Spagna. Obiettivo: catturare le mandrie di Gerione, un essere mostruoso dotato di tre teste, sei braccia e tre busti che si riunivano all'altezza della vita come tre rami che fuoriescono dallo stesso tronco. L'impresa non si presentava affatto semplice, nemmeno per un faticatore come Eracle. Tanto per cominciare, a difendere il gregge c'era un bovaro gigantesco chiamato Eurizione e un cane, ovviamente a due teste, di nome Otro. Ma Eracle, ormai lo abbiamo capito, non era tipo da scoraggiarsi per cos poco: uccise con sei colpi di clava (un colpo per ogni testa che gli veniva contro) Gerione, Eurizione e Otro, e come un qualsiasi ladro di bestiame si port via l'intero gregge, trascinandoselo per mezza Europa, fino a raggiungere il Ponto Eusino. Non senza aver prima innalzato, per, giusto all'ingresso dello stretto di Gibilterra, due enormi colonne, dette in seguito colonne d'Ercole, con lo scopo preciso di segnare un limite invalicabile per la razza umana.
Chiude la serie dei mostri la cattura del cane Cerbero, la belva tricefala posta a guardia del mondo dei morti. Anche in questo caso il mito non aggiunge nulla di nuovo al clich delle precedenti esperienze: lotta corpo a corpo tra i due personaggi mitologici e vittoria finale di Eracle che si trascina in catene un Cerbero uggiolante. Nel corso dell'impresa l'eroe ebbe modo di dare una mano anche all'amico Teseo che nel frattempo si era cacciato nei guai insieme al collega Piritoo. I due mariuoli avevano cercato di rapire Persefone, la regina dell'Oltretomba, e Ade, il marito, li aveva incollati a vita su due scranni di pietra. Eracle ce la mise tutta per liberarli, ma per quanto tirasse, riusc a staccare il solo Teseo, che, nello strappo, fin col perdere buona parte dei glutei (vedi mito di Teseo).

Le stalle di Augia
Nella pi bizzarra delle dodici fatiche, Eracle ebbe un incarico che noi oggi affideremmo a un'impresa di pulizie: ripulire e sciacquare le stalle di Augia. Raccontano i mitologi che gli allevamenti di questo re dell'Elide puzzavano a tal punto che l'intero Peloponneso ne soffriva. A volte perfino i Libici, quando spirava Borea, dovevano tapparsi in casa per sottrarsi allo stomachevole fetore proveniente dal nord. Lo sterco delle vacche di Augia, tra l'altro, si era talmente stratificato che l'intera regione non poteva pi essere n arata n seminata dai contadini. Il maligno Euristeo, venuto a conoscenza della gravit del problema, pens bene di affidarne la soluzione ad Eracle. Questa volta, gongol me lo tolgo dai piedi per almeno cinque anni! E gi se l'immaginava curvo, sotto canestri stracolmi di sterco, a far la spola su e gi per il Peloponneso. Ebbene, aveva fatto i conti senza la forza sovrumana dell'eroe. Eracle, infatti, comp l'impresa in un unico giorno: devi il corso dei fiumi Alfeo e Peneo e l'improvviso affluire delle acque spazz via tutto il letame che si era accumulato negli ultimi dieci anni. Tra una cosa e l'altra, dovette anche ammazzare Fetonte, il pi feroce dei dodici tori bianchi posti da Augia a guardia del bestiame.

La cintura di Ippolita
A questo punto, occorre aprire una breve parentesi sulle Amazzoni. Queste donne guerriere non erano del tutto un parto della fantasia dei poeti: sono realmente esistite e ce ne danno testimonianza illustri viaggiatori come Erodoto e Pausania. Il fenomeno si spiegava pi o meno cos: in Grecia, quando un popolo ne sconfiggeva un altro, era prassi normale passare per le armi (o rendere schiavi) tutti i maschi sconfitti, bambini compresi, onde evitare possibili ritorsioni. Sennonch, una volta eliminati gli uomini, erano le donne pi giovani a indossare le armi e a difendere le mura. Data poi la loro minore statura e la relativa piccolezza dei cavalli dell'epoca, le Amazzoni furono le prime a montare a pelo, dando origine a tutta una serie di leggende che le descriveva, a somiglianza dei centauri, per met donne e per met cavalle, e comunque ferocissime.
Sulle Amazzoni la fantasia dei cantori ebbe modo di sbizzarrirsi non poco. La prima delle loro regine, la crudele Lisippa, stabil che tutti gli uomini sbrigassero le faccende domestiche senza mai occupare posti di potere. Per maggior sicurezza, poi, faceva fratturare le braccia e le gambe di tutti i bimbi maschi in modo che nella vita non potessero mai pi prendere parte a un combattimento. Nessuna Amazzone, comunque, aveva il permesso di sposarsi se prima non avesse ammazzato almeno un uomo. Tra le tante localizzazioni, la pi nota  quella di Temiscira, sulle coste della Cappadocia; in effetti, per, furono segnalate un po' dovunque, nell'attuale Iran come nelle zone a nord del mar Nero, tra il Don e il Volga. Le loro regine pi famose furono Mirina, Ippolita, Pentesilea e Ipsipile.
Ma torniamo a Eracle e alle sue fatiche: Admeta, una delle figlie di Euristeo, un bel giorno manifest una tremenda voglia di possedere la famosa cintura d'Ippolita, regina delle Amazzoni. Pap, esclam piagnucolando io senza quella cintura non posso vivere!
Euristeo, ovviamente, ne approfitt subito per inviare Eracle in missione. Figuriamoci se si faceva scappare un'occasione come questa, dove, tra l'altro, c'era anche il rischio di rimetterci la pelle! Eppoi, diciamola tutta: pi lontano stava Eracle, meglio lui si sentiva: viveva, infatti, nel continuo terrore di venire detronizzato. Basti pensare che, ogniqualvolta lo vedeva tornare da una delle fatiche, si faceva rinchiudere in una botte di bronzo.
Ma torniamo alla cintura di Ippolita. Le cose all'inizio si erano messe fin troppo bene: Eracle si era presentato nella capitale delle Amazzoni come ambasciatore di Micene, accompagnato dai fidi Teseo e Telamone. La regina Ippolita non solo aveva accolto gli ospiti con la massima cortesia, ma si era anche immediatamente invaghita dell'eroe, al punto che gli avrebbe di sicuro regalato la famosa cintura. Sennonch,
 Era, presa la figura di un'Amazzone, si rec dov'erano tutte le altre e disse loro che la regina stava per essere rapita dai forestieri giunti dal mare. A tale annunzio le Amazzoni montarono a cavallo e si precipitarono intorno alla nave. Eracle, vedendo un tale afflusso di donne armate, e sospettando che Ippolita gli avesse voluto tendere un tranello, la uccise e le tolse la preziosa cintura, per poi prendere velocemente il largo.
 (Apollodoro, Biblioteca II, 5, 9)
L'unico a non perdere la calma fu Teseo che si arraff Antiope, la pi bella delle donne guerriere. L'eroe se la port in Grecia e cos facendo scaten una guerra sanguinosa tra Amazzoni e Ateniesi, con battaglia finale e relativa vittoria di Atene, ai piedi dell'Acropoli. Ne riparleremo a suo tempo, nel capitolo dedicato a Teseo.

I pomi delle Esperidi
Erano passati pi di otto anni dalla prima fatica quando un bel giorno Euristeo chiese a Eracle di andargli a raccogliere una decina di mele dal giardino delle Esperidi. A dirla cos, sembrava una cosetta da nulla, eppure anche questa fatica riservava le sue brave insidie.
Ancora oggi nessuno sa indicare con esattezza dove si trovasse questo benedetto giardino: per alcuni era situato nel Corno d'Africa, in fondo al mar Rosso, per altri fra le nebbie ungheresi, oltre il Danubio, e per altri ancora in Marocco, sulle coste dell'oceano Atlantico. Tenuto conto che nel mito si parla spesso del sole che tramonta immergendosi in mare, noi propendiamo per quest'ultima ipotesi. Certo  che si trovava oltre i confini del mondo conosciuto.
L'albero di mele era stato un regalo di nozze della Madre Terra a Era, e la Dea lo aveva fatto piantare in un giardino che le era particolarmente caro, affidandone la custodia alle tre Esperidi (Aretusa, Egle ed Esperia) e a un drago sputafiamme, chiamato Ladone, che viveva notte e giorno avvinghiato intorno al tronco. Ebbene, come  noto, Era gi odiava Eracle in quanto prova vivente del peccato di Zeus, figuriamoci poi se le andava pure a rubare le mele! Questa elementare considerazione indusse l'eroe, prima di ogni altra cosa, a chiedere consiglio al saggio Nereo, un Dio marino domiciliato presso le foci del Po.
Cosa debbo fare, o Nereo, per accontentare il mio padrone e nel contempo non provocare Era che gi mi perseguita fin dalla culla?
Non entrare mai nel giardino delle Esperidi!
E come faccio a cogliere le mele?
Falle cogliere a qualcun altro!
Ma a chi farle cogliere? Si d il caso che nei pressi del giardino delle Esperidi abitasse Atlante, il gigante che a suo tempo era stato condannato dagli Dei a reggere sulle spalle la volta del Cielo, per aver egli preso parte alla rivolta dei Titani.
Tu che meglio di tutti conosci le Esperidi, gli disse Eracle ti dispiacerebbe cogliermi qualche pomo? Me ne basterebbero tre.
E chi mi regge il Cielo mentre vado nel giardino? chiese il Titano.
Te lo reggo io rispose Eracle.
In verit, obiett ancora Atlante a me fa un po' paura quel drago che  a guardia dell'albero.
Non temere, lo rassicur l'eroe te lo sistemo io.
E difatti, con una freccia ben scoccata, Eracle uccise Ladone dopo essersi arrampicato sul muro di cinta, senza quindi mettere piede nel giardino. In seguito Era, inconsolabile per la morte di Ladone, lo sistem in cielo nella costellazione del Serpente (Igino, Astronomia poetica II, 3).
Una volta prese le mele, Atlante cerc di fare il furbo e di squagliarsela. Non ne poteva pi di reggere il Cielo, e non gli era parso vero che Eracle, anche se con un secondo fine, si fosse offerto spontaneamente di sostituirlo.
Non ti preoccupare, cercava di rassicurarlo il Titano questi pomi penso io a portarli a Euristeo. Tu, intanto, da bravo, continua a reggermi il Cielo.
Ma Eracle non era stupido.
D'accordo, vorrei solo sistemarmelo un po' meglio: se tu te lo riprendi, solo per un attimo, io nel frattempo mi sistemo un cuscino sulla spalla in modo da non farmela indolenzire.
Naturalmente, appena Atlante si riprese la volta celeste, lui se la fil con i pomi.
Terminano qui le dodici fatiche di Eracle. Lo strano  che quasi nessuno si ricordi di una tredicesima fatica, quella delle figlie di Tespio, che a ben guardare, forse, fu la pi pesante di tutte.
Tespio era il re di Tespia, una cittadina non molto distante da Tebe, i cui abitanti vivevano sotto la continua minaccia di un leone ferocissimo.
Se tu mi uccidi questa belva tremenda che semina morte tra le nostre greggi, disse un giorno Tespio a Eracle io ti dar in premio Procri, la mia figlia maggiore, per cinquanta notti di seguito.
Eracle, beninteso, gli uccise la belva tremenda; solo che Tespio di figlie ne aveva cinquanta e voleva assolutamente evitare che anche una sola di esse si accoppiasse con un partner non all'altezza della sua casta. Pens bene, allora, di approfittare del connubio in atto tra Eracle e la sua primogenita per sostituire Procri, nel buio, con le quarantanove sorelle, una per notte. Dopo meno di un anno nacquero in tal modo cinquanta bambini, tutti figli del nostro eroe. C' chi dice che Eracle si sia accoppiato con tutte le cinquanta donne in un'unica notte, ma noi pensiamo che anche nella mitologia dovrebbero esserci dei limiti, motivo per cui ignoreremo questa versione.
Tra le imprese minori di Eracle, va ricordata infine quella di Esione. L'antefatto della vicenda risale all'epoca in cui Laomedonte, re di Troia, facendo lo gnorri, tent di non pagare Apollo e Poseidone, dopo che questi gli avevano costruito le mura della citt. Si racconta, infatti, che per vendicarsi del bidone Apollo avesse inviato una terribile pestilenza e Poseidone un mostro marino a infestare i mari della Troade. Il tutto sarebbe finito solo il giorno in cui i Troiani avessero sacrificato una delle loro vergini. E chi venne sorteggiata? Ovviamente la pi bella: Esione, la figlia maggiore di Laomedonte. Ma ormai si  capito che l dove c'era un drago da uccidere o una vergine da salvare, prima o poi appariva Eracle a risolvere il caso. L'eroe infatti si present sulla spiaggia dove la ragazza era stata incatenata e, nascosto dietro un muretto, attese con pazienza che arrivasse il mostro. Raccontano i mitologi che il duello fu davvero memorabile: Eracle combatt all'interno del ventre della bestia per tre giorni e tre notti di seguito. Ovviamente ne usc vittorioso, anche se nella lotta perse tutti i capelli.
 Dopo la morte del drago, a Esione venne data la possibilit di scegliere se partire con il suo salvatore o restare in casa con i genitori, e la fanciulla scelse, senza alcuna esitazione, di vivere con lo straniero. Evidentemente si fidava pi del suo benefattore che non dei parenti, i quali l'avrebbero sempre potuta dare in pasto al primo mostro di passaggio.
 (Diodoro Siculo, Biblioteca storica IV, 42)
VIII

La camicia di Nesso
Finora abbiamo avuto a che fare con una specie di super-Rambo, adesso, invece, vedremo il nostro Eracle in una versione del tutto diversa: la sorte gli ha voltato le spalle e lui, da sovrumano che era, diventer improvvisamente un individuo come tutti gli altri, uno che s'innamora (e anche pi di una volta) e che prova perfino il dolore fisico.
I suoi guai cominciarono quando decise di sposarsi con Dejanira, figlia di Eneo, re di Pleurone. I pretendenti alla mano della fanciulla erano moltissimi, e provenivano da ogni parte della Grecia, ma non appena si sparse la voce che anche Eracle le aveva messo gli occhi addosso, se la squagliarono tutti a eccezione di Acheloo, un Dio fluviale, un po' mostruoso a essere sinceri, che non piaceva nemmeno alla diretta interessata. La quale, peraltro, ce lo confida nel prologo di una tragedia di Sofocle:
 Mi chiese in moglie un fiume che continuamente cambiava di forma: la prima volta che lo vidi aveva l'aspetto di un toro, poi di un drago, viscido e iridescente, e infine di un uomo, ma anche in quest'ultima forma conservava la testa di un bue. E come se ci non bastasse, da un groviglio di peli che aveva sul mento venivano gi rivoli d'acqua. Io ero terrorizzata: meglio morire, mi dissi, che entrare nel letto di un simile sposo. Per mia fortuna, quando gi avevo perso ogni speranza, ecco apparire lui, il mio eroe, il figlio di Zeus e di Alcmena!
 (Sofocle, Trachinie 9 sgg.)
Tutto si risolse in una sfida all'ultimo sangue. Acheloo si mut in toro e in serpente, ma Eracle non ci fece nemmeno caso: aveva trascorso una vita intera, fin dalla culla si potrebbe dire, ad abbattere tori e serpenti, figuriamoci se gli poteva fare impressione un fiume trasformista! In termini pugilistici lo fece secco al secondo round, ovvero al secondo mutamento.
Eracle e Dejanira si sposarono con grande sfarzo e sarebbero vissuti felici e contenti per sempre, come nelle favole, se durante il viaggio di nozze non fosse capitato un incidente alquanto strano: a un certo punto stavano per attraversare un fiume, quando si present un centauro di nome Nesso. Disse di aver ricevuto direttamente da Zeus l'incarico di traghettarli e di deporli sani e salvi, uno alla volta sia chiaro, sull'altra riva. Nesso per (come tutti i centauri del resto, a eccezione di Chirone) era un poco di buono: motivo per cui, non appena si trov a tu per tu con Dejanira, e con Eracle sull'altra riva, cerc di possederla. All'eroe non rest altro che ricorrere a una delle sue frecce infallibili, peraltro intinte nel veleno dell'idra, e cercare di far secco il quadrupede. Non sbagli mira nemmeno stavolta: lo becc giusto tra il cuore e i polmoni. Il centauro per, prima di morire, ebbe il tempo di sussurrare all'orecchio della fanciulla queste parole: O mia dolce Dejanira, conserva un po' del mio sangue. Sappi che  un potentissimo filtro d'amore, e chiunque ne verr a contatto, anche solo per un attimo, non potr mai pi tradirti con un'altra donna.
Che ci fosse vero o falso, a Dejanira, in quel momento, non  che importasse molto: Eracle amava lei solamente! Un domani, per, chiss: avrebbe potuto incontrare una donna pi bella, e comunque un filtro d'amore pu sempre far comodo. Ragione per cui la dolce sposina, senza starci tanto a pensare, mentre il marito era impegnato ad attraversare il fiume a nuoto, tolse la camicia al centauro, l'inzupp ben bene nel suo sangue e se la nascose in uno scrigno.
Quello che accadde dopo, facciamocelo raccontare direttamente da Sofocle.
Personaggi principali, in ordine di apparizione:
Dejanira, che piange dall'inizio alla fine.
Lica, il messaggero, che annunzia il ritorno dell'eroe.
Iole, la figlia del re sconfitto, che non parla mai.
Illo, il figlio maggiore di Eracle e Dejanira.
Eracle in barella, che urla di dolore.
Le Trachinie, ovvero il coro delle donne di Trachis.
Antefatto: Eracle e Dejanira sono ormai sposati da venti anni e si sono stabiliti a Trachis, una cittadina della Tessaglia.
La tragedia ha inizio con Dejanira che si lamenta con il pubblico perch il marito  sempre in giro.
 O me sventurata! Eracle  come un contadino che ha un campo fuorimano: lo visita solo per la semina e il raccolto.  via da quindici mesi, un'eternit, e non ha dato pi notizie di s.
 (Op. cit. 32 sgg.)
Francamente non le si pu dar torto! La verit  che Eracle non  uomo di casa, non  fatto per stare in pantofole, accanto al caminetto, a chiacchierare del pi e del meno.  uno che deve menare mazzate, e se Euristeo non gli avesse ordinato le dodici fatiche, con ogni probabilit se le sarebbe inventate da solo.
Mentre la poverina sta chiedendo comprensione, ecco arrivare sul proscenio l'araldo Lica con le ultime notizie dal fronte. Dietro di lui avanza una lunga schiera di prigioniere, tra cui una giovane molto bella, Iole, figlia del re sconfitto Eurito. La ragazza non parla, ha il viso rabbuiato e gli occhi bassi, ma Dejanira la guarda con molta attenzione.
L'araldo all'inizio si tiene sulle generali: Eracle sta bene, per il momento  impegnato a fare sacrifizi di ringraziamento agli Dei, poi verr. Per quanto riguarda le prigioniere, niente da dire: fanno parte del solito bottino del vincitore. Ma Dejanira lo incalza: alcune malelingue le hanno detto che Eracle ha un debole per una di loro.
 Parla, o Lica, e dimmi il vero: chi pretende di litigare con Eros  un pazzo! Eros fa quello che gli pare, e lo fa con me, con gli altri e anche con gli Dei. Lui  come una malattia! Sarei pazza, quindi, se rimproverassi mio marito perch si  improvvisamente ammalato. Se invece non vuoi informarmi, solo perch hai piet di me, sappi allora che sei ingiusto. Sono molte le donne che Eracle ha amato nella sua vita, e nessuna di esse ha mai ricevuto da me qualche ingiuria. Questa poi, appena l'ho vista, mi ha subito intenerito per il suo aspetto dolente.
 (Op. cit. 441 sgg.)
E Lica parla:
 O amata regina, dal momento che ti vedo umana e che umanamente ragioni, ti dir ogni cosa, senza nulla tacere.  vero: Eracle  stato preso da un tremendo desiderio per questa fanciulla, ed  per catturare lei che ha dichiarato guerra a Eurito e ha raso al suolo la sua patria Ecalia! Finora lui ha sempre trionfato su tutto e su tutti con la sola forza dei muscoli, ebbene oggi  costretto a soccombere alla forza dell'amore!
 (Op. cit. 472 sgg.)
Dejanira, per, non  poi cos umana e la notizia che Eracle ha perso la testa per un'altra donna la fa stare malissimo. Si trattasse solo di una concubina, pazienza, lo potrebbe pure capire, ma che si fosse innamorato, e di una che adesso le insidiava il posto di moglie e di regina, questo no, non poteva proprio accettarlo!
 Cosa si pretenderebbe da me: far entrare in casa una vergine, che forse a quest'ora non  nemmeno vergine, al pari di un marinaio che prende a bordo, volontariamente, un carico rovinoso? Se io fossi cos imprudente da accettarla, saremmo in due, sotto le coperte, ad attendere l'amplesso di Eracle! Con l'aggravante che, mentre in lei sboccia la giovinezza, in me s'insinua l'odiosa vecchiaia. Come stupirsi, allora, se l'uomo volge lo sguardo alla bellezza in fiore e lo distoglie da quella in declino! Quel giorno Eracle sarebbe per me un marito solo di nome, e un marito per lei anche di fatto!
 (Op. cit. 541 sgg.)
A questo punto si ricorda della camicia di Nesso e del filtro d'amore di cui era imbevuta. Vuoi vedere che funziona? pensa, e subito dopo prepara un pacco dono per il marito.
 Va', o Lica, e porta a Eracle questa tunica:  opera delle mie mani. Nel consegnargliela, devi dirgli che, prima che lui l'abbia indossata al cospetto degli Dei, nessuno la dovr vedere. E che non la mostri nemmeno al sole o alla fiamma dell'altare. Eccoti lo scrigno, a te lo affido: su di esso c' il sigillo che l'eroe conosce e che dar fede alle tue parole.
 (Op. cit. 602 sgg.)
Quello che accadde dopo,  fin troppo noto: Eracle, appena indossata la micidiale camicia, cadde preda di dolori lancinanti. Pare, infatti, che il sangue di Nesso gli divorasse la carne millimetro per millimetro, e che qualsiasi tentativo per strapparsela di dosso fosse inutile. Il poverino, tra un urlo di dolore e l'altro, malediceva Dejanira e il giorno che l'aveva incontrata.
Tutto questo a teatro non si vede:  il giovane Illo, il primogenito di Eracle, che irrompe sulla scena, come un ossesso, per raccontarcelo.
 Vorrei che tu fossi morta, o madre, o che fossi la madre di qualcun altro! Hai ucciso tuo marito, anzi mio padre!
 (Op. cit. 734 sgg.)
Dejanira, poverina, cade dalle nuvole: lei non ha ucciso proprio nessuno. Perch suo figlio l'accusa? Illo, allora, la informa.
 Quando Lica, l'araldo, giunse con la tunica di morte, Eracle l'indoss immediatamente, felice per quanto era bella: ma all'improvviso il corpo gli si copr di sudore, il chitone gli s'incoll sui fianchi, giuntura per giuntura, piega per piega, quasi che l'avesse modellato uno scultore. Lancinante, intollerabile, il dolore gli trafisse le ossa, come se a morderlo non fosse un tessuto, ma migliaia di vipere velenose. Nessuno osava avvicinarsi: lui allora, dopo essersi pi volte rotolato per terra, balz in piedi ululando, e mentre tutto intorno muggivano le rupi montagnose della Locride e i promontori dell'Eubea, trov la forza per imprecare contro te, o madre, e contro il talamo nuziale, giacch fosti tu quella che tram il delitto! Preparati, ora, a risponderne alle Erinni e alla Giustizia vendicatrice!
 (Op. cit. 734 sgg.)
Povera Dejanira! Lei amava Eracle pi di qualsiasi cosa al mondo e pensava di avergli inviato solo un filtro d'amore!
 Il suo rimedio  rovina, e rovina
 i consigli di un incontro funesto.
 Geme ora la povera donna. Vivide
 lacrime le rigano il pallido volto.
 Il destino avanza, svela inganni
 e le annunzia tremende sciagure.
 (Op. cit. 844 sgg.)
Questo  il coro delle Trachinie che come tutti i cori greci non  mai troppo roseo. Dejanira, infatti, sente queste parole e si uccide. Prima di esalare l'ultimo respiro, per, trova il tempo di dire:
 O mio letto, o mia stanza nuziale, addio per sempre: mai pi mi accoglierete come sposa tra le candide coltri!
 (Op. cit. 734 sgg.)
Il figlio Illo la trover morta stecchita e si pentir amaramente di averla accusata: Ma perch s' uccisa? si chiede pi disperato che mai, e il coro gli risponde:
 Perch il soffrire non  diverso dall'attesa del soffrire.
 (Op. cit. 952 sgg.)
Frase, questa, che da sola giustificherebbe l'acquisto di tutte le tragedie di Sofocle. Ma non  finita, ecco giungere Eracle. Il disgraziato  sdraiato su una barella, e soffre le pene dell'inferno. Ce l'ha con tutti: con Dejanira, con Era e con il mondo intero. Quando poi viene a sapere che la moglie non ha colpe e si  uccisa, prega il figlio che lo aiuti a porre fine al tormento che gli divora le carni.
 ERACLE  giunto il momento di mostrare se meriti il nome di figlio. Un giorno ebbi una profezia: che sarei caduto per mano di un morto e non di un vivo. Oggi questa profezia si avvera: quel centauro, morto da tempo, uccide me che sono ancora vivo. Ma tu non attendere, o figlio, che la mia voce s'inasprisca: cedi spontaneamente e osserva la pi bella di tutte le leggi: ubbidire al padre!
 ILLO Grande  il timore che mi prende, ma ti seguir dovunque tu vorrai.
 ERACLE Conosci il picco di Zeus sulla vetta del monte Eta?
 ILLO Lo conosco: e spesso, col, ho offerto sacrifici.
 ERACLE Solleva allora il mio corpo e portalo lass, insieme agli amici che vorrai. Taglia molti rami di quercia e di oleandri robusti, distendi sulla catasta il mio corpo e con una torcia dai fuoco alla pira. Tutto questo senza emettere n pianti n gemiti, altrimenti non saresti mio figlio!
 (Op. cit. 1191 sgg.)
La leggenda vuole che all'ultimo minuto Illo non avesse pi il coraggio di appiccare il fuoco, e che a provvedere alla tragica mansione sia stato Filottete, un eroe greco di passaggio, che a titolo di compenso avrebbe poi avuto in regalo le frecce e l'arco di Eracle.
La versione, per, che pi ci stimola  un'altra: la camicia di Nesso, a detta di alcuni, rappresenterebbe la vita matrimoniale con i suoi inconvenienti. Eracle, spirito giramondo, sempre alla ricerca di nuove emozioni, non sopportando la monotonia del matrimonio, preferisce morire piuttosto che trascorrere giorni sempre uguali accanto a sua moglie.
Ciascun lettore pu scegliere la versione che gli  pi congeniale.
IX

Teseo
Ebbene s, Teseo cuccava: tanti furono i mostri uccisi da Eracle, quante le donne che lui sedusse andando in giro per il mondo. Tra le sue moltissime prede, tutte magnifiche in verit, vanno ricordate almeno Perigune, Alope, Arianna, Fedra, Antiope, Egle ed Elena (la stessa che fece scatenare la guerra di Troia). Per poco non se la spass anche con la regina dell'Oltretomba, la misteriosa e affascinante Persefone. Ridurlo, per, a un semplice dongiovanni non sarebbe nemmeno giusto: a parte il contributo che dette ai suoi concittadini facendo piazza pulita del brigantaggio che infestava i dintorni di Atene, Teseo va ricordato anche come il primo uomo politico espresso dalla Grecia. Fu lui, infatti, a creare la prima alleanza politica a scopo difensivo. Fino a quel momento la sua terra era divisa in dodici piccole monarchie, l'una nemica dell'altra. Teseo convinse, uno per uno, i reucci locali a rinunziare ai propri egoismi, elimin (o fece eliminare) quelli che non si dichiaravano entusiasti, e realizz una specie di confederazione attica con Atene capitale. Per cementare, infine, lo spirito nazionale, e dar modo ai pi giovani di scaricare le proprie energie, invent le Panatenee, ovvero un primo abbozzo di Olimpiadi.
Tra le tante iniziative che gli sono dovute, ricordiamo:
a) la suddivisione del popolo in tre classi, contadini, artigiani e intellettuali, rispettivamente detti: georghi, demiurghi ed eupatridi;
b) il reclutamento degli ingegni all'estero: Teseo invi araldi in tutta la Grecia affinch convincessero coloro che ritenevano di eccellere in qualcosa a diventare cittadini ateniesi, e chiss che cos facendo non abbia gettato i semi, otto secoli prima, per quella meravigliosa fioritura che va sotto il nome di et di Pericle;
c) l'emissione della prima moneta greca. Il conio prescelto fu il toro, probabilmente per ricordare la pi famosa delle sue imprese. Ne mise in giro tre valori: il bue, i dieci buoi e i cento buoi.
Come nacque Teseo? Egeo, suo padre, era sterile: aveva avuto gi due mogli, e nessuna delle due era rimasta incinta. All'epoca, quando si avevano problemi del genere, non si andava dal medico ma dall'oracolo di fiducia, ed Egeo, come i pi, si rec a Delfi. Non l'avesse mai fatto: il responso della sacerdotessa fu quanto mai pessimista: Non aprire l'otre del tuo vino, disse la Pizia se non vuoi morire di dolore. In altre parole: Se ci tieni alla vita, non avere figli. Egeo, per, non si rassegn affatto: aveva centinaia di parenti che attendevano la sua morte come avidi sciacalli, e a lui serviva un figlio maschio a cui lasciare il trono. Prova e riprova, un bel giorno, forse perch ubriaco, gli riusc di mettere incinta Etra, la terza moglie. Una volta avuto l'erede, nel timore che qualcuno glielo ammazzasse, Egeo lo sped, in gran segreto, lontanissimo, a Trezene, e si fece promettere dalla moglie che non gli avrebbe mai rivelato il nome di suo padre, almeno fino al giorno in cui il giovane non fosse stato sufficientemente robusto da spostare da solo un enorme masso, sotto il quale aveva seppellito una spada e un paio di sandali usati.
 Divenuto maggiorenne, Teseo dimostr di essere non solo forte e coraggioso, ma anche accorto. Etra allora lo condusse innanzi al masso e gli rivel la verit sui suoi natali, quindi lo esort a estrarre i contrassegni lasciati dal padre, per poi far vela verso Atene. Teseo spost con facilit l'immane roccia, ma si rifiut di mettersi in mare, nonostante che la madre e il nonno lo avessero scongiurato di non viaggiare a piedi, essendo la strada di terra di gran lunga pi pericolosa di quella marina, a causa dei numerosi briganti.
 (Plutarco, Vita di Teseo 6, 2)

I briganti
Cinque furono i briganti che ebbero la sfortuna d'imbattersi in Teseo: Perifete, Sini, Scirone, Cercione e Procuste.
Perifete, figlio di Poseidone (o di Efesto), era soprannominato Corunete giacch si serviva di una pesantissima mazza di bronzo (korne) con la quale fracassava la testa a tutti quelli che gli stavano antipatici, quasi sempre aggredendoli alle spalle. Teseo, per, non si fece sorprendere, gli tolse la mazza dalle mani e se ne serv per farlo fuori a sua volta. Come Eracle, anche Teseo applicava la regola del contrappasso, ovvero puniva i criminali nello stesso modo con cui loro avevano infierito sugli altri.
Sini, detto anche Piziocante o piegatore di pini, era un sadico: il suo passatempo preferito consisteva nel catturare un passante, legarlo a due alberi di pino piegati fino a terra, e tagliare contemporaneamente le corde con le quali le cime dei pini erano state ancorate al suolo. Teseo, secondo la sua legge, fece sentire anche a lui cosa si provasse a essere squartati. Tra uno squartamento e l'altro, comunque, trov anche il tempo per sedurre e mettere incinta una delle figlie di Sini, la gi nominata Perigune.
Terzo della serie fu il bandito Scirone. Questo stranissimo personaggio, maniaco dell'igiene, era solito obbligare i passanti a lavargli i piedi. Si piazzava in una curva di un promontorio, a picco sul mare, e non appena il malcapitato aveva terminato l'umiliante mansione, lui gli dava un calcio e lo scaraventava nel vuoto. A detta dei mitologi, Teseo, almeno in questa circostanza, rinunzi alla legge del contrappasso: non si fece lavare i piedi e lo gett direttamente in mare.
Proseguendo nel suo cammino verso Atene, Teseo s'imbatt nel lottatore Cercione, un pezzo di marcantonio alto quasi due metri, il cui hobby era quello di obbligare il prossimo a fare la lotta con lui. Sfidare Teseo, per, era come invitarlo a cena: l'eroe, infatti, lo stese al suolo con grande facilit e, gi che era l, si fece pure sua figlia Alope. A sentire Pausania, Teseo vinceva pi con il cervello che con i muscoli, al punto tale da essere considerato l'inventore della lotta libera (Guida della Grecia I, 39, 3).
L'ultimo dei briganti appostati sulla strada di Atene fu il famoso Procuste. Le cose andarono pressappoco cos: Procuste (che in realt si chiamava Polipemone) era un amante della precisione, a lui sarebbe piaciuto che tutti gli uomini della terra fossero uguali, almeno nella statura; perci obbligava i viandanti a stendersi sul suo letto omologato, per poi amputare i pi lunghi e allungare i pi corti usque dum lecti longitudinem aequaret, e cio fino a uguagliare la lunghezza del letto (Igino, Fabulae 38). Naturalmente Teseo, a viva forza, obblig Procuste a sdraiarsi sul lettino e, trovandolo pi corto del dovuto, lo omolog, stiracchiandolo quel tanto che bast per farlo morire.
Vediamo, nel frattempo, cosa era successo ad Atene mentre Teseo era confinato a Trezene.
Medea, cacciata da Corinto, aveva chiesto ospitalit ad Egeo, che gliel'aveva ben volentieri accordata al solo patto che lei, con le sue arti magiche, lo guarisse dall'impotenza. Ebbene, non ci crederete, ma Egeo miglior a tal punto che nove mesi dopo Medea gli dette un figlio di nome Medo. Ovviamente la maga non vide affatto di buon occhio l'arrivo di Teseo: sapeva benissimo che l'eroe era l'erede legittimo al trono e che il suo piccolo Medo non ce l'avrebbe mai fatta a prendere il potere finch quel maledetto fosse stato in vita. E allora cosa fece? Approfittando del fatto che Teseo non si era ancora presentato al padre (forse perch, ingenuamente, voleva fargli una sorpresa) riusc a convincere Egeo che quel giovane sconosciuto venuto da Trezene altri non era che un pericoloso delinquente da eliminare con l'astuzia.
Quel giorno ad Atene c'era una gran festa: tutti i cittadini si erano recati al Tempio di Apollo Delfinio per partecipare a un colossale banchetto a base di bue arrostito e vino di Creta. Teseo, in quanto ospite, fu invitato dal re a tagliarsi per primo una fetta di carne, e un attimo dopo Medea gli offr con un sorriso una coppa di vino, ovviamente avvelenata. Il giovane aveva gi accostato le labbra al veleno, quando Egeo si accorse che la spada con la quale l'eroe aveva tagliato il bue era la stessa che lui aveva seppellito diciotto anni prima a Trezene.
 In un lampo il vecchio comprese e, rovesciata la coppa del veleno, interrog a lungo l'ospite. Alla fine lo abbracci e lo present ai sudditi, riconoscendolo come figlio.
 (Plutarco, op. cit. 12, 5)
X

Minosse e compagnia bella
Un giorno la regina Pasifae, parlando con alcune amiche, disse: Francamente del sesso non m'importa proprio nulla. Fosse per me, ne farei a meno. Non l'avesse mai detto: Afrodite, punta sul vivo, la trasform subito in una ninfomane e da quel giorno la poverina non ebbe pi pace: insoddisfatta delle prestazioni sessuali del marito, cominci a tradirlo un po' con tutti, con i cortigiani, con gli ospiti di passaggio e perfino con i soldati della guardia; in altre parole, come vedeva un maschio, gli saltava addosso. Nel frattempo, per, a Creta il re Minosse, marito di Pasifae, l'aveva fatta grossa: aveva promesso a Poseidone, nel giorno della sua festa, di sacrificargli il pi bel toro dell'isola, e il Dio, per metterlo alla prova, gliene fece arrivare uno dal mare, bellissimo, tutto bianco, che di notte luccicava come se dentro avesse avuto una luce. Vista l'eccezionalit dell'animale, Minosse non se la sent di ucciderlo, e affinch Poseidone non se ne accorgesse, lo nascose nei giardini del palazzo reale. Aveva fatto i conti, per, senza i bollori della moglie, la quale, vuoi per le maledizioni di Afrodite, vuoi per quelle di Poseidone, fin con l'innamorarsi del toro.
Il primo incontro tra la bella e la bestia, diciamo la verit, non fu eccezionale, anche perch, se era vero che a Pasifae piaceva il toro, non era altrettanto vero il contrario: ai tori, infatti, come  noto, piacciono le vacche, e Pasifae era s una bella donna, ma non rassomigliava affatto a una vacca. Amareggiata dal rifiuto, la regina chiese allora aiuto a Dedalo, l'architetto di casa reale, e il grande artista le costru una vacca di legno, completa di corna, pelliccia e zoccoli, entro la quale la regina avrebbe potuto comodamente posizionarsi (comodamente si fa per dire). Per maggiori dettagli, comunque, rimandiamo i lettori al dipinto di Giulio Romano, custodito nel Palazzo del T di Mantova, dove per l'appunto si vede la vogliosa regina entrare nei panni della vacca. Dedalo, infatti, le aveva confezionato
 una bellissima vitella di legno, vuota nel di dentro e coperta dal di fuori da una pelle di vacca, per poi esporla su un prato ove quel toro era solito pascolare...
 (Apollodoro, Biblioteca III, 1, 4)
Nove mesi dopo nacque il Minotauro, ovvero:
 Un'ibrida forma, un frutto mostruoso, in cui
 si univano due nature di uomo e di toro.
 (Plutarco, op. cit. 15, 2)
E Minosse? Minosse non era certo da meno di Pasifae, era uno che in quanto a scappatelle ne combinava di cotte e di crude! A sua scusante possiamo solo dire che il termine minosse, in cretese, voleva dire imperatore (un po' come cesare per i Romani), e che pertanto varie infamit, magari compiute da altri minossi, furono tutte attribuite al nostro. Del quale, comunque, sappiamo solo che fu il pi potente re dell'epoca e che le sue flotte dominarono tutti i mari, dall'Egitto alle coste dell'Anatolia.
Tra le tante conquiste portate a termine da Minosse, ricordiamo quella di Megara. Ecco come si svolsero i fatti: Scilla, figlia di Niso, re di Megara, era solita sporgersi dalla torre pi alta della citt per buttare dei sassolini. Ma perch lo faceva? Perch, grazie a un privilegio ricevuto da Apollo, non appena un qualcosa di suo colpiva il suolo, lei udiva una bellissima nota musicale. Ebbene, un giorno, mentre Minosse stava cingendo d'assedio la sua citt, lei lo vide sotto una luce completamente diversa. Forse perch suggestionata dalla musica dei sassolini, o dalle armi che luccicavano al sole, certo  che le sembr un Dio sceso in terra, e se ne innamor fino a non capire pi niente.
L'assedio durava ormai da molti mesi e Minosse, sfiduciato, stava quasi per rinunciare, quando accadde un fatto strano. Dovete sapere che Niso, il re di Megara, aveva una ciocca di capelli rossi e che per volere degli Dei nessuno mai lo avrebbe potuto uccidere, finch questa ciocca gli fosse rimasta in testa. Scilla, per, una notte, entr di soppiatto nella sua stanza, gli tagli i capelli magici e gli port via le chiavi della citt per poi consegnare il tutto a Minosse. Questi, per nulla riconoscente, prima la possedette sbrigativamente e poi la fece gettare in mare dai soldati. Si racconta anche che, mentre Scilla fu mutata nel pesce ciris, l'anima di suo padre divenne un'aquila pescatrice che nella speranza di beccare la figlia si gettava continuamente su tutti i pesci che vedeva affiorare tra le onde.
A parte Scilla, Minosse ebbe rapporti con molte altre fanciulle, tra le quali ricorderemo la ninfa Paria, la bellissima Britomarti (sacerdotessa di Artemide, che per sfuggirgli fu costretta a gettarsi da una rupe dopo nove mesi d'inseguimento) e soprattutto Procri, la moglie di Cefalo.
Pasifae si stanc di tutte queste infedelt (quasi che fosse la pi fedele delle spose) e un bel giorno, con l'aiuto di una maga, fece in modo che, ogniqualvolta veniva tradita, il seme del marito si mutasse in uno sciame di scorpioni, vipere e millepiedi. E dal momento che abbiamo tirato in ballo Procri, come non raccontare anche la sua storia?
Cefalo e Procri erano una coppia felice, e lo sarebbero stati per sempre se un bel giorno Eos, la Dea dell'Aurora, non si fosse invaghita di lui. In verit il giovane, in un primo momento, aveva rifiutato le avances divine.
Grazie per l'onore, disse ma amo molto mia moglie e non la tradirei per nessuna cosa al mondo.
Peccato che lei non ti meriti! sospir allora Eos. Ti tradirebbe con chiunque le offrisse un oggetto d'oro.
Non  vero! url Cefalo.
Se vuoi, te lo posso dimostrare replic la Dea.
E un attimo dopo gli fece prendere le sembianze di un ricco, tale Pteleone, e lo spinse a offrire a Procri una corona d'oro in cambio di una notte d'amore. La donna accett senza fare storie, e tanto bast a Cefalo perch si risolvesse a tradirla. Attenzione, per, che la storia non  finita: una volta cacciata via di casa, Procri si rifugi a Creta, dove fin tra le braccia di Minosse. Questa volta la ricompensa pattuita, o marchetta che dir si voglia, fu un cane da caccia che non mancava mai la preda e una freccia che non mancava mai il bersaglio. Procri, a ogni buon conto, avendo saputo da una schiava che Minosse era sieropositivo (in quanto a scorpioni e a millepiedi), prima d'infilarsi nel suo letto ebbe cura di bere un farmaco profilattico a base di radici, fornitole dalla maga Circe. E dopo il rapporto, nel timore che Pasifae potesse farle del male, si travest da ragazzo e se ne scapp ad Atene. Qui incontr di nuovo Cefalo che, senza riconoscerla, le chiese quanto volesse per quel cane cos veloce e per la freccia che non falliva mai. E lei dolcemente rispose: Nulla, li cedo solo per amore!.
Cefalo abbocc con entusiasmo e lei, dopo l'amplesso, si fece riconoscere: Sono Procri disse piangendo e ti amo pi di prima!.
I due si riconciliarono, ma, di l a poco, Procri mor in un incidente di caccia: si era nascosta in un cespuglio per fare uno scherzo al marito, e questi, scambiandola per una cerva, le aveva scagliato contro la freccia infallibile.
Ma torniamo al Minotauro: Minosse era disperato! La notizia che sua moglie lo avesse tradito con un toro lo aveva offeso mortalmente. Non c'era cretese che non gli facesse il segno delle corna non appena lui voltava le spalle. Anzi, con ogni probabilit, fu proprio questo episodio a far s che, da quel giorno, le corna diventassero il simbolo internazionale del tradimento. D'altra parte come negare l'accaduto, quando c'era l il Minotauro a dimostrarlo con il suo aspetto inequivocabile?
 Dicono che fosse di duplice natura e che avesse le parti superiori, fino alle spalle, simili a un toro, e quelle inferiori simili a un uomo.
 (Diodoro Siculo, Biblioteca storica IV, 27)
Insomma era brutto, ma cos brutto che il povero Minosse sent il bisogno di nasconderlo agli occhi di tutti. Fece chiamare Dedalo, il pi celebre degli architetti viventi, e gli ordin di costruire una prigione sotterranea dalla quale non si potesse mai evadere: il Labirinto.
 Le sue vie di uscita erano cos tortuose e inaccessibili che un uomo inesperto non avrebbe mai potuto trovare da solo l'uscita.
 (Op. cit. IV, 27)
Per nutrirlo, tutte le citt sotto il dominio di Creta furono obbligate, a turno, a inviare un tributo in carne umana; Atene, in particolare, ogni nove anni era costretta a inviare la bellezza di sette maschi e sette femmine in tenera et.
Era gi la terza volta che gli Ateniesi si apprestavano a inviare a Creta l'agghiacciante tributo, quando ecco giungere Teseo. L'eroe, venuto a conoscenza della cosa, volle far parte, spontaneamente, del gruppo delle vittime. Sal sulla nave che lo avrebbe portato a Creta, abbracci suo padre Egeo, re di Atene, e gli fece questo discorso: O padre mio, io vado a Cnosso a uccidere l'orrendo mostro. Parto con le vergini e i fanciulli sorteggiati, accompagnato dal pianto dei parenti. Giuro sugli Dei che torner vincitore e, perch tu lo sappia prima di tutti, cambier la vela nera con una bianca, in modo che tu mi possa scorgere dall'alto dell'Acropoli.
Da solo, diciamolo subito, Teseo non ce l'avrebbe fatta mai: anche uccidendo il Minotauro, infatti, non sarebbe mai stato in grado di uscire dal Labirinto. Perfino Dedalo, che pure l'aveva progettato, quando si tratt di evadere da quella che ormai, per lui, era diventata una prigione, fu costretto a tentare le vie del cielo. Si port in un punto senza soffitto e grazie a due paia di ali che si era costruito alla meglio, usando un po' di cera e alcune penne trovate sul posto, prese il volo insieme al figlioletto Icaro. La fuga per si rivel subito un fallimento, anche perch Icaro, preso dall'euforia, fin per avvicinarsi troppo al sole e far sciogliere le saldature di cera che gli reggevano le ali. Eppure Dedalo lo aveva chiaramente avvertito:
 O Icaro, figlio mio, ti consiglio di volare a
 media altezza: non troppo basso, se non vuoi che
 le acque del mare bagnino le ali, e non troppo in
 alto se non vuoi che il sole le possa sciogliere.
 Vola tra l'uno e l'altro limite e seguimi da presso.
 (Ovidio, Metamorfosi VIII, 203 sgg.)
Un pescatore e un contadino li videro alzarsi in volo e restarono a bocca aperta. Saranno di sicuro dei Numi, pensarono, giacch solo degli Dei possono percorrere le strade del cielo.
 E gi a sinistra appariva Samo, cara a Giunone, e pi in l Delo e Paro, e sulla destra Lebinto e Calimne, quando il fanciullo prese a entusiasmarsi per il volo, e allora trascur i consigli e afferrato dal fascino del cielo, diresse il suo ardire sempre pi in alto. La vicinanza del sole infuocato sciolse allora le cere profumate, saldatura delle ali, ed egli, privo ormai di un sostegno, agit le braccia, ma non riusc a far presa sull'aria, e mentre invocava il nome del padre, l'onda che da lui prender il nome lo copr del tutto. O Icaro! esclam il padre allorch vide galleggiare le penne, e maledisse per una volta ancora l'arte sua.
 (Op. cit. VIII, 221 sgg.)
Abbiamo lasciato Teseo alle prese col Minotauro. I Cretesi lo avevano fatto entrare nel Labirinto nudo e senza arma alcuna. L'eroe, allora, mise tutti i fanciulli in un angolo, in modo che funzionassero da esca, dopodich si nascose dietro un muretto e attese con pazienza che la bestia, attirata dalle loro urla, si mostrasse. A un certo punto si ud il sinistro rimbombo dei suoi passi: il Minotauro si avvicinava. Il pianto dei fanciulli si fece ancora pi disperato, ed ecco il Minotauro apparire in tutta la sua ferocia: aveva gli occhi fluorescenti come la brace e un rivolo di bava che gli scendeva gi dalle labbra. Teseo lasci che il mostro si avvicinasse alle vittime senza muoversi di un millimetro, per poi assalirlo alle spalle quando meno se l'aspettava. Con un braccio gli torse il collo. Inutilmente il mostro cerc di liberarsi della stretta: pi si agitava e pi la morsa di Teseo gli impediva il respiro. Un minuto, due minuti e poi la fine: l'uomo-toro stramazz a terra privo di vita. Ma l'impresa non era affatto conclusa, bisognava anche uscire dal Labirinto. Come se la cav Teseo?
La mitologia greca  piena di figlie che per amore di uno straniero tradiscono i padri, e in questo libro ci siamo gi imbattuti nei casi di Scilla e Medea. Nessuna meraviglia, quindi, se anche Arianna, figlia di Minosse, rientra in questa norma. Le era bastata un'occhiata a Teseo per non capire pi nulla e schierarsi contro il proprio sangue (nella fattispecie contro il Minotauro che, mostro o non mostro, era pur sempre suo fratello).
Arianna (ari-hagne in cretese) voleva dire pi che vergine o purissima, se non addirittura extravergine. Purissima s, ma infida quanto basta da consegnare a Teseo, in cambio della solita promessa di matrimonio, un gomitolo di lana che gli avrebbe consentito di entrare e uscire dal Labirinto come da casa sua. Appendilo per un capo all'entrata e svolgilo man mano che t'inoltri nei meandri, gli disse solo cos potrai ritrovare la via del ritorno. Ma giurami su Estia e su tutti gli Dei della casa, che allorch t'imbarcherai per Atene mi farai tua sposa!
E Teseo giur, salvo poi a sentirsi nei guai quando, scampato al Labirinto, vide Arianna che lo stava aspettando a pi fermo, con i bagagli in mano, sotto la nave.
E adesso a questa che le dico? dovette pensare tra s e s, mentre la faceva salire a bordo. Io ad Atene ho gi una fidanzata: si chiama Egle, ed  cos gelosa che se solo mi vede con un'altra donna mi cava gli occhi!
E poi, per carit, non  che Arianna non gli piacesse, ma un flirt  una cosa, e un'intera vita da passare insieme un'altra! Quella, invece, si era fissata col matrimonio e non lo mollava per nessuna ragione, nemmeno un minuto. Stava sempre a sospirare: Oh, quanto ti amo! Oh, quanto ti amo! e subito dopo a chiedergli: Ma tu mi vuoi bene?. Insomma una lagna. Senza contare che a Teseo gli amorazzi mordi e fuggi non mancavano certo. Tanto per fare un esempio, poco prima di uscire dal Labirinto, si era spupazzato due delle vergini scampate al Minotauro, Eribea e Ferebea, le quali, con ogni probabilit, gli si erano date solo per riconoscenza.
Insomma, Teseo era agitatissimo: la nave filava col vento in poppa in direzione della Grecia e pi passava il tempo e pi lui si sentiva perduto. Che faccio, pensava, la strangolo, l'avveleno, la butto in mare? Poi, all'improvviso, gli venne un'idea. Davanti ai suoi occhi era comparsa una bellissima isola, lussureggiante di vegetazione.
Guarda, amor mio, che luogo incantato! disse ad Arianna.  degno degli Dei! Perch non ci andiamo a sdraiare all'ombra di quei mandorli fioriti?
L'isola si chiamava Nasso e, in verit, si presentava come meglio non si potrebbe: una sabbia finissima lambita da acque cristalline e, pochi metri pi in l, un prato punteggiato di margherite e circondato di alberi da frutta. Si racconta che i due giovani si nascosero in un boschetto, al riparo degli sguardi indiscreti, e fecero l'amore per pi di un'ora. Poi Arianna beatamente si assop, e Teseo, che non aspettava altro, riguadagn in punta di piedi la sua nave, e, dopo aver raccomandato il massimo silenzio a tutta la ciurma, fece rotta per Atene.
Quando la poverina si svegli, non vide nessuno intorno a s. Non voleva credere ai suoi occhi: Teseo, il suo Teseo, l'uomo che fino a pochi minuti prima le aveva giurato eterno amore, era scomparso, l'aveva piantata in Nasso (da cui il famoso modo di dire) senza nemmeno lasciarle due righe di commiato. Fortunatamente per lei, dopo circa una decina di giorni, pass di l Dioniso con tutto il suo seguito di Sileni e di Menadi ubriache. Dioniso la vide, la trov di suo gusto, e senza starci troppo a pensare se la spos lui, seduta stante, offrendole in dote, oltretutto, l'immortalit.
Quanto a Teseo, ecco cosa gli scrisse, secondo Ovidio nelle Heroides, la povera Arianna:
 O Teseo malvagio, quella che tu, un d, abbandonasti
 alle fiere  ancora viva, ma non aver paura: qui non
 c' nessuna fiera che si possa dire peggiore di te.
 Ti scrivo dalla spiaggia dove le vele portarono
 via la tua nave e dove io fui tradita dal sonno.
 Mi svegliai solo in parte, e nel torpore di chi
  ancora in preda al sonno, sollevandomi appena,
 mossi le mani per abbracciarti, ma tu non c'eri!
 C'era la luna: spinsi lo sguardo sul mare, ma i miei
 occhi non riuscirono a scorgere nulla. Corsi allora
 di qua e di l, senza meta: la sabbia rallent i miei
 passi di fanciulla. Gridai Teseo per tutta la riva,
 ma solo le rupi mi rimandarono indietro il tuo nome.
 Adesso, spesse volte, ritorno al luogo che ci vide
 abbracciati, e tocco le tue impronte. Solo queste mi
 hai lasciato! E allora mi getto disperata sul letto
 inondato di lacrime e grido: O letto infedele, in due
 ti abbiamo occupato e in due ci devi far tornare!.
 Ah, sonno crudele, perch mi hai trattenuta, perch
 non mi hai fatto dormire una notte senza fine? E voi,
 venti malvagi, perch siete stati cos ben disposti
 a gonfiare le vele? E tu, mano destra omicida, che
 hai ucciso me e mio fratello, perch hai rinnegato
 il giuramento? Contro di me, povera fanciulla, hanno
 congiurato il sonno, i venti e la fedelt mancata!
Mentre la poverina si consumava d'amore, Teseo volle sbarcare nell'isola di Delo per ringraziare Apollo dello scampato doppio pericolo (quello del Minotauro e quello di Arianna). Delo infatti, al pari di Delfi, era il luogo pi amato dal Dio. Si racconta che su quest'isola Apollo, quando aveva compiuto appena quattro anni, costru un tempio formato unicamente da corna di animali incastrate l'una nell'altra in modo che si reggessero in piedi anche senza calce.
Dopo il sacrificio, Teseo, accompagnato dalle sette vergini e dai sette fanciulli scampati alla morte, volle ballare intorno al tempio un ballo di sua invenzione: la danza delle gru. A detta degli storici, fu quella la prima volta che uomini e donne ballarono insieme.
 Tale danza, ancora oggi praticata a Delo, dicono che ricordi, con le sue figure ritmiche e le evoluzioni, i tortuosi percorsi del Labirinto.
 (Plutarco, op. cit. 21)
Le maledizioni di Arianna, per, prima o poi si fecero sentire: Teseo, infatti, si dimentic di cambiare le vele, cos come aveva promesso di fare in caso di vittoria.
 Ed Egeo che dall'alto della rocca spiava gli spazi, consumando gli occhi ansiosi in un pianto perenne, non appena distinse le vele nere gonfiate dal vento, si gett dall'alto della scogliera gi nell'abisso, ritenendo suo figlio sconfitto dal Fato crudele.
 (Catullo, Carmi LXIV, 241)
XI

L'amico Piritoo
In Grecia, quando si volevano citare due amici per la pelle si ricorreva in genere a Oreste e Pilade, ad Achille e Patroclo, o a Teseo e Piritoo.  inutile precisare che in tutte queste amicizie c'era sempre una componente omosessuale: come abbiamo gi detto altre volte, a quei tempi, il fatto che due giovanotti, oltre a compiere insieme imprese eroiche, fossero legati anche da tenere amicizie, non scandalizzava proprio nessuno.
Piritoo, l'amico del cuore di Teseo, era un Lapita, ovvero un Tessalo di statura superiore alla media, figlio secondo alcuni di Dia e di Issione, e secondo altri di Dia e di Zeus, trasformatosi per l'occasione in cavallo da monta. Una volta maggiorenne, il nostro balz agli onori della cronaca a causa di una festa di nozze alquanto movimentata. Si racconta, infatti, che durante il suo matrimonio con Ippodamia, i cugini centauri, per nulla avvezzi alle regole del saper vivere, a forza di bere vino puro, persero il controllo, e invece di limitarsi a baciare la sposa, come voleva la tradizione, cercarono di farsela seduta stante, insieme a tutte le damigelle d'onore. Insomma, per dirla con Plutarco:
 Si spinsero a tal punto di tracotanza e sfacciataggine da mettere le mani addosso alle donne dei Lapiti. Costoro in un primo momento fecero finta di non accorgersene, poi, all'improvviso, si vendicarono con estrema durezza, uccidendone alcuni e cacciandone via altri, dopo averli sconfitti in una vera e propria battaglia.
 (Plutarco, op. cit. 30, 3)
Quando Plutarco parla di estrema durezza vuole alludere di certo al fatto che in quella occasione Teseo e Piritoo dettero sfogo al loro sadismo, amputando nasi, orecchie e chiss cos'altro ancora ad alcuni centauri. Ovidio, nel XII libro delle Metamorfosi (210 sgg.), ce ne d un ampio resoconto (se ne sconsiglia la lettura alle persone sensibili).
Ma come si conobbero Teseo e Piritoo?  presto detto: Piritoo era gi da tempo che sentiva fare gli elogi del vincitore del Minotauro, e francamente non ne poteva pi. Tutti a dire: Ma quanto  bravo Teseo! Ma come  coraggioso Teseo! e a lui tutto questo infervorarsi in encomi non andava affatto a genio. Motivo per cui, un po' per invidia, un po' per il semplice gusto di misurarsi con il rivale, un bel giorno decise di metterlo alla prova: si rec nei possedimenti che Teseo aveva a Maratona e gli rub un'intera mandria di vacche, avendo cura, per, di fargli sapere che era stato lui l'autore del furto. Ebbene, come nei western, i due eroi s'incontrarono a met strada per un chiarimento, ma invece di venire alle mani, si piacquero a tal punto che da quel giorno divennero inseparabili. Nasce cos la Teseo & Piritoo, ovvero un'associazione a delinquere avente come scopo sociale il rapimento di giovani donne di discendenza divina. Ora pu sembrare strano che un eroe, ovvero una figura altamente esemplare, si potesse macchiare di un reato cos squallido come il rapimento a scopo di libidine, ma, come abbiamo gi detto in varie occasioni, tremila anni fa la donna era vista pi o meno come un oggetto di consumo, o, nel migliore dei casi, come una colf a cui affidare la casa. In altre parole, ai tempi di Teseo, il consenso della controparte femminile non era considerato indispensabile, cos come noi oggi, per mangiare un pollo, non dobbiamo necessariamente chiedere il suo benestare.
A ulteriore scusante di Teseo, dobbiamo aggiungere che era appena uscito da una situazione familiare particolarmente sofferta e complicata, tanto complicata che, per cercare di spiegarla in modo semplice, dovremo far ricorso a tutto il nostro ingegno.
Dunque, le cose erano andate cos: Teseo aveva avuto dalla sua seconda (o terza) moglie, l'Amazzone Antiope, un figlio di nome Ippolito, il quale, essendo devoto (come la madre, del resto) alla Dea Artemide, aveva fatto voto di castit. Tutto sarebbe andato per il meglio se un brutto giorno Teseo non avesse ripudiato Antiope per mettersi con Fedra, sorella minore di Arianna. A lavare l'affronto inflitto alla loro ex regina provvidero le Amazzoni che, quella sera stessa, attaccarono Atene, dando origine a una guerra sanguinosa con elevate perdite umane da ambo le parti. Antiope, comunque, non ancora soddisfatta di tanto putiferio, preg Afrodite affinch facesse innamorare Fedra di suo figlio Ippolito. Pausania sostiene che Fedra si sarebbe invaghita del giovanotto per averlo visto un giorno attraverso uno spioncino, tutto nudo, mentre si allenava nello stadio di Trezene.
 Fedra lo vide dalla porta del tempio di Afrodite Kataskopia (Afrodite la spia) mentre faceva ginnastica nello stadio e se ne innamor. In seguito, per, per non essere stata ricambiata sfog tutto il suo rancore, bucherellando con uno spillone le foglie di un mirto che stava l da presso.
 (Pausania, Guida della Grecia II, 32, 3)
Ippolito, per, tenendo fede al voto di castit fatto ad Artemide, respinse qualsiasi offerta d'amore. A dire il vero, questa castit non gli costava, poi, un grande sforzo: era un tipo che odiava le donne e tutto ci che aveva a che fare col sesso. Come documenta questo suo monologo, tratto dalla tragedia di cui  protagonista:
 O Zeus, perch mai mettesti sotto il sole quel malanno infinito che sono le donne! Se proprio ci volevi garantire la sopravvivenza, piuttosto che ricorrere a loro, avresti potuto fare in modo che i figli si potessero comprare nei templi, deponendo in cambio oggetti d'oro, d'argento o di bronzo. Che la donna sia davvero la peggiore disgrazia che pu capitare a un uomo, lo prova il fatto che, quando un padre se ne vuole disfare,  costretto a sborsare una cospicua dote, nella speranza che qualche sprovveduto si convinca a portarserla via. E colui che se la prende, disgraziato,  poi obbligato a sua volta a ricoprirla di vestiti e a dilapidare tutte le ricchezze per lei. A questo punto, meglio trovare una moglie stupida che una saccente: la totale nullit, infatti, reca molto meno danno di un'indole malvagia. Speriamo che in casa mia non entri mai una di loro, una che abbia le idee pi alte di quanto non convenga a una donna!
 (Euripide, Ippolito 616 sgg.)
Invano Fedra si prodig in mille modi per mostrargli quale potesse essere il lato piacevole delle donne: lui la cacci lo stesso, riempiendola per giunta di contumelie.
 Che tu sia maledetta, o femmina! Sei venuta qui a sporcare un letto che non meriti, quello di mio padre! E io ora sar costretto a lavarmi le orecchie con l'acqua che corre pur di purgarle delle cose orrende che sono state costrette a udire! Ringrazia piuttosto la devozione che ho per gli Dei, giacch  grazie a loro che non ti vado a denunziare immantinente a mio padre!
 (Op. cit. 651 sgg.)
Fedra allora, offesa dal rifiuto, si rec da Teseo e, fornendogli della vicenda una versione capovolta, accus Ippolito di tentata violenza. Si gett ai piedi del marito con le vesti stracciate e il viso cosparso di graffi che lei stessa si era procurata e url piangendo:  stato tuo figlio Ippolito a ridurmi in questo stato: voleva abusare di me!.
L'eroe all'inizio stent a crederle: poi, convinto dalle lacrime e dai segni della colluttazione, chiese a Poseidone, il Dio del Mare, di far morire quanto prima quel figlio degenere, cosa che avvenne puntualmente il giorno dopo: Ippolito si stava recando in quadriga alla volta di Epidauro, quando venne sorpreso da un violento maremoto. Un'onda pi alta delle altre invase la carreggiata e lo sbalz dal carro; nel cadere, per, uno dei piedi gli rimase impigliato nelle redini, motivo per cui venne trascinato per un centinaio di metri dai cavalli imbizzarriti, fino a sbattere il capo contro le rocce. Fedra, saputo dell'incidente, s'impicc a una trave. Per ulteriori informazioni, rivolgersi a Euripide.
Ma torniamo a Teseo & Piritoo. Ormai i due compari erano sulla cinquantina e non avevano altro scopo nella vita se non quello di divertirsi un pochino alle spalle del prossimo, in particolare delle donne. Progettarono pertanto di sequestrare due figlie di Zeus. La scelta cadde su Elena e Persefone. Avrebbero cominciato con la bellissima Elena, all'epoca appena dodicenne, per poi giocarsela ai dadi a rapimento avvenuto. Il vincitore, comunque, sarebbe stato obbligato in un secondo momento ad aiutare il perdente a rapire Persefone. Vinse Teseo, che l'affid subito a sua madre Etra in attesa che si mettesse pi in carne.
Il rapimento di Elena, in verit, non fu per nulla difficile: la ragazzina venne presa mentre stava danzando nel tempio di Artemide Eretta. Le dissero: Vieni qui piccola: sali sul carro che ti accompagniamo noi a casa! e lei accett il passaggio, senza un minimo di cautela. Sembrava quasi rassegnata a fare la rapita, come se avesse saputo fin da allora che quello era il suo ruolo nella storia. Ad arrabbiarsi, piuttosto, furono i suoi fratelli, Castore e Polluce, noti anche come i Dioscuri. I due eroi la cercarono in ogni sito della Grecia, finch un bel giorno un certo Academo, eroe pressoch sconosciuto, non dette loro la dritta giusta: la fanciulla era stata rapita da Teseo e Piritoo e viveva segregata nella rocca di Afidna. I Dioscuri allora, armi alla mano, la liberarono e, per rendere la pariglia, rapirono la carceriera, ovvero la madre di Teseo. Questo blitz dei Dioscuri, per, avvenne molti anni dopo; stando alle male lingue, infatti, Elena durante il suo sequestro ebbe tutto il tempo per mettere al mondo una figlia, la famosa Ifigenia, la stessa cio che in seguito verr attribuita a sua sorella Clitennestra, onde consentire a lei, presunta vergine, di contrarre un buon matrimonio.
Per mantenere il patto del doppio rapimento, per, bisognava sequestrare anche Persefone, e Teseo, a essere sinceri, ne avrebbe fatto volentieri a meno. Piritoo, per, non volle sentire ragioni: due figlie di Zeus avevano deciso di rapire, e due dovevano essere! L'impresa, comunque, non si prospettava per nulla agevole: Persefone era pur sempre la moglie di Ade, il re dell'Oltretomba e, a parte il pessimo carattere di costui, c'era tutta una serie di belve infernali a ostacolare il raggiungimento dell'obiettivo. D'altra parte, scegliersi una preda pi a portata di mano nemmeno era possibile, dal momento che al riguardo un oracolo di Zeus li aveva praticamente obbligati all'impresa. Cos i due mascalzoni pensarono bene di raccontare tutta la verit ad Ade, compresa l'ingiunzione che era stata fatta loro dal Padre degli Dei.
Vuoi vedere, si dissero che quello ce la fa portare via senza opporre nessuna resistenza? Magari si  pure stufato di averla come moglie!
Per evitare Caronte, l'attraversamento del Lete, il cane Cerbero e altre insidie del genere, i due entrarono da un ingresso di servizio, una caverna della Laconia attraverso la quale era possibile scendere nelle viscere della terra e raggiungere la sala dove regnavano Ade e Persefone. Gli eroi bussarono a un portone di bronzo e furono accolti dal Signore dell'Oltretomba in persona. Ade li ascolt con molta attenzione: l per l non disse nulla, poi li fece accomodare su due seggiole monumentali poste di fronte al suo trono. Queste erano chiamate le Sedie dell'Oblio, ed erano fatte in modo che, una volta occupate, si trasformavano in carne viva, diventando un tutt'uno con la persona che ne aveva preso possesso. Secondo i mitologi, Teseo e Piritoo vi rimasero attaccati per la bellezza di quattro anni, allietati dai morsi di Cerbero e dalle frustate delle Moire. Poi, per fortuna di Teseo, Eracle scese gi negli Inferi e con la sola forza delle braccia lo strapp, alla lettera, dalla sedia infernale. Durante l'operazione, come abbiamo gi raccontato, parte delle natiche dell'eroe restarono appiccicate alla seggiola, e dovrebbe essere questa la ragione se, ancor oggi, gli Ateniesi sono tutti un po' scarsi nei posteriori. Per Piritoo, invece, non ci fu nulla da fare: Eracle, per quanti sforzi facesse, non riusc a liberarlo.
Non ci resta, a questo punto, che raccontare come mor Teseo. Durante la sua permanenza nel mondo dell'Oltretomba, Atene era finita sotto le grinfie di un certo Menesteo, un politico maneggione che con l'aiuto dei Dioscuri aveva messo in piedi una finta democrazia. Il demagogo, non appena vide Teseo seriamente intenzionato a riprendersi il potere, sobill il popolo contro di lui, diffondendo maldicenze sul conto suo e della sua famiglia.
 O Ateniesi, voi oggi non possedete altro che una parvenza di libert: in realt Teseo vi ha tolto ogni forma di culto nei confronti degli Dei, perch, invece che a molti re buoni e legittimi, ubbidiate a un solo despota e per giunta straniero.
 (Plutarco, op. cit. 32, 1)
Teseo, vista la mala parata, prima ancora che qualcuno lo pugnalasse alle spalle, scapp via, insieme ai figli, con una nave alla volta di Creta. Una tempesta, per, lo costrinse a sbarcare nell'isola di Sciro e qui il re del posto, Licomede, nel timore che l'eroe avesse intenzione di spodestarlo, lo assassin, facendolo precipitare dall'alto di una rupe. Gli disse: Vieni qui, o Teseo, guarda che bel panorama si vede da quest'altura!, e gli dette una spintarella.
XII

Admeto e Alcesti
Il raccomandato non  una figura dei nostri giorni, esisteva anche ai tempi leggendari degli Dei e degli eroi. Admeto per esempio (lo sapevano tutti) era un raccomandato di ferro: qualsiasi cosa volesse, gli bastava dire veramente a me mi manda Apollo, e tutti si facevano in quattro per accontentarlo.
Come era nata questa protezione?
Le cose, grosso modo, erano andate cos: un giorno uno dei figli di Apollo, il medico Asclepio, venne folgorato da Zeus per aver osato resuscitare un morto, e Apollo, a sua volta, si era vendicato sterminando tutti i ciclopi che avevano forgiato il fulmine con il quale Zeus aveva colpito Asclepio. La vertenza fin davanti al tribunale degli Dei:
 Da una parte c'era Ade, il Signore dell'Oltretomba, che si lamentava perch la sua provincia diminuiva a vista d'occhio: a suo dire la colpa era di Asclepio che guariva tutti gli uomini che stavano per morire. Dall'altra c'era Apollo che giustamente piangeva il figlio suo prediletto, morto anzi tempo. Zeus allora, sdegnato, ordin ad Apollo di lavorare, per un anno, agli ordini di un mortale.
 (Diodoro Siculo, Biblioteca storica IV, 71 )
La scelta di Zeus cadde su Admeto, il re di Fere, eroe greco che gi in passato aveva partecipato ad alcune imprese di prestigio, in particolare alla conquista del Vello d'oro e alla caccia al cinghiale Calidonio. Bene, Apollo si sarebbe occupato delle mandrie di Admeto. Naturalmente, costui tratt il divino bovaro come meglio pot, mettendogli a disposizione tutti i servi che voleva, e il Dio, dal canto suo, ricambi affettuosamente, facendo in modo che tutte le vacche del re di Fere avessero parti gemellari.
Dove, per, Apollo si rivel davvero indispensabile fu quando Admeto pose gli occhi su Alcesti, la bellissima figlia di Pelia.
 Pelia, re di Iolco, pretese che tutti i pretendenti alla mano di sua figlia guidassero un carro trainato da un leone e un cinghiale. La prova, comunque, non spavent affatto Admeto che con l'aiuto di Apollo riusc a domare le bestie e ad avere in cambio la fanciulla tanto desiderata. Purtroppo per lui, per, durante i festeggiamenti, si dimentic di sacrificare ad Artemide e la Dea si vendic facendogli trovare tra le lenzuola, al posto della sposa, un groviglio di vipere sibilanti, al che Apollo gli sugger di placare l'ira della Dea con opportuni sacrifici.
 (Apollodoro, Biblioteca I, 9, 15)
La protezione del Dio, comunque, continu anche dopo il matrimonio: una sera, Apollo, dopo cena, fece ubriacare le tre Moire e scipp loro il permesso di non far morire Admeto: o, per meglio dire, di rimandare la sua morte a patto che lui, quel giorno, trovasse qualcuno disposto a morire al posto suo. Quando Apollo gli comunic la bella notizia, ad Admeto vennero le lacrime agli occhi. Grazie, o divino Apollo, dell'eccezionale dono che mi fai. E con me ti saranno grati anche mio padre e mia madre che da sempre son pronti a sacrificare la vita per il loro unico figlio!
Quando, per, Thanatos, il Raccoglitore di Morti, si present alla reggia per riscuotere il tributo che gli spettava, le cose non andarono propriamente come Admeto si attendeva. Il primo a tirarsi indietro fu proprio suo padre Ferete.
Che vuol dire che avevo promesso? protest Ferete. Certe cose si dicono cos per dire... per affetto... per esprimere un sentimento... non si possono prendere alla lettera!
Ma tu sei vecchio, o padre, replic Admeto quanto credi di poter campare ancora?!
Questi sono fatti miei: che ne sai tu di quanto mi tocca ancora di vivere? Qui, ragazzo mio, ognuno deve badare alla sua vita. Tua madre, piuttosto,  una che sta gi con un piede nella fossa: il medico le ha dato solo pochi mesi di vita.
Ma nemmeno la madre, l'anziana Periclemene, era granch disponibile.
Io malata? Ma se mi sento benissimo! E poi sai cosa mi hanno detto i medici? Che in questi ultimi giomi la medicina ha fatto progressi eccezionali.
Insomma, il poveraccio non trov nessuno pronto a morire in sua vece; il tempo intanto passava e bisognava sbrigarsi. Thanatos, il Raccoglitore di Morti, aveva detto che in via eccezionale, e solo per riguardo ad Apollo, avrebbe concesso una proroga di ventiquattro ore. Admeto aveva gi perso ogni speranza, quando gli dissero che nella vicina Eraclea, proprio quel giorno, c'era stato un terribile scontro tra Focesi e Locresi, con molti feriti da entrambe le parti. Trover pure qualcuno che sta per morire! pens l'eroe e senza indugi si precipit sul campo di battaglia.
Appena giunto a Eraclea, Admeto si trov in mezzo a uno scenario orrendo: dovunque volgesse lo sguardo, non vedeva altro che morti e feriti.
Detto ancora pi cinicamente, se voleva trovare un moribondo, aveva solo l'imbarazzo della scelta.
Sennonch, la cosa si rivelava meno facile del previsto: i feriti pi gravi gli morivano fra le mani, prima ancora di poter parlare, e tutti gli altri si rifiutavano di pronunziare quella fatidica frase che lo avrebbe liberato da Thanatos per almeno una decina di anni: Io muoio al posto di Admeto!.
Continu ad aggirarsi tra i cadaveri. A un certo punto ud un rantolo: proprio davanti a lui, c'era un moribondo che stava per rendere l'anima agli Dei. Un rivolo di sangue gli scendeva dal labbro e aveva gli occhi semichiusi. L'eroe gli si avvicin premuroso: era ancora vivo! Allora prese la sua testa, delicatamente, con due mani e gli sussurr in un orecchio:
Amico, ripeti con me: io muoio...
Io muoio... biascic il moribondo.
Al posto...
Al posto...
Di Admeto concluse l'eroe.
... E perch lo debbo dire? chiese il moribondo, senza peraltro completare la frase.
Perch stai per morire gli rispose Admeto.
E allora?
E allora, se ripeti con me questa frase, la tua morte potr salvare un'altra vita.
La mia morte? E chi l'ha detto che devo morire?
Basta vederti: ormai sei alla fine.
Ma di quale fine stai parlando? url il moribondo, rialzandosi di scatto. Adesso arrivano i soccorsi!
Insomma, per farla breve, Admeto non trov nessuno disposto ad accorciare la propria vita, nemmeno di un secondo, pur di regalare a lui un'altra decina d'anni. Scoraggiato, e forse anche un po' deluso dall'egoismo umano, lo sventurato si fece riportare a casa. Le ventiquattro ore stavano per scadere, tanto valeva morire nel proprio letto. Sennonch, giunto a casa, vide in cima alla scalinata sua moglie Alcesti: aveva in mano una coppa di veleno. La donna alz il calice in aria, come se volesse brindare alla sua salute, e disse: Io muoio al posto di Admeto!.
Ed  a questo punto della storia che ha inizio Alcesti, la tragedia di Euripide. Lei, Alcesti, non  ancora morta:  in attesa che il veleno faccia il suo effetto. Admeto le sta vicino, riconoscente: le tiene una mano tra le mani e la guarda con gli occhi umidi di pianto. Ai suoi piedi ci sono i figli: il maschietto e la femminuccia. La donna fa al marito le sue ultime raccomandazioni.
 Come vedi, o Admeto,  giunto il momento. Avrei
 potuto vivere e invece muoio, avrei potuto prendere
 un marito a mia scelta tra i tanti che mi volevano
 e invece ho preso te, laddove anche tuo padre e tua
 madre ti hanno tradito: eppure eri il loro unico
 figlio! Tu adesso, per, devi dimostrarmi la tua
 gratitudine: non sposarti una seconda volta, non
 dare ai miei figli una matrigna. Giacch se  vero
 che il maschio trova sempre una difesa nel padre,
 la femmina, senza una madre che la protegge, quale
 fine farebbe? La matrigna, lo sai,  un'intrusa,
 non ama i figli di primo letto e in genere non 
 pi mite delle vipere. Tu, invece, o Admeto, potrai
 sempre dire di aver avuto come moglie la migliore
 delle mogli, e voi figli come madre la migliore
 delle madri. Io sto per morire: tra poco far parte
 del numero dei pi: addio a tutti e siate sereni.
 (Euripide, Alcesti 280 sgg.)
Admeto, ovviamente, la rassicura: lui non si risposer mai, e non porter il lutto per un anno soltanto, ma per tutta la vita!
 Far cessare le feste e i banchetti, proibir le
 ghirlande e le musiche che riempivano le stanze.
 Non toccher mai pi una cetra, n col flauto
 vorr pi eccitarmi a cantare. Sul mio letto far
 disegnare da artisti eccelsi la tua effigie, e su
 di lei mi getter, invocando il tuo nome. Solo
 cos, stringendo il vuoto, potr credere di
 aver ancora tra le braccia la mia diletta sposa.
 (Op. cit. 343 sgg.)
Alcesti lo guarda dubbiosa: non sa se credergli o meno. Sar davvero capace di mantenere il lutto per tutta la vita? In quel momento, magari,  anche in buona fede, poi si sa come vanno queste cose: il tempo passa e il dolore si attenua. E quando Admeto comincia a lamentarsi dicendo: Ohi, ohi, ohi: cosa far senza di te?, lei lo consola con il proverbio:
 chrnos malxei s': oudn esth' o katthann
 (Op. cit. 381)
che, tradotto alla buona, vuol dire il morto giace e il vivo si d pace!. Alcesti, per, non ha il tempo per approfondire il concetto e muore. I servi allora la sollevano di peso e, lamentandosi ad altissima voce, la portano a braccia dietro le quinte. Admeto segue il corteo in lacrime e a capo chino.
Passano pochi secondi, ed ecco apparire sulla scena Eracle; il famoso eroe  l di passaggio, deve portare a termine la sua nona fatica (quella delle cavalle di Diomede) e chiede di essere ospitato per una notte. Il servo che lo riceve vorrebbe avvisarlo che, in verit,  giunto nel momento sbagliato, ma non fa in tempo a dirgli cosa  successo che sopraggiunge Admeto.
 ADMETO Salve, o figlio di Zeus!
 ERACLE Salute a te, Admeto, re dei Tessali! Ma perch mai sei vestito a lutto e hai tutti i capelli rasati?  forse morto tuo padre?
 ADMETO No...  morta una...
 ERACLE Una che ti era cara, immagino, forse tua madre?
 ADMETO No, una donna... una conoscente...
 ERACLE Mi spiace vederti cos afflitto: vuol dire che chieder ospitalit a qualcun altro.
 ADMETO No, per carit, non ammetto che tu vada da altri: ormai chi  morto,  morto. Ti prego: accomodati. E tu, servo, accompagnalo nelle stanze degli ospiti e preparagli ogni sorta di cibo e di bevande. Chiudi piuttosto la porta del cortile, affinch non oda il suono dei lamenti e non si rattristi.
 (Op. cit. 509 sgg.)
Il servo si stupisce che il padrone abbia nascosto all'ospite il suo dolore e non pu fare a meno di farglielo notare, ma Admeto, con pazienza, gli spiega che se avesse detto tutta la verit a Eracle, questi, di sicuro, non sarebbe rimasto alla reggia, e che l'ospitalit nel suo paese ha la precedenza su tutto. Esce di scena il servo ed entra Ferete, il vecchio padre di Admeto, per fare le condoglianze al figlio; questi, per, le rifiuta con acredine.
 Non ti ho invitato a questo funerale e non
 mi  cara la tua presenza! Se sei venuto qui
 a mostrarci il tuo dolore, sappi, allora, che
 nessuno te lo ha chiesto. Mi spiace dirtelo,
 ma dovevi pensarci prima, quand'eri ancora in
 tempo a salvare una vita pi giovane della tua.
 Quel giorno, per, non facesti nulla per aiutare
 il tuo unico figlio e lasciasti che fossero
 altri a morire al posto tuo. Eppure il tempo che
 ancora ti restava da vivere era molto breve!
 (Op. cit. 629 sgg.)
Il vecchio lo ascolta con molta attenzione, senza mai interromperlo, per poi rispondergli con altrettanta durezza.
 Ragazzo mio, ma con chi ti credi di parlare? Con
 un servo forse? O con un Lido o un Frigio che hai
 comprato al mercato e che puoi frustare quando
 e come vuoi? Non sai forse che sono un Tessalo,
 figlio di un Tessalo, e quindi un uomo libero?
 Quello che ti dovevo dare te l'ho dato: tu regni
 su molte terre per merito mio. Di cosa ti lagni?
 A te piace la vita? Ebbene sappi che piace anche
 a me! Tu hai fatto di tutto per non morire, e ora
 hai il coraggio di accusarmi di vilt: proprio tu
 che sei il vero assassino di quella poveretta!
 (Op. cit. 676 sgg.)
Be', diciamo la verit: il vecchio non aveva poi tutti i torti. Admeto avrebbe dovuto fermare in tempo la mano di Alcesti, prima ancora che la poverina potesse buttar gi il veleno, e invece che aveva fatto? A veleno bevuto, si era limitato a dire frasettine del tipo quanto ti voglio bene... ti sar sempre fedele... manterr il lutto per tutta la vita... non far pi banchetti... e altre sciocchezze del genere. E a proposito di banchetti, mentre padre e figlio se ne dicono quattro sul proscenio, da dietro le quinte si sente Eracle che canta: l'eroe ha bevuto e mangiato a saziet, e ora manifesta tutta la sua allegria con il canto tipico degli ubriachi. A questo punto, il servo di prima non pu fare a meno di scandalizzarsi.
 Un ospite peggiore di costui non l'ho mai visto!
 Arriva, vede il mio padrone in lutto ed entra.
 Gli si porta da mangiare e lui, pur sapendo che
 in casa c' stata una disgrazia, beve il vivido
 liquore, figlio del nero grappolo. Poi, con il
 capo cinto di rami di mirto si mette ad abbaiare
 una canzone da tapparsi le orecchie. E ora son
 due le musiche che si odono: da un lato lui che
 canta, senza darsi il minimo pensiero per Admeto,
 e dall'altro noi servi che piangiamo la padrona.
 (Op. cit. 747 sgg.)
Eracle, per, entra in scena e si accorge che il servo lo sta scrutando con aria truce.
 Che faccia cupa che hai! Ehi, dico a te: non lo sai
 che quando c' un ospite di riguardo i servi hanno
 il dovere di mostrarsi allegri? Tu, invece, te ne
 stai torvo e con le ciglia aggrottate, per una morta
 che alla fin fine non appartiene nemmeno alla casa.
 Ebbene, prestami ascolto che ti render pi savio:
 lo sai qual  il destino comune a tutti i mortali?
  quello di morire... e allora perch crucciarsi?
 (Op. cit. 773 sgg.)
A queste parole il servo scoppia in lacrime e racconta tutta la verit. L'eroe, in un primo momento si rifiuta di credergli, poi, resosi conto che Admeto lo aveva tenuto all'oscuro del grave lutto proprio per non farlo sentire a disagio, scappa via di corsa.
Torna in scena Admeto.  distrutto: ha perso la moglie, ha litigato con il padre e perfino l'amico lo ha abbandonato senza nemmeno salutarlo. Si rivolge allora al coro e lo chiama a testimone delle sue sventure.
 O amici, la sorte di mia moglie  di certo
 migliore della mia: lei, ora, non soffre pi,
 io, invece, sono costretto a condurre una triste
 esistenza. In casa tutto mi ricorder di lei:
 il letto vuoto, la sedia dov'era solita sedersi,
 i figli che mi si stringeranno alle ginocchia,
 versando lacrime per la madre. E nemmeno fuori
 mi vorranno. Diranno di me: eccolo l quello che
 non ebbe il coraggio di morire e che per vilt
 dette in cambio colei che aveva preso per sposa.
 (Op. cit. 929 sgg.)
Il suo pianto, per, non dura a lungo: ha appena finito di lamentarsi che rientra Eracle seguito da una donna ricoperta da capo a piedi da un lungo velo nero.
 O Admeto, a un amico bisogna sempre dire la
 verit: tu, invece, nascondendomi la morte di
 tua moglie, facesti in modo che io m'incoronassi
 il capo con foglie di mirto e alzassi il calice
 pi volte proprio qui dentro, nella casa colpita
 dalla sventura. Or non vorrei, per, con i miei
 discorsi, addolorarti ancora di pi. E pertanto ti
 dico: la vedi questa donna? Te la cedo volentieri,
 giacch la vinsi regolarmente in una gara sportiva.
 (Op. cit. 1008 sgg.)
Admeto  grato all'amico per il pensiero, ma rifiuta il dono: ha promesso alla moglie di non unirsi mai pi con nessun'altra donna, e intende mantenere l'impegno. Tra l'altro sarebbe pure tentato di prendersela, dal momento che, nella figura almeno, la donna velata rassomiglia molto ad Alcesti. Ed ecco il colpo di scena: Eracle la scopre,  lei,  proprio lei,  Alcesti! Eracle era riuscito a strapparla a Thanatos, prima ancora che questi se la trascinasse negli Inferi. Admeto non crede ai suoi occhi: abbraccia, piangendo, le ginocchia della moglie e invoca ad alta voce il suo nome, ma Alcesti non risponde,  muta. Niente paura, lo rassicura Eracle,  solo resuscitata da poco: fra tre giorni parler di nuovo.
Chiude la tragedia il commento del coro:
 Sono molte le sorti che il Destino ci prepara
 e spesso gli Dei ci offrono eventi inattesi.
 Quello che si riteneva possibile non s'avvera
 e ci che nessuno si aspettava il Dio lo dona.
 Cos questa incredibile storia  terminata.
 (Op.cit. 1159 sgg.)
Parte terza

I MITI DEGLI DEI
I

La cosmogonia
Non c' religione che non abbia una sua cosmogonia, ovvero un'ipotesi su come si sia formato il mondo (da gnesis = nascita e ksmos = mondo). Dagli Apaches ai Vichinghi, dai Mongoli ai Masai, ognuno ha provato a dire la sua. Unico punto sul quale tutti concordano  che all'inizio c'era una grande confusione, detta anche Caos, per il resto si va da Jahwh, il Dio unico e vendicativo degli Ebrei, alle centomila e passa divinit indiane. In un cos vasto campionario i Greci non sfigurano certo. Loro, anzi, di cosmogonie se ne sono inventate almeno tre: quella pelasgica, quella orfica e quella olimpica.

Il mito pelasgico
Eurinome, la ballerina, emerse nuda dal Caos. Aveva tantissima voglia di ballare ma nessuna superficie sulla quale poggiare i piedi, e per questa ragione divise il Cielo dal Mare e cominci a volteggiare sulla cresta delle onde. Ballando ballando fin col generare una specie di tromba d'aria; nacque cos Borea, il Vento del Nord. In un primo momento Eurinome guard con sospetto questo ciclone intorno al suo corpo; poi, fattasi coraggio, lo afferr con entrambe le mani e, dopo averlo strizzato ben bene, lo tramut in un serpente a cui dette nome Ofione. Non l'avesse mai fatto! Ofione, una volta presa consistenza, ne approfitt per avvinghiarla e possederla seduta stante.
Con ogni probabilit quest'antica credenza, secondo la quale il vento (o altro elemento naturale) potrebbe congiungersi con le donne e fecondarle, nacque per coprire qualche fanciulla nei guai e, a volte, veniva usata anche per giustificare gli accoppiamenti pi svariati. Omero, infatti, nel XX libro dell'Iliade, parla di Borea come di un vento in grado di fecondare le cavalle senza il loro consenso.
 Tremila cavalle pascevano presso la palude, tutte femmine fiere dei loro vivaci puledri. D'esse s'innamor Borea e giacque con loro, sembrando un cavallo dalla criniera azzurra; esse rimasero pregne e partorirono dodici puledre che quando saltavano per la pianura ricca di biade correvano sulla cima delle spighe senza romperle, e che quando saltavano sul dorso del vasto mare correvano sulla cima delle onde spumeggianti.
 (Omero, Iliade XX, 221-229)
Consenziente o meno che fosse, Eurinome la ballerina partor l'Uovo Universale, per poi depositarlo in grembo al Caos. Ofione il serpente, da coscienzioso genitore, si arrotol intorno all'uovo sette volte e rest immobile finch non ne vide uscire tutte le meraviglie del creato: il Sole, la Luna, le stelle, i pianeti, la Terra, le montagne, i fiumi, gli alberi, i fiori e via dicendo.
In seguito la ballerina e il serpente andarono ad abitare sul monte Olimpo, e con ogni probabilit sarebbero stati felici per sempre se una sera non avessero litigato per una questione di principio: chi dei due era il creatore dell'Universo? Lui o lei? Ofione insisteva a considerare se stesso l'Unico Artefice del Creato, ed Eurinome lo pun con feroce determinazione, colpendolo alla bocca con un calcio ben assestato. Al povero serpente caddero tutti i denti, i quali, venendo a contatto col suolo, si mutarono in altrettanti esseri umani. Il primo di questa nidiata ebbe nome Pelasgo.

Il mito orfico
Il mito orfico differisce di poco da quello pelasgico: al posto di Eurinome propone la Notte dalle Ali Nere, e al posto di Ofione un Vento, non meglio identificato ma altrettanto violento. Infine, come creatore dell'Universo, immagina l'impulso amoroso impersonato dal Dio Eros, un ermafrodito appena uscito dall'Uovo d'Argento.
Eros, detto anche Fanete, aveva ali d'oro e quattro teste, la prima di leone, la seconda di toro, la terza di serpente e la quarta d'ariete, motivo per cui era in grado, di volta in volta, di ruggire, muggire, sibilare e belare.
Nel mito orfico quello che non si capisce bene  se la Notte dalle Ali Nere se la intendesse solo col Vento o anche con Eros, il Dio dalle ali d'oro emerso dall'Uovo d'Argento.  certo invece che i due, Eros e la Notte, convissero in un'immensa grotta, felici e contenti, finch non vennero fatti fuori da Urano.
Sia nel mito pelasgico, dunque, che in quello orfico, a comandare, in un primo momento, furono le donne. Ancora oggi ci si chiede, non senza un pizzico di meraviglia, se davvero ci sia stato un periodo della storia in cui imperasse il matriarcato.
Ebbene, secondo molti studiosi, pare proprio di s. Non solo in Grecia, ma in tutta l'Europa neolitica le varie religioni erano spesso incentrate sul culto della Madre Terra. Il re, inteso come principe consorte, una volta assolto il compito di inseminatore regale, poteva anche essere eliminato nel corso di un regolare sacrificio religioso, dal momento che la successione dinastica era rigorosamente matrilineare, si trasmetteva cio dalla regina madre alla figlia primogenita. Lo scettro del comando passer all'uomo solo con Urano, il primo Dio del mito olimpico.

Il mito olimpico
Dal Caos, anche nel mito olimpico, emerse la Madre Terra che a sua volta gener nel sonno il figlio Urano, ossia il Cielo.
Un giorno Urano, mentre stava seduto in cima a una montagna, si sorprese a guardare Madre Terra con occhio amorevole, anche se di amore non proprio filiale. Dopodich, commosso dalla bellezza del panorama, pianse piogge feconde, dando cos origine ai fiumi, ai mari, ai fiori, agli alberi, alle fiere, ai pesci e agli uccelli.
 Urano (il Cielo) fu il primo di tutti a presiedere l'imperio dell'Universo. Egli, congiuntosi con Gea (la Terra), n'ebbe per primi i Centimani, e cio Briareo, Gige e Cotto, i quali avevano ciascuno cento mani e cinquanta teste.
 Dopo costoro la Terra partor a Urano i Ciclopi, e furono Arge, Sterope e Bronte, ciascuno con un solo occhio in mezzo alla fronte. Urano, per, li rinchiuse subito incatenati nel Tartaro, luogo tenebroso dell'Inferno, il quale  tanto lontano dal suolo dove abitiamo di quanto questo suolo  lontano dalla regione delle stelle.
 Dalla Madre Terra nacquero anche i Titani, e cio Oceano, Ceo, Iperione, Crio, Giapeto e, ultimo di tutti, Crono. Infine ebbe le Titanidi, sei figlie chiamate Tia, Rea, Temi, Mnemosine, Febe e Teti.
 (Apollodoro, Biblioteca I, 1, 1-3)
Vedere rinchiusi nel profondo Tartaro tutti i figli che aveva avuto da Urano non fece molto piacere a Madre Terra. Ma come, dovette dirsi io faccio una fatica tremenda (gigantesca, ciclopica, titanica) per mettere al mondo figli di tale stazza, e questo fetente che fa? Me li getta nel Tartaro, un luogo umido, senza luce n aria, dove un'incudine di ferro, prima di toccare il fondo, precipita per nove giorni e nove notti di seguito!
A quel punto, pensa e ripensa, la poverina ord una congiura ai danni del suo uomo: consegn all'ultimo dei nati, Crono, ossia il Tempo, un falcetto di selce e poi gli disse:
Non appena scorgi tuo padre avvicinarsi al mio letto, nudo, pronto a fare l'amore, castralo con questo falcetto e butta il suo membro in mare.
E lui...
 Crono dai torti pensieri, il pi tremendo dei figli, che aveva preso in odio il gagliardo suo genitore,
 (Esiodo, Teogonia I, 137)
...cos fece, che  come dire che non c' potere al mondo, per quanto dispotico e assoluto si possa immaginare, che prima o poi non venga reciso dal Tempo.
Dalle gocce del sangue di Urano nacquero le Erinni e le Melie. Le prime (Aletto, Tisifone e Megera) si specializzarono nel tormentare con i rimorsi i parricidi e gli assassini in genere (salvo poi mutarsi in tenere fanciulle, le Eumenidi, non appena questi si pentivano). Le seconde, invece, furono chiamate Ninfe del frassino, anche perch con il legno di quest'albero costruivano le lance destinate a uccidere i nemici.
Dal membro, infine, dell'augusto tiranno venne fuori Afrodite. In che modo?  presto detto: il coso, che continueremo a chiamare membro, sempre nella speranza che il lettore abbia capito di cosa stiamo parlando, una volta giunto in mare si copr di spuma (in greco afrs) e si tramut nella Dea Afrodite.
L'eliminazione del padre da parte del figlio affiora pi o meno in tutte le mitologie. Per gli Ittiti, Kumarbi (il figlio) stacca con un morso i genitali ad Anu (il padre) e ne sputa lo sperma, dando luogo alla Dea della Bellezza. Cambiano i nomi, ma la sostanza resta: dall'evirazione di Urano ai recenti parricidi avvenuti in Italia, il messaggio  sempre lo stesso: Genitori, se non siete pi che sicuri dei vostri ragazzini, la sera, quando andate a letto, chiudetevi a chiave.
Prima di raccontare le gesta dei discendenti di Urano, diamo uno sguardo alle cinque et dell'uomo cos come ce le propone Esiodo nelle Opere e i giorni.
 1. L'ET DELL'ORO
 Ci fu dapprima un'aurea generazione di uomini mortali, creati dagli Immortali abitatori dell'Olimpo ai tempi di Crono. Essi vivevano come Dei, avendo il cuore tranquillo e libero da sventure; n incombeva la miseranda vecchiaia, ma sempre, pieni di forza, lungi da tutti i malanni, si rallegravano nei conviti, finch non morivano ignari, come presi dal sonno.
 (Op. cit. 106-126)
 2. L'ET DELL'ARGENTO
 Una seconda generazione argentea fu poi creata dagli abitatori dell'Olimpo. Essa era peggiore e per nulla simile a quella dell'oro, sia nell'aspetto che nelle qualit d'animo. Gli uomini non veneravano gli Dei, n volevano compiere i dovuti sacrifici, ragione per cui il Cronide Zeus, sdegnato, un d li fece sparire.
 (Op. cit. 127-142)
 3. L'ET DEL BRONZO
 Il padre Zeus cre la terza et, quella del bronzo. Trattavasi di uomini mortali, violenti e terribili. A essi stavano a cuore solo le opere luttuose e le violenze di Ares. Erano orrendi: immane vigore e invincibili braccia nascevano dalle spalle sopra i loro corpi possenti. Di bronzo avevano le armi e di bronzo le case.
 (Op. cit. 143-155)
 4. L'ET DEGLI EROI
 Una volta seppellita la terza generazione, il Cronide Zeus ne cre una quarta, pi giusta e migliore, stirpe celeste di uomini-eroi, simili a semidei. Ma la guerra malvagia li distrusse: alcuni mentre combattevano sotto Tebe dai sette portali, e altri sotto le mura di Troia per Elena dalla chioma fluente. Oggi essi abitano felici nelle Isole dei Beati, avendo il cuore privo di affanni, presso l'Oceano dai gorghi profondi, tra frutti fiorenti e dolci di miele.
 (Op. cit. 156-173)
 5. L'ET DEL FERRO
 Mai avrei voluto appartenere a questa quinta generazione dove non c' pi rispetto per i genitori, per gli ospiti, per i compagni, e dove il fratello non  pi caro come lo era una volta. Ora, infatti,  la stirpe del ferro. O generazione di sciagurati che non ha timore degli Dei! Essi non onorano il giusto, l'uomo leale o neppure il buono, ma danno maggiore onore al cattivo e al violento. La giustizia risiede nella forza e non v' pi pudore!
 (Op. cit. 174-201)
II

La guerra dei Giganti
Chi la fa l'aspetti e Crono, dopo quello che aveva combinato a suo padre, non si sentiva tanto tranquillo con i possibili figli; ragione per cui, a scanso di equivoci, pens bene di mangiarseli, man mano che sua moglie Rea glieli sfornava. La prima a finire nelle fauci di Crono dai contorti pensieri fu Estia. Seguirono nell'ordine Demetra, Era, Ade e Poseidone.
 Per lo che Rea, incollerita, trovandosi incinta di Zeus, and a Creta, e quivi lo partor nell'antro Ditteo, e lo diede ad allevare ai Cureti e alle ninfe Io e Adrastea.
 (Apollodoro, Biblioteca I, 1, 6)
D'altra parte, mettiamoci nei panni di quella poveretta: dopo nove mesi di gravidanza quel fetentone di Crono si inghiottiva il neonato come se fosse un'oliva! Chiunque al suo posto se la sarebbe presa. E cos accadde che un bel giorno Rea, approfittando del fatto che il marito era mezzo ubriaco, gli serv al posto di Zeus una pietra della stessa forma, tutta avvolta da candide fasce.
Ecco a te, o mio signore, gli disse l'ultimo dei tuoi nati!
E lui gi, senza battere ciglio, per poi berci sopra mezzo litro di vino.
 Una gran pietra essa dette, avvolta in fasce, al figlio di Urano, grande signore, primo re degli Dei, e quegli la prese con le mani e gi la precipit nel suo ventre sciagurato, senza pensare che un d proprio quel figlio lo avrebbe sconfitto con la forza delle braccia e cacciato dal trono, per poi regnare luminoso sugli Dei immortali.
 (Esiodo, Teogonia 485 sgg.)
Il piccolo Zeus trascorse i primi anni di vita a Creta, nascosto nel fondo di un antro del monte Ida: piangeva e urlava pi di qualsiasi altro bambino al mondo. I rudi Cureti allora, per coprire i suoi strilli ed evitare che Crono potesse accorgersi di lui, fingevano di litigare tra loro con grandi schiamazzi e fragore di spade che cozzavano contro scudi di bronzo.
All'educazione del futuro re dell'Olimpo provvidero due ninfe, Io e Adrastea, e una capra di nome Amaltea.
 Le ninfe lo nutrirono con una miscela di latte e miele e lo fecero allattare da una capra chiamata Amaltea. Ancora oggi rimangono molte tracce del fatto che il Dio sia nato e sia stato allevato nell'isola di Creta.
 Si racconta a tale proposito che Zeus, per ringraziare le api che gli avevano fornito il miele, mut loro il colore, rendendolo simile a quello dell'aureo rame e, dal momento che esse abitavano in luoghi molto rigidi, le rese tutte resistenti e insensibili al freddo.
 (Diodoro Siculo, Biblioteca storica V, 70)
Amaltea, la capra, era bruttissima, al punto tale che Madre Terra, dietro suggerimento dei Titani, le aveva proibito di mostrarsi in giro e lei, poverina, si era andata a rifugiare nel fondo di una grotta del monte Ida. In compenso per era molto tenera: allatt Zeus e lo circond di cure come nessuna madre avrebbe mai fatto. Durante la notte, quando il freddo dell'inverno cretese era pi intenso, restava sveglia accanto a lui per riscaldarlo col suo alito caldo.
Una volta diventato grande, Zeus come prima cosa ammazz Amaltea. Aveva bisogno di un giubbotto di lana e, non avendo trovato nei dintorni nessun altro animale da pelliccia, pens bene di sopprimere la sua balia. Nel medesimo tempo per, anche per scaricarsi la coscienza, le dedic un'intera costellazione (il Capricorno).
Recatosi sull'Olimpo, Zeus si spos con sua cugina Meti, una strana Dea nota per la sua perfidia. Costei, con la complicit di Rea, convinse Crono ad assumere un coppiere e gli present il suo nuovo marito travestito da sommelier. Una volta ammesso alla mensa del padre, Zeus ne approfitt per versargli un intruglio che lo fece vomitare. Apollodoro ci racconta l'episodio:
 Cresciuto a giovinezza, Zeus si prese a compagna Meti, figliuola di Oceano; questa diede a Crono tal beveraggio, in virt del quale egli vomit prima il sasso, indi tutti i figliuoli che avea divorati.
 (Apollodoro, Biblioteca I, 2, 1)
A detta di Pausania (X, 24, 5), il famoso sasso restituito da Crono sarebbe ancora oggi visibile presso l'oracolo di Delfi. Controllare per credere.
La detronizzazione di Crono, per, non voleva dire la conquista automatica dell'Olimpo. C'era tutto uno stuolo di divinit e di mostri, pi o meno grandi, che aspiravano al potere. In primo luogo i Titani, poi i Centimani e infine una ventina di Giganti non meglio identificati. Essendosi per Zeus alleato con Poseidone e Ade, ne venne fuori una vera e propria guerra generazionale che vedeva da una parte gli zii, ovvero i figli di Urano, e dall'altra le nuove leve.
 Da tempo lottavano, soffrendo pene terribili, gli Dei Titani e quanti erano i figli di Crono, gli uni, i Titani gloriosi, dall'alto dell'Otri, e gli altri, gli Dei donatori di beni, dall'Olimpo. Da dieci lunghi anni non s'intravvedeva una fine all'aspra contesa, e incerta si protraeva la guerra.
 (Esiodo, Teogonia 629 sgg.)
A porre fine ai combattimenti fu, come al solito, l'astuzia. Zeus convinse i Centimani Briareo, Gige e Cotto a passare dalla sua parte. Bast invitarli a cena e far servire loro nettare e ambrosia. A quanto pare i tre mostri non avevano mai assaggiato nulla di cos prelibato. Certo  che da quel giorno, presi per la gola, non capirono pi niente e si schierarono contro i loro stessi fratelli. E siccome disponevano di cento braccia ciascuno, ogni volta che lanciavano delle pietre, erano trecento quelle che si abbattevano sulle teste dei Titani.
Incatenati per la seconda volta i Titani ribelli nel profondo Tartaro, ivi piantonati a vista dagli stessi Centimani, a Zeus non restava che eliminare i Giganti, ovvero ventiquattro energumeni dai capelli inanellati, dalle lunghe barbe e dai piedi a forma di serpente. La cosiddetta Guerra dei Giganti fu caratterizzata da una serie di duelli, uno pi cruento dell'altro. Eccone i principali:

Eracle contro Alcioneo
La Titanessa Era, seconda moglie di Zeus, aveva profetizzato che solo un mortale vestito di pelle di leone avrebbe sconfitto i Giganti, e solo dopo aver mangiato un'erba miracolosa. Zeus allora, con santa pazienza, si mise a cercare quest'erba e, dopo averla trovata, la dette da mangiare a Eracle, il mortale vestito con pelle di leone e prediletto dagli Dei.
Il duello tra Eracle e Alcioneo fu tremendo. Tre volte l'eroe greco lo scaravent al suolo con un colpo di clava e tre volte Alcioneo si rialz pi forte e feroce di prima. Era la Madre Terra che gli restituiva le forze ogniqualvolta cadeva a terra, cio su di lei (detto in termini calcistici, si avvaleva del fattore campo). Atena allora indusse Eracle ad attirare il nemico fuori dal suolo nativo e ad ammazzarlo con una freccia avvelenata. Le figlie di Alcioneo, disperate per la morte del padre, si suicidarono gettandosi a mare, e furono tutte trasformate in uccelli marini (gli alcioni).

Porfirione contro Era
Usando come pedana d'appoggio una piramide di pietre, il Gigante Porfirione con un sol balzo piomb sull'Olimpo e si avvent su Era. Stava l l per strangolarla, quando Eros con una delle sue famose frecce erotiche gli trafisse il cuore.
L'odio si mut in lussuria, e Porfirione cominci a stracciare le vesti della Dea nel vano tentativo di possederla. Zeus allora, pazzo di gelosia, lo colp con una folgore procuratagli dai Ciclopi. Il Gigante moll la presa e si avvent su Zeus, ma ecco che una freccia di Eracle lo fece secco.

Efialte contro Ares e Apollo
Malgrado fosse il Dio della Guerra, Ares contro Efialte stava per avere la peggio. Il Gigante lo aveva gi costretto a piegare le ginocchia, quando una freccia scagliata da Apollo gli si conficc nell'occhio sinistro. Efialte, allora, si avvent come una belva ferita su Apollo e stava gi per stenderlo al suolo quando una seconda freccia, questa volta scagliata da Eracle, lo centr nell'occhio destro e lo uccise.

Altri duelli
L'intervento di Eracle, in pratica, fu determinante in tutti gli scontri che ebbero luogo tra Dei e Giganti, bench gli Dei si battessero al meglio delle loro possibilit. Dioniso, per esempio, scaravent al suolo Eurito, Ecate bruci Clizio con una torcia, ed Efesto ustion Mimante con una sbarra di ferro incandescente, eppure fu sempre Eracle il risolutore; tranne che nel caso di Atena, la quale, con un sol colpo, riusc ad appiattire il Gigante Encelado al punto di farlo diventare un'isola, la Sicilia. Il duello per che pi di tutti contrassegn la guerra dei Giganti fu quello tra Zeus e Tifone.

Zeus contro Tifone
Gea, la Madre Terra, era, per cos dire, fuori dalla grazia di Dio: quel farabutto di Zeus, con l'aiuto dei suoi fratelli e di quei fetentoni dei Centimani, aveva sterminato i suoi figli pi belli, i Titani, dal primo all'ultimo.
Ormai non c'era pi nessuno che si potesse opporre allo strapotere di Zeus. E allora lei che fa? Pensa e ripensa, si chiude in una grotta della Cilicia, si stringe le tempie tra le mani e, con la sola forza del pensiero, senza il concorso di nessun maschio, partorisce un mostro che pi mostro di cos non lo si pu proprio immaginare: l'orrendo Tifone.
Per descriverlo, lascio la parola ai colleghi Apollodoro, Esiodo e Ovidio:
 Era Tifone, fra quanti mostri Gea avesse generato, il pi terrificante di tutti per grandezza e forza di braccia. Costui fino alle cosce era di natura umana, per il resto tutto un groviglio di draghi ritorti. Era cos alto che con il capo urtava le stelle, e mentre con una mano sfiorava l'Occidente, con l'altra toccava l'estremo lembo dove sorge il Sole. Da capo a piedi era coperto di penne: dalla testa gli venivan gi crini lunghissimi, cos come intricata e fulva era la barba. E gittava dagli occhi fiamme e pietre infocate, ed empiva l'Universo intero di orrendi ruggiti.
 (Apollodoro, Biblioteca I, 6, 3)
 Le sue braccia eran fatte per compiere sforzi enormi e i piedi per instancabili fatiche. Dalle sue spalle spuntavano cento teste di serpi, di terribili draghi, con lingue nere vibranti, e dagli occhi, sotto le ciglia, splendeva un ardore di fuoco. E voci inaudite s'alzavano dalle orrende teste, che suoni d'ogni sorta emettevano: ora di tori muggenti dall'impeto irrefrenabile, ora di leoni dal cuore spietato, e ora pi simili ai cani.
 (Esiodo, Teogonia 823 sgg.)
 Tifone, uscito dagli abissi profondi della Terra, incusse tale terrore nei Celesti che tutti si dettero alla fuga, celandosi sotto mentite spoglie, finch, stremati, non raggiunsero la terra d'Egitto e il Nilo dalle sette foci. Giove guidava il branco sotto forma d'ariete e ancora oggi  raffigurato con lunate corna: il Dio di Delo si tramut in un corvo, il figlio di Semele in un capro, la sorella di Febo in una gatta, la figlia di Saturno in una candida vacca, Venere s'occult in un pesce e il Dio Cillenio sotto le piume di un ibis.
 (Ovidio, Metamorfosi V, 321 sgg.)
Per maggior precisione, gli Dei in fuga, citati da Ovidio, erano nell'ordine: Zeus, Apollo, Dioniso, Artemide, Era, Afrodite ed Ermes. C' chi parla anche di Ares trasformatosi in cinghiale e di Efesto diventato bue, ma in proposito i mitologi non sono tutti d'accordo. Fatto sta che da quel giorno, in Egitto, nacque il culto delle divinit animalesche (Luciano, Dei sacrifici 14).
Ebbene, come giudicare i tanto celebrati Dei dell'Olimpo? Un branco di codardi? Non direi: Tifone doveva essere davvero un castigo di Dio, non a caso il suo nome stava per fumo stupefacente. Solo a guardarlo c'era di che restarne terrorizzati.
Il primo, comunque, a rendersi conto che una figura del genere non la si poteva fare fu proprio il grande Zeus. Seppure tremando come una foglia, affront il mostro partorito dalla Madre Terra e Tifone, per tutta risposta, gli lanci contro due lunghissime fiammate che non lo colpirono, ma che in compenso generarono i deserti del Sahara e dell'Arabia Saudita.
 Zeus, visto Tifone da lontano, lo percosse col fulmine e, quando gli fu vicino, lo spavent apparendogli innanzi armato di un'affilata falce adamantina. E, dal momento che il mostro fuggiva, lo insegu fino al monte Casio, dopodich, accorgendosi ch'era ferito, si azzuff con lui. Sennonch Tifone, abbrancatolo con le voluminose spire, lo serr stretto e, toltagli dalle mani la falce, gli tagli i tendini delle mani e dei piedi, e sulle spalle caricatoselo lo port fino in Cilicia, dove lo depose in un antro, ivi custodendo i tendini recisi in una pelle d'orso, e mise alla custodia del luogo una dragonessa, Delfine, per met donna e per met serpente.
 (Apollodoro, Biblioteca I, 6, 3)
A questo punto, colpo di scena: da quelle parti pass Cadmo, un eroe greco famoso per la sua abilit di suonatore di flauto. Tifone e Delfine, pur essendo mostri, apprezzavano moltissimo la musica da camera, motivo per cui invitarono Cadmo a suonare il flauto per loro. Dopo averli accontentati, Cadmo si pavoneggi: Questo non  nulla: dovreste sentire cosa sono capace di fare con la lira!.
E perch non ce la suoni un pochino?
Perch non ho le corde: mi si sono rotte. Ho solo lo strumento ricavato da un guscio di tartaruga.
Veramente noi dovremmo avere da qualche parte dei vecchi tendini. Magari li potresti provare.
E fu cosicch l'eroe Cadmo prima suon la lira e poi, col favore delle tenebre, restitu i tendini a Zeus, il quale, riacquistato l'uso degli arti, non si fece pi sorprendere: scaric su Tifone tutti i fulmini che aveva a portata di mano. Il Gigante reag a modo suo, lanciando contro il Padre degli Dei macigni grandi come montagne. Il duello ebbe fasi alterne, finch Zeus, con un'ultima folgore, riusc a stendere al suolo il suo avversario. Poi, per maggior sicurezza, gli adagi sopra il monte Etna, in modo che non potesse pi rialzarsi. E ancora oggi, affacciandosi sull'orlo del cratere,  possibile vedere Tifone che urla al cielo tutta la sua rabbia.
 Durante il giorno ne fuoriescono torrenti di lava, che versano cortine incandescenti di fumo, e nelle tenebre una fiamma rosseggiante trascina i massi di pietra con strepito immane.  Tifone, bestia mostruosa, che fa scaturire simili getti di fuoco. O spettacolo prodigioso, che lascia increduli gli occhi e che suscita stupore solo a sentirlo narrare!
 (Pindaro, Pitica I, 21 sgg.)
III

Prometeo
Fin qui abbiamo parlato della nascita dell'Universo e degli Dei maggiori, ora chiediamoci come nacquero i primi esseri umani. Secondo alcuni sarebbero spuntati dal terreno, pi o meno come i carciofi, secondo altri, invece, sarebbero caduti dagli alberi come le ghiande e secondo altri ancora sarebbero stati fabbricati, impastando la creta con l'acqua, da due Dei di serie B, Prometeo ed Epimeteo, entrambi figli del Titano Giapeto. Ed ecco come Ovidio ci racconta la loro storia:
 Il figlio di Giapeto, intrisa la terra vergine con l'acqua di un fiume, la plasm a immagine degli Dei che reggono l'Universo. E mentre gli animali tutti li aveva creati con lo sguardo rivolto verso terra, all'uomo concesse un viso eretto in modo che potesse mirare il cielo e volgere lo sguardo verso le stelle.
 (Ovidio, Metamorfosi I, 82 sgg.)
Prometeo, in greco, voleva dire colui che riflette in tempo, Epimeteo, invece, colui che riflette in ritardo e questo spiega anche perch quest'ultimo, nel distribuire le risorse vitali, si dimentic di donare agli uomini i mezzi per sopravvivere, ovvero le unghie per arrampicarsi sugli alberi, la pelliccia per il freddo, e le zanne per sbranare i nemici. Platone, nel Protagora, ci racconta questa fase della genesi e ci fa vedere come Epimeteo ce l'avesse messa tutta per aiutare ogni specie vivente.
 Nel compiere la distribuzione, ad alcuni donava la forza e non la velocit, e ad altri, invece, i pi deboli, la velocit per la fuga. Alcuni li armava e altri, gi per natura inermi, li forniva di mezzi di salvezza. A chi le ali per fuggire, a chi una dimora sotterranea. E cos facendo fin per distribuire tutto quello che aveva, in modo che nessuna stirpe potesse mai estinguersi. Dopo i mezzi per la difesa, escogit agevoli modi per proteggerli dalle intemperie delle stagioni di Zeus: folti peli e spesse pelli per resistere al freddo, ma anche capaci di sopportare il caldo. Ad alcuni gli zoccoli, ad altri le unghie. Solo che, mancando di esperienza, fin col donare tutto agli esseri privi di ragione e nulla al genere umano.
 (Platone, Protagora 321)
Ma che hai fatto? lo rimprover Prometeo. Hai equipaggiato gli animali e gli uomini no: me li hai lasciati nudi come vermi!
Scusami, o fratello, ma mi sono sbagliato nel suddividere le forniture rispose confuso Epimeteo. Sono stato troppo generoso all'inizio con i leoni, le scimmie, gli orsi, le lepri e i cinghiali, e quando sono arrivato agli umani non avevo pi nulla da dare.
E fu cosicch, da quel giorno, Prometeo divenne una specie di difensore d'ufficio della razza umana, primo esempio di tutta una serie di personaggi storici (quali, per esempio, i fratelli Gaio e Tiberio Gracco, Cola di Rienzo, Masaniello, i Giacobini...) che si dedicarono con impegno alla causa del popolo. E fu per aiutare gli uomini che un giorno, a Sicione, dovendo sacrificare mezzo bue a Zeus, Prometeo divise la carcassa dell'animale in due parti: una met pi grande, dove nascose tutte le ossa, e un'altra molto pi piccola, dove stip tutta la carne. Dopodich chiese a Zeus quale delle due met era di suo gradimento, e il Padre degli Dei, ovviamente, scelse la maggiore. Non appena si accorse, per, di aver ricevuto solo pelli e ossa, mont su tutte le furie.
O vili creature, url avete voluto la carne? E adesso ve la mangiate cruda!
Detto fatto, tolse il fuoco ai mortali. Dai camini accesi le fiamme scomparvero all'improvviso e non ci fu verso di rianimarle. Invano gli uomini strusciarono tra loro ramoscelli secchi o pietre di selce: non una scintilla ne venne fuori. L'inverno, oltretutto, quell'anno fu ancora pi rigido del solito. Il termometro, se ci fosse stato, sarebbe sceso sotto lo zero e gli uomini, la notte, per difendersi dal freddo, furono costretti a dormire avvinghiati gli uni agli altri. Prometeo, a quel punto, reag da par suo: secondo alcuni invent la pietra focaia (Diodoro Siculo, Biblioteca storica V, 67), secondo altri, invece, impietosito dai lamenti dei mortali, si arrampic sull'Olimpo col proposito di restituire il fuoco al genere umano. Si acquatt dietro il portone dove ogni mattina, all'alba, usciva Febo con il carro del Sole e al suo passaggio riusc a scippargli una scintilla di fuoco che nascose nel cavo di una ferula, o bastone sacerdotale cavo all'interno.
Quando Zeus si accorse che il fuoco era tornato nelle case dei mortali, la sua ira fu incontenibile. Per tre giorni e tre notti la Terra fu devastata da tempeste, terremoti e alluvioni. Una volta sfogata la rabbia, poi, cominci a indirizzare la vendetta contro bersagli precisi.
Innanzitutto nei confronti di Prometeo, da lui considerato un autentico traditore della propria stirpe. Convoc il divino fabbro Efesto, detto anche l'Ambidestro, e due suoi aiutanti chiamati Dominio e Terrore affinch incatenassero il reo su una vetta del Caucaso.
A dirla tutta, il povero Efesto non aveva alcuna voglia di torturare Prometeo, che, alla fin fine, era pur sempre un cugino di primo grado. Dominio, allora, accorgendosi del suo disagio, lo redargu pesantemente.
 Come fai ad averne piet? Non ti rendi conto che ha tradito la nostra stirpe?
 (Eschilo, Prometeo incatenato 36)
Ed Efesto rispose:
 Forse sar anche giusto quello che dici, ma siamo vissuti sempre insieme e abbiamo lo stesso sangue.
 (Op. cit. 38)
Dopodich, rivolgendosi a Prometeo, quasi a chiedergli scusa:
 O ribelle Prometeo, dovr incatenarti alla roccia disumana, con blocchi di bronzo impossibili da spezzare. Qui non vedrai pi figure, n voci di esseri viventi, ma immobilizzato e cotto alla vampa del fiammeggiante Sole, sentirai la tua carne sfiorire e a poco a poco sformarsi.
 (Op. cit. 20)
Prometeo url, imprec contro Zeus, ma la tortura era solo agli inizi. A un certo punto sent un frullio d'ali: era un'aquila che gli si avventava addosso. Ermes, a quel punto, lo inform sui particolari del supplizio.
 Sconterai fino in fondo la colpa per lunghissimi anni, e il segugio di Zeus, l'aquila striata di sangue, golosa, far scempio di te, cencio smisurato di carne: tu magari non l'inviterai al banchetto, ma lei scivoler lo stesso dentro di te e, finch ci sar la luce, far onore al festino nel tuo fegato oscuro.
 (Op. cit. 1020)
E non basta: affinch lo strazio durasse pi a lungo, Zeus comand che il fegato gli rinascesse ogni notte, per dar modo all'aquila di beccarlo in eterno.
Il secondo bersaglio furono i mortali. Come punirli? Qui Zeus ebbe un'idea davvero curiosa.
 Qual pena per aver rubato il fuoco, voglio donare ai mortali un male di cui dovranno essere contenti, in modo che facciano festa al loro stesso male.
 Cos parl, ridendo, il Padre degli Dei e ordin all'industrioso Efesto che subito impastasse, con acqua e creta, un mostro che somigliasse alle Dee immortali, di bella, virginea e amabile presenza.
 (Esiodo, Le opere e i giorni 56 sgg.)
In parole povere, ordin a Efesto di creare la prima donna, cio un mostro, bello a vedersi, ma tormentatore degli uomini fino alla morte.
 L'inclito Ambidestro, allora, plasm con la terra un'immagine simile a candida vergine; la glaucopide Atena le don la cintura, le Cariti e la veneranda Persuasione le ornarono il corpo con aurei monili, le Ore dai capelli fluenti le donarono una corona di fiori, il messaggero Argifonte, per volere di Zeus, le mise in petto l'indole ingannatrice, le menzogne e gli astuti discorsi. Questa donna fu chiamata Pandora.
 (Op. cit. 69 sgg.)
Ora, come far accettare Pandora ai mortali? Per Zeus non fu un problema: la propose in moglie a Epimeteo. Quello  scemo, pens vedrai che se la prende.
E difatti Epimeteo non se la fece proporre due volte: come la vide, perse la testa e la volle subito accanto a s. E insieme alla donna Zeus gli fece pervenire anche il primo regalo di nozze della storia: il famigerato Vaso di Pandora, che nessuno avrebbe mai dovuto aprire, per nessun motivo.
Prometeo, che non a caso significa previdente, aveva messo in guardia il fratello. Non accettare, o Epimeteo, mai doni da Zeus. E difatti, malgrado i divieti, la curiosit di Pandora ebbe il sopravvento, e un brutto giorno la donna volle aprire l'anfora per esaminarne il contenuto.
Non l'avesse mai fatto! Dal Vaso uscirono tutti i mali possibili, quelli che ancora oggi tormentano noialtri esseri umani.
 Fino a quel giorno la stirpe mortale aveva vissuto lontana dai mali, senza essere costretta a lavorare e senza che le malattie traessero gli uomini alla morte. Ma la donna, togliendo di sua mano il coperchio dal Vaso, disperse i mali, procurando agli uomini eventi luttuosi. Piena di mali, infatti,  la terra, e pieno  anche il mare, e i morbi si aggirano fra i mortali, silenziosi, perch l'accorto Zeus tolse loro la voce.
 (Op. cit. 90 sgg.)
E tutto questo per colpa di chi? Di una donna; sempre a dar retta a Esiodo, beninteso.
 Da lei, infatti, nacque la stirpe nefasta delle donne. Ah, quale immensa sciagura per gli uomini mortali!
 (Esiodo, Teogonia 590)
Per fortuna che, nell'assortimento del Vaso, non mancava la Fallace Speranza, altrimenti gli uomini, travolti da un cos impetuoso torrente di guai, non avrebbero retto e si sarebbero di certo suicidati. Tutto questo secondo le teorie di Esiodo, dalle quali, peraltro, la religione cristiana non  che poi si discosti molto, dal momento che, anche nei nostri libri sacri, fu Eva ad adescare Adamo e non viceversa.
Nessun mito  pi attuale di quello di Prometeo. In esso ritroviamo sia il Bene ottenibile dal fuoco, e cio l'energia in tutte le sue manifestazioni, sia il Male conseguente all'inquinamento, come dire tutti i vantaggi e gli svantaggi connessi al Secondo Principio della Termodinamica.
Per chi non sapesse nulla di fisica, ricordo che per colpa di questo stramaledetto Principio, ogni volta che proviamo a modificare la materia per cavarne un pizzichino di energia, una parte di questa materia si polverizza e si va a mischiare con l'ambiente, generando tutta una serie di casini, generalmente noti come inquinamenti atmosferici.
Motivo per cui, per non danneggiare l'ambiente che ci circonda, ognuno di noi dovrebbe avere il buon senso di non muoversi e di assistere imperturbabile allo svolgersi degli eventi, facendo cos felici, tra l'altro, gli ambientalisti.
Non tutti, per, grazie a Dio, sono di questo parere, e se oggi la vita media dell'uomo ha raggiunto un'et ragguardevole, un po' di merito va dato anche alla scienza e alle sue scoperte. Certo  che quando si costruisce un vaso grosso come quello di Chernobyl, qualche precauzione bisogna pur prenderla, come quella di alloggiarlo in un contenitore a prova di esplosione e, soprattutto, evitando di affidarlo a personaggi come Pandora.
IV

Il Diluvio Universale
Non ci sono dubbi: un bel po' di pioggia deve esserci davvero stata, se tutte le mitologie del mondo hanno in repertorio il Diluvio Universale.
Per i Cinesi fu il mostruoso Kung-kung ad abbattere a cornate uno dei pilastri del Cielo, il monte Pu-shou, e a provocare un interminabile acquazzone. Fortunatamente per noi, in quell'occasione il prode Fu-hsi e sua sorella Ni-Kua provvidero a salvare se stessi e le specie animali servendosi di una zattera.
Per i Babilonesi il salvatore di turno si chiamava Utnapishtim, che costru la sua brava arca e si and ad arenare in cima a una montagna. Poi, una volta smesso di piovere, lasci libera una colomba per vedere che aria tirava: insomma si comport esattamente come il nostro No nella Bibbia.
Per gli Indiani dell'Estremo Oriente, invece, fu un pesce a salvare il genere umano. Era ancora attaccato all'amo, quando implor Manu, il marinaio che lo aveva pescato: Se mi ributti in mare, gli disse ti dar una informazione che tra qualche giorno ti sar molto utile. Cos il pesce preannunzi a Manu la gigantesca alluvione e gli sugger di costruirsi una barca sufficientemente grande da ospitare tutte le specie viventi.
In Egitto fu la Dea Hathor, anche detta, senza offesa, la Grande Vacca, a desiderare la fine del genere umano. Meno male che Rie, il Dio del Cielo, impietositosi, inond la Terra di birra rossa: la tremenda Hathor, assetata di sangue, scambi la birra per sangue e ne bevve tanta da ubriacarsi, e, Dio sia lodato, si dimentic di distruggere l'umanit.
Per i Cherokee, infine, fu un cane ad avvertire il suo padrone pellirossa che stava per cominciare a piovere, mentre per l'Edda scandinava gli unici a non finire annegati furono una coppia d'innamorati che avevano appena noleggiato una barca per darsi due baci al chiaro di luna. Ma passiamo ai Greci.

Licaone e i suoi cinquanta figli
Il re Licaone era un uomo molto pio: amava gli Dei e loro lo ricambiavano con pari affetto. Una sera, approfittando del fatto che in cielo c'era la luna piena, il re invit Zeus a una cena all'aperto. I suoi cinquanta figli, per, dubitando che l'ospite fosse davvero il Padre degli Dei, vollero metterlo alla prova e insieme allo spezzatino di vitello gli servirono un contorno d'interiora di bambino, tale Nittimo, con ogni probabilit un figlio minore o un parente povero. Zeus, ovviamente, se ne accorse al primo boccone e, disgustato, rovesci la tavola per poi tramutare, seduta stante, Licaone e i figli in un branco di lupi.
Quando la notizia giunse sull'Olimpo, tutti gli Dei inorridirono: Di questo passo dove andremo a finire? esclamarono i pi intransigenti, e di comune accordo decisero che i mortali andavano purificati. Ma come? Con una bella doccia collettiva: pazienza se poi qualcuno ci avrebbe rimesso la pelle.
 Con madide ali il vento Noto irrompe volando, col viso minaccioso coperto da una caligine nera come la pece. La sua barba  rigonfia di nubi, e scroscia acqua dai canuti capelli. Gocciolano le sue penne e le pieghe della veste. Dall'etere si rovesciano infinite piogge.
 (Ovidio, Metamorfosi I, 264 sgg.)
Per rincarare la dose, Zeus chiede aiuto anche al fratello Poseidone, Dio del Mare.
 Costui chiam a consiglio i fiumi e disse loro:  necessario che sprigioniate le vostre forze, che spalanchiate i vostri recessi, che abbattiate ogni robusto argine e che lasciate sciolte le redini alle vostre correnti. Dopodich col suo tridente percosse la Terra: essa sussult e apr la via alle acque. Fuor dagli argini irruppero i fiumi sui liberi campi, e insieme ai raccolti trascinarono gli alberi, gli armenti, gli uomini e le case. Sotto i gorghi sparirono perfino le torri pi alte. Mare e terra non ebbero pi alcun confine, essendo il mare in ogni luogo, e mancando le rive a segnare i limiti.
 (Op. cit. I, 276 sgg.)
Ovidio indugia a descrivere nei minimi particolari questo scenario apocalittico.
 Stupite le Nereidi guardarono le citt sommerse e le case sott'acqua. Videro delfini errare tra le selve e urtare i rami pi alti delle querce, mentre fra le pecore nuotava il lupo, e i leoni e le tigri venivano trascinati dai flutti. A nulla servirono ai cinghiali le terribili zanne, n ai cervi travolti le veloci zampe e, dopo aver a lungo volato per trovare un lembo di terra dove posarsi, gli uccelli errabondi con le ali stanche precipitarono in mare.
 (Op. cit. I, 301 sgg.)
In questa immane catastrofe si salvarono solo in due, Deucalione e Pirra, che, a stretto rigore di termini, sarebbero i nostri progenitori.
Deucalione, re di Ftia, un giorno era andato a far visita a suo padre Prometeo, da sempre incatenato su una montagna del Caucaso, e aveva saputo dell'imminente catastrofe. Cos pot correre ai ripari e farsi costruire dai sudditi una barca abbastanza grande da ospitare coppie di animali nel maggior numero possibile. L'arca navig nove giorni e nove notti sotto la tempesta, per poi andarsi a incagliare su una delle due vette del Parnaso. A quel punto, inevitabilmente, anche lui liber una colomba perch gli trasmettesse le previsioni del tempo.
 Le acque si abbassarono e cominciarono a spuntare i primi colli. Il mare recuper le sue rive e i turgidi fiumi ritornarono nel letto avito. Man mano che le onde defluirono, si ampliarono le distese dei campi e si palesarono le cime svettanti delle folti selve che nelle foglie trattenevano ancora tracce di limo. Torn come prima il vasto mondo.
 (Op. cit. I, 342 sgg.)
Deucalione e Pirra a questa visione si guardarono l'un l'altra angosciati: erano riusciti s a salvarsi dal nubifragio, ma erano anche gli unici superstiti. Non poterono trattenersi dal piangere.
 O dolce cugina e sposa, disse Deucalione or siamo rimasti in due. Gli altri caddero tutti preda del mare infuriato. Ma anche questa certezza non  ben salda nel cuore, giacch mi sgomentano i nembi. Se anche tu dovessi perire tra le onde, io, o mia sposa, ti seguirei da presso. Ah, se potessi, con le arti paterne, creare i popoli e ispirare la vita nella terra plasmata! Or, invece, la stirpe mortale si estingue, giacch questo fu il volere dei Numi.
 (Op. cit. I, 355 sgg.)
Queste parole furono udite dalla Dea Temi che, commossa, volle dare loro un piccolo suggerimento.
 Velatevi il capo, scioglietevi la cintura delle vesti, e gettate alle vostre spalle le ossa di vostra madre.
 (Op. cit. I, 382 sgg.)
Deucalione e Pirra, ovviamente, non capirono un bel nulla del messaggio della Dea. A quale madre voleva alludere? A quella di Deucalione o a quella di Pirra? E poi, dove diavolo stavano queste ossa benedette?
A forza di pensarci, riuscirono a venirne a capo: la madre, cui Temi si riferiva, altri non era che la Grande Madre Terra su cui poggiavano i piedi e le sue ossa i sassi che avrebbero incontrato sul cammino.
 E le pietre cominciarono a perdere la durezza, e a diventare malleabili, e ad acquistare la forma. Poi, quando si allungarono, fu possibile scorgere in loro una vaga apparenza di figura umana, come di marmo appena sbozzato, e simile in tutto a statue non ancora compiute. Di esse, la parte pi umida si mut in carne umana e quella pi solida, non potendo pi ammorbidirsi, ne divenne lo scheletro. E fu cosicch in breve volgere di tempo, per volere dei Numi, le pietre scagliate dal maschio assunsero l'aspetto dei maschi, e quelle gettate dalle mani della femmina ricostituirono il genere femminile.
 (Op. cit. I, 400 sgg.)
V

Zeus ed Era
A parte Zeus (Giove per i Romani) ed Era (Giunone), che per unanime riconoscimento erano il Signore e la Signora dell'Olimpo, tutti gli altri superdivi della mitologia greca formano un contesto difficilissimo da raccontare. A chi dare la precedenza, ad esempio, tra Apollo e Atena? E poi ancora: Pan  da considerare fra gli Dei maggiori o fra i minori? Ed  pi importante o meno importante di Estia?
Ora, trattandosi di divinit permalose e vendicative, prudenza vuole che ci si attenga al pi stretto ordine alfabetico, almeno per quanto riguarda i pi importanti, e precisamente per Ade (Plutone), Afrodite (Venere), Apollo (idem per i Romani), Ares (Marte), Artemide (Diana), Atena (Minerva), Demetra (Cerere), Dioniso (Bacco), Efesto (Vulcano), Ermes (Mercurio), Estia (Vesta), Pan (idem per i Romani) e Poseidone (Nettuno). Per poi proseguire con i mostri e i mostriciattoli di ambo i sessi.
Altro problema  il groviglio di pettegolezzi che li avvolge. Gli Dei greci, a differenza di quelli di altre religioni, furono creati a immagine e somiglianza dell'uomo della strada, difettucci inclusi, motivo per cui gelosie, corna, dispetti e innamoramenti erano all'ordine del giorno. Inoltre, essendo le loro avventure quanto mai interconnesse, si corre il rischio di ripeterle pi volte, o di saltarle a pi pari solo perch convinti di averle gi raccontate.
Per saperne di pi, quindi, non resta che consultare volumi pi esaurienti, e in proposito cogliamo l'occasione per segnalarne tre, fondamentali: i Miti greci di Robert Graves (Longanesi), l'Enciclopedia dei miti a cura di Pierre Grimal (Garzanti) e Gli Dei e gli eroi della Grecia di Kroly Kernyi (Garzanti).
Zeus ed Era sembrano quasi lo stereotipo della coppia che litiga, come dire un Arcibaldo donnaiolo e una Petronilla rompiscatole che lo tormenta dalla mattina alla sera con la gelosia. Per raccontare tutti i tradimenti perpetrati da Zeus e tutte le conseguenti vendette di Era non basterebbe l'intero libro; ci limiteremo pertanto a citare solo le beghe principali.
A Zeus, come si  pi volte ripetuto, piacevano le donne. La prima con cui ci prov fu sua madre Rea. Un giorno, preso da raptus erotico, le us violenza. Inutilmente la sventurata cerc di tramutarsi in serpente: lui, pi allupato che mai, fece altrettanto e fin per raggiungere il suo scopo.
In seguito collezion nell'ordine: la cugina Meti, la Dea dell'Ordine Temi (generando con essa le Stagioni e le Moire), Eurinome (da non confondere con quella del mito pelasgico) mettendo al mondo le tre Grazie, quindi Mnemosine (rendendola madre delle Muse), e poi ancora la cognata-nipote Persefone, eccetera eccetera.
 ovvio che dietro ognuno di questi veri e propri stupri si nasconde un'allegoria. Tanto per citarne qualcuna: quella di Temi (la Dea dell'Ordine) sta a ricordare che gli antichi Elleni si erano accollati il compito di ordinare il calendario; quella di Mnemosine che genera le Muse evoca la necessit di lenire con l'arte del canto le pene ai mortali, e via dicendo.
 Le partor Mnemosine, regina dei clivi d'Euletere, perch fossero di oblio ai mali e di tregua al dolore. Per nove notti di seguito, lontano dagli immortali, con essa si un il prudente Zeus e lei, a un anno di distanza, gli gener nove fanciulle di uguale sentire, a cui il canto  caro e privo di affanni  il cuore.
 (Esiodo, Teogonia 53 sgg.)
La tecnica preferita da Zeus era il travestimento. Per sedurre Alcmena prese le sembianze del marito Anfitrione appena tornato dalla guerra (vedi I miti degli eroi, cap. VI). Con Nemesi diventata oca si mut in cigno, ottenendo un uovo, successivamente covato da Leda, dal quale nacque la bella Elena. Per fare i comodi suoi con la ninfa Io, senza farsi cogliere in fallo dalla moglie, mut la giovanetta in vacca e se stesso in toro. Infine, per fecondare Danae, che il padre Acrisio aveva murata viva, solo perch un oracolo gli aveva predetto che un giorno sarebbe stato ucciso da un nipote (quod timens Acrisius, eam in muro lapideo praeclusit - Igino, Fabulae 63), si trasform in pioggia d'oro e penetr nel bunker attraverso alcune crepe del soffitto.
A dirla tutta, sull'episodio di Danae sono state insinuate moltissime malignit. Secondo alcuni (tra cui Klimt e Orazio), la pioggia d'oro sta a indicare che, a volte, per conquistare una donna basta sganciare un po' di soldi.
 La torre di bronzo che l'imprigionava, gli stipiti di quercia, la cupa veglia dei cani, ben difendevano Danae dai notturni amatori, ma Giove e Venere risero di colui che custodiva la vergine segreta, e risero dei timori di Acrisio. Facile  la via per un Signore che appare nell'oro, giacch l'oro passa attraverso le guardie del corpo, infrange le muraglie ed  pi forte della folgore.
 (Orazio, Odi III, 16, 1)
Le liti tra Zeus ed Era erano proverbiali, sennonch, a parte i fulmini, non erano poi di molto diverse da quelle che affliggono i comuni mortali. Per rendersene conto basta leggersi quattro versi dell'VIII libro dell'Iliade, l dove Era inveisce:
 Di te e della tua rabbia non m'importa niente, neppure se te ne vai all'estremit della terra o del mare, l dove abitano Giapeto e Crono, senza un raggio di sole e un alito di vento.
 (Omero, Iliade VIII, 477 sgg.)
Un po' come quando noi diciamo alle nostre gentili signore: Torna pure da tua madre, che tanto, pi lontana sei e meglio sto!. La Dea dalle bianche braccia, per, spesso e volentieri si vendicava: un giorno, stanca di essere continuamente tradita, aizz l'intero Olimpo perch le imprigionasse il marito infedele. Fu allora che, con la sola eccezione di Estia, pacifica e casalinga, tutti gli Dei saltarono addosso a Zeus e lo immobilizzarono con corde di cuoio annodate cento volte. I nodi erano talmente coordinati che appena si cercava di scioglierne uno, tutti gli altri si riannodavano automaticamente. A salvare Zeus provvide la Nereide Teti che, temendo una guerra di successione sull'Olimpo, chiam in suo aiuto il Gigante Briareo. Costui, in quanto Centimane, riusc a sciogliere i cento nodi nel medesimo istante. L'episodio  citato dal Pelide Achille, allorch, nel colmo dell'ira funesta, ricorda alla madre Teti il favore fatto a Zeus in quell'occasione:
 Se  vero che un tempo gli fosti molto utile, va' all'Olimpo, o madre, e supplica Zeus. Pi volte ti ho udito menar vanto di aver difeso il figlio di Crono, signore dei nembi oscuri, da un oltraggio tremendo. Tu sola tra gl'immortali andasti da lui, mentre tutti gli altri, Era, Poseidone e Pallade Atena, l'avevano gi incatenato, e lo liberasti chiamando l'essere dalle cento braccia detto Briareo. Ricordagli questo, siediti accanto a lui, abbraccia le sue ginocchia e chiedigli di dare aiuto ai Troiani perch schiaccino gli Achei contro le navi, facendone strage, in modo da godere la vista dell'onnipotente Agamennone che si dispera, lui che non ha mai onorato il pi forte di tutti gli Achei.
 (Op. cit. I, 399 sgg.)
I rapporti tra Zeus ed Era, per, non erano sempre cos burrascosi: di tanto in tanto la Dea dalle bianche braccia si faceva prestare da Afrodite il kests ims, la cintura magica dov'erano racchiusi tutti i trucchi amorosi, ovvero il desiderio sessuale, le dolci parole e la seduzione che rapisce la mente degli uomini saggi (Iliade XIV, 214), e gli prodigava coccole sulle quali, in questo contesto,  preferibile sorvolare. Perch poi, diciamo la verit, a letto tutto filava a perfezione, come ci conferma il fatto che una loro notte d'amore sia durata la bellezza di trecento anni.
VI

Ade
Fatti i debiti scongiuri,  venuto il momento di parlare di Ade (Plutone per i Romani), che era il Signore dell'Oltretomba.
Una volta eliminato Crono, i tre fratelli vincenti, Zeus, Poseidone e Ade, ebbero il problema di dividersi l'impero; misero tre simboli in un elmo, e si affidarono alla sorte. Al primo tocc il Cielo, al secondo il Mare e al terzo gli Inferi. Terra e Olimpo, invece, furono considerati zona comune. Ed ecco come Omero ci racconta il sorteggio per bocca di Poseidone:
 Tre figli maschi nacquero da Crono e da Rea: Zeus, io e il terzo, Ade, che regna sui morti. Il mondo fu diviso in tre parti, e ne tocc una a ciascuno di noi: io ebbi in sorte l'abitare per sempre nel mare bianco di schiuma, Ade, invece, l'ombra e la nebbia, e Zeus il cielo immenso, nell'etere, sempre tra i nembi, mentre la Terra e l'Olimpo furono a tutti comuni.
 (Iliade XV, 187 sgg.)
Su un antico vaso greco  possibile vedere i tre fratelli al momento del sorteggio: Zeus ha la folgore, Poseidone il tridente, e Ade l'elmo che lo rende invisibile. Il pittore vascolare, non potendo dipingere l'invisibilit, ce lo mostra con la testa girata dall'altra parte. La parola ais, infatti, o aides, o ades, vuol dire invisibile oppure colui che rende invisibili. Gi negli Inferi era assolutamente proibito guardare in faccia Ade o sua moglie Persefone: chi trasgrediva diventava a sua volta invisibile. Per quanto riguarda invece Persefone, tutta la storia del rapimento e della conseguente lite con Demetra la racconteremo nel capitolo XII, dedicato per l'appunto a questa Dea.
Proviamo adesso a descrivere il regno dell'Oltretomba, tenendo conto delle varie descrizioni dei principali infernologi. Dove sia collocato l'ingresso non si  mai ben capito. Quelli che hanno avuto la fortuna di farci una visitina, pi o meno rapida, per poi tornare a riveder le stelle, ovvero Orfeo, Eracle, Teseo, Ulisse, Enea e Dante Alighieri, non sono mai stati molto precisi in merito. C' chi parla di un bosco di bianchi pioppi sulle rive del fiume Oceano (Pausania, X, 28, 1), chi di luoghi bui del Tenaro, promontorio della Laconia (Apollodoro, Biblioteca II, 5, 12), chi di una profonda grotta di vasta apertura, difesa da un nero lago e dalle tenebre dei boschi (Virgilio, Eneide VI, 236) e chi di una selva oscura (Dante, Inferno I, 2).
Quello su cui tutti sono d'accordo  che proprio all'inizio dell'Aldil c' l'Acheronte, un fiume tenebroso, e un traghettatore ancora pi tenebroso di nome Caronte, che oltretutto pretende di essere pagato. I Greci, infatti, erano soliti introdurre un soldino nella bocca dei cadaveri, per metterli in condizione di pagarsi il pedaggio.
Per quanto riguarda la descrizione di Caronte, c' solo l'imbarazzo della scelta: abbiamo quella famosa di Dante Alighieri (nocchier della livida palude che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote, Inferno III, 98) e quella di Virgilio (di squallore terribile, a cui una vasta e incolta canizie invade il mento e gli occhi si sbarrano di fiamma, Eneide VI, 299) e infine quella di Eracle che, per convincere il nocchiero a portarlo sulla riva opposta, lo riempie di botte. Il vecchio cede alla violenza e in seguito, per questo cedimento, verr punito e messo in catene dagli Dei degli Inferi. Si spiega cos anche il modo un po' brusco con il quale Caronte riceve i due poeti nella Divina Commedia: Guai a voi, anime prave!. Ma Virgilio non si lascia intimorire e gli risponde per le rime: Non romperci le scatole e rema!. (Ovviamente glielo dice in forma poetica.)
 E 'l Duca lui: Caron, non ti crucciare:
 vuolsi cos col dove si puote
 ci che si vuole, e pi non dimandare.
 (Dante, Inferno III, 94 sgg.)
Il secondo guardiano da affrontare  Cerbero, il cane a tre teste figlio di Echidna e di Tifone. Il suo incarico principale era quello d'impedire ai vivi di entrare e ai morti di uscire. C' qualche dubbio sul numero delle teste (tre secondo alcuni, cinquanta o cento, secondo altri), ma non sul carattere: Cerbero era una brutta bestia, non a caso aveva per fratelli Otro, l'orribile cane di Gerione, l'Idra di Lerna e il Leone di Nemea. Ercole, dopo un'erculea lotta, riusc a catturarlo e a consegnarlo al suo padrone Euristeo che lo rifiut seduta stante e lo risped all'Inferno (vedi I miti degli eroi, cap. VII).
 La dodicesima impresa addossata a Ercole fu ch'egli strascinasse Cerbero fuor dall'Inferno. Narrasi che codesto mostro avesse tre teste di cane, la coda di drago, e sulla schiena centinaia di teste d'ogni razza di serpente.
 (Apollodoro, Biblioteca II, 5, 12)
Tra gli innumerevoli dannati che popolavano l'Estrema Casa, ne ricordiamo tre: un tizio chiamato Tizio, il vecchio Tantalo (quello del supplizio omonimo) e Sisifo, l'uomo pi astuto del mondo.
Tizio era un Gigante che aveva fatto delle avances a Leto, la madre di Apollo e Artemide. A essere sinceri, era stata Era a sfruculiarlo. Gelosa di Leto per una storia che costei aveva avuto con il solito Zeus, la Signora dell'Olimpo aveva fatto in modo che il Gigante le infliggesse alcune molestie sessuali. Tizio stava l l per cogliere il frutto del suo ardire, quando venne trafitto come un puntaspilli dalle frecce dei due infallibili arcieri, Apollo e Artemide.
Una volta sprofondato nel Tartaro, il poveraccio venne condannato alla tortura di Prometeo, e cio essere inchiodato al suolo e farsi divorare il fegato da due avvoltoi per i secoli dei secoli.
Tantalo, invece, era smanioso di mondanit: saputo che gli Dei (oggi diremmo i Divi) stazionavano sull'Olimpo, si arrampic fin lass per conoscerli di persona, e Zeus (quel giorno di buonumore) pens di accontentarlo e d'invitarlo a cena. Immaginiamoci la sua felicit: il giorno dopo tutti i suoi compaesani seppero dell'avventura.
E hai visto anche Afrodite? gli chiedevano.
Certo che l'ho vista: era seduta, a tavola, proprio accanto a me, e a un certo punto mi ha anche urtato un piede.
Ed Ermes che tipo ?
Non potete nemmeno immaginarlo: un personaggio pazzesco! rispondeva Tantalo entusiasta. Abbiamo parlato fino all'alba come se ci conoscessimo da sempre.
Ma gli amici non credettero a una sola parola di quello che lui diceva. Allora Tantalo si arrampic di nuovo in cima all'Olimpo e scongiur gli Dei di restituirgli la visita e di venire a casa sua. Gli Dei accettarono di buon grado; anzi, vennero molto pi numerosi di quanto lo stesso Tantalo si aspettasse. Mnemosine, tanto per dirne una, port con s le nove Muse, Eurinome si fece accompagnare dalle Grazie e via dicendo. A un certo punto Tantalo si accorse di non avere abbastanza cibo, e allora che fece? Avendo numerosi figli, pens di sacrificarne uno, Pelope, e di servirlo insieme ai secondi.
Non l'avesse mai fatto! Gli Dei se ne accorsero subito e respinsero la portata (a eccezione di Demetra che, distratta come sempre, sbocconcell una spalla). Zeus provvide a riattaccare lo spezzatino e Pelope ritorn in vita pi bello e pi forte di prima, con, al posto della spalla rosicchiata, una protesi in avorio fabbricata da Efesto per l'occasione. Poi, mentre il redivivo Pelope fondava il Peloponneso, Tantalo, per punizione, fu legato a un albero di una palude e condannato ad avere sempre fame e sete. Aveva i frutti a pochi centimetri dalle labbra, ma se cercava di addentarli questi subito si allontanavano, mentre l'acqua della palude saliva fino a lambirgli la bocca, salvo poi abbassarsi di nuovo non appena lui cercava di bere.
L'astuto Sisifo era finito negli Inferi per aver tradito Zeus in una delle solite scappatelle che il Padre degli Dei si concedeva. Avendo saputo che il divino playboy si era infrattato con la bella Egina, raccont tutto al padre di lei, il fiume Asopo, per ottenere in cambio una fontanella giusto al centro di Corinto. Infuriato come non mai, Zeus lo affid al fratello Ade perch lo punisse a dovere; sennonch Sisifo, prima di farsi incatenare dal Dio degli Inferi, si fece spiegare da questi il funzionamento dei lucchetti, e quando Ade glielo fece vedere incatenando se stesso, lui gli rub le chiavi. Da quel giorno in poi nessuno poteva pi morire sulla Terra. Pare che nemmeno i decapitati ci riuscissero, e che continuassero a vivere, seppure solo con la testa. Dopo circa un anno, Ares, disperato, scopr la prigione di Ade, uccise l'astuto Sisifo e lo trascin nell'Oltretomba.
La pena a cui venne condannato, nota anche come fatica di Sisifo, consisteva nel dover trasportare un masso in cima a una collina, salvo poi vederlo rotolare di nuovo a valle e dover ricominciare tutto daccapo. Secondo Albert Camus, Sisifo non soffriva tanto a spingere il masso in salita, quanto a vederlo rotolare in basso. Come dire che non  tanto la fatica a spaventare l'essere umano, quanto la sua inutilit.
Ed ecco i miti di Tizio, di Tantalo e di Sisifo come ce li racconta Omero nell'Odissea.  Ulisse che parla.
 E vidi Tizio, il figlio della splendida Terra, steso al suolo. Ben nove ettari copriva il suo corpo. Due avvoltoi piantati ai due lati gli rodevano il fegato, penetrandogli nel peritoneo, ed egli non li allontanava: aveva violentata Leto, la gloriosa compagna di Zeus, mentre andava, diretta a Pito, per l'ampia Panopeo. E vidi Tantalo, che pene gravose soffriva, ritto dentro uno stagno: l'acqua lambiva il suo mento. Era sempre assetato e non poteva attingere e bere. Ogni volta che, bramoso di bere, il vecchio si curvava, l'acqua risucchiata spariva e un demone la prosciugava. Alberi dall'alto fogliame gli sporgevano frutti sul capo. Erano peri, granati e meli e fichi dolcissimi, ma appena il vecchio riusciva a sfiorarli con le mani, il vento glieli strappava per darli alle nuvole ombrose. E vidi Sisifo, che pene atroci soffriva, reggendo con entrambe le mani un masso immenso. Costui, piantando le mani e i piedi, spingeva una pietra su un colle: ma appena questa stava per varcarne la cresta, ecco la Violenza travolgerlo e far rotolare al piano la pietra. Ed egli, tendendosi, spingeva di nuovo, mentre dalle membra colava il sudore e dal capo si levava la polvere.
 (Omero, Odissea XI, 576 sgg.)
Ultima curiosit del mondo dell'Oltretomba, il fiume Amelete, o Lete (lte in greco vuol dire oblio), era situato giusto all'uscita proprio per evitare che, tornando sulla Terra, un'anima potesse ricordarsi qualcosa delle vite precedentemente vissute. Ne parla Platone nella Repubblica a proposito del mito di Er.
 Poi, una alla volta, si avviarono verso la pianura del Lete in un caldo soffocante e terribile; essa, infatti, era spoglia d'alberi e di quanto altro possa spuntare dalla terra. A sera le anime si accamparono presso il fiume Amelete, la cui acqua nessun vaso pu trattenere. Ognuna fu costretta a berne una certa quantit. I meno prudenti ne bevvero molta, e chi beveva quell'acqua tutto dimenticava.
 (Platone, Repubblica X, 621)
VII

Afrodite
L'organo genitale maschile potrebbe essere indicato sbrigativamente con una sola parola di cinque lettere: non essendo, per, io abbastanza disinibito, prover a ricorrere a qualche sinonimo. Ci detto, il giorno in cui Crono evir suo padre e gett in mare il divino attributo, quest'ultimo si copr di spuma (afrs in greco) fino a mutarsi nella bella Afrodite. Botticelli dal canto suo, dovendo dipingere La nascita di Venere, e non potendo esibire in pieno Quattrocento un membro lungo circa due metri, perdipi sballonzolato dalle onde, prefer servirsi di una leggiadra conchiglia, ritenendola pi adatta a fare da piedistallo alla Dea della Bellezza. Sull'argomento, invece, il grande Esiodo fu molto esplicito.
 L'immortale fallo tutto si copr di bianca spuma, e da esso nacque una figlia che dapprima a Citera giunse, e poi a Cipro molto lambita dai flutti. L approd la Dea veneranda e bella, e sotto gli agili piedi nascevano i fiori man mano che lei si inoltrava. Afrodite o Afrogenea fu chiamata, dagli uomini e dagli Dei, perch nata dalla spuma, o anche Citerea, perch finita nei pressi di Citera, o Ciprigna, perch prese terra a Cipro molto battuta dai flutti.
 (Esiodo, Teogonia 190 sgg.)
La prima decisione di Afrodite, in verit, fu alquanto snob: stim Citera troppo piccola per una Dea della sua importanza e decise di proseguire per la pi prestigiosa isola di Cipro, da cui il doppio epiteto di Ciprigna e di Citerea.
La Titanessa Temi a sua volta, scandalizzata dalle nudit della nuova venuta, le mand incontro le Ore affinch la rivestissero da capo a piedi. Subito dopo, a darle il benvenuto, provvidero Eros e il Desiderio che, tra uno stormire di tortore e di colombe in amore, le insegnarono l'abbicc della seduzione.
 Ciance di fanciulle, sorrisi e inganni, il piacere del sesso, l'affetto e le blandizie.
 (Op. cit. 205)
L'arrivo di Afrodite sulla Terra sembra provocare una svolta nelle abitudini degli esseri viventi. Tutto quello che prima era guerra diventa amore:
 Dietro di lei andavano docili i lupi grigi e i leoni feroci, gli orsi e le pantere avide di cerve veloci, e lei a vederli mansueti gioiva nella mente e nel cuore, giacch versava nel loro petto il desiderio, onde farli giacere a coppie nelle valli ombrose.
 (Omero, Inno ad Afrodite 69 sgg.)
Una volta giunta nei pressi della citt di Pafo, la Dea entr in un tempio dove
 le Grazie le unsero il corpo con un unguento soprannaturale, dolce, divino e profumato, con cui si cospargono gli Dei che vivono in eterno.
 (Op. cit. 61 sgg.)
La sua arma pi efficace fu la cintura magica. Trattavasi di una fascia di seta, intessuta con i colori della seduzione, che faceva innamorare chiunque vi posasse sopra lo sguardo.
 L sono celati tutti gl'incanti, l  l'amore, l il desiderio e il dolce bisbiglio di parole che rubano il buon senso perfino a chi  saggio.
 (Omero, Iliade XIV, 215 sgg.)
E cos, un po' grazie alla cintura e un po' anche al fatto che doveva essere davvero un bel pezzo di figliola, in breve tempo il suo potere sugli uomini e sulle donne divenne immenso. Solo tre Dee riescono a salvarsi: Atena, Artemide ed Estia. La prima perch frigida, la seconda perch volontariamente vergine, e la terza perch aveva troppo da fare con le faccende di casa per star l a pensare a certe cose. Tutti gli altri, non appena la guardavano, anche per un attimo, perdevano la testa, e in particolare Zeus, il Signore dell'Olimpo. Omero, nell'inno a lei dedicato, ci informa che turb
 ...perfino la mente di Zeus che gode del fulmine, e che tutti comanda. Ogni volta, infatti, che lei lo decise, illudendogli l'animo saggio, facilmente lo convinse a unirsi a donne mortali, e lo indusse a dimenticarsi anche di Era, sua sorella e sposa.
 (Omero, Inno ad Afrodite 36 sgg.)
Zeus per un giorno, per vendicarsi, la ripag con egual moneta e le fece perdere la testa per un comune mortale: Anchise, il padre di Enea.
 Le infuse nel cuore un dolce desiderio per Anchise, e quando lo vide pascere gli armenti, simile a un immortale, sulle alte vette dell'Ida, lei che ama il sorriso lo desider profondamente nell'animo.
 (Op. cit. 53 sgg.)
Il giovane Anchise, futuro re dei Dardani, stava dormendo insieme alle pecore sul monte Ida, quando sent aprire la porta del suo capanno: si svegli e vide sulla soglia, al debole chiarore lunare, stagliarsi la silhouette di una donna, tutta nuda, sotto un mantello rosso. Ovviamente non ci stette a pensare un minuto di pi, e cerc di trascinarsela dentro.
Afrodite, per, lo mise subito in guardia, sia pure nascondendosi sotto false generalit: Bada bene, o Anchise: io sono una principessa frigia. Potrebbe essere molto pericoloso per te, semplice mandriano, avermi accanto come amante. Conosciamoci, ordunque, un po' meglio, e poi... magari col tempo....
Dovessi morire oggi stesso, rispose Anchise, accecato dalla passione ma ho voglia di averti immediatamente!
A cose fatte, per, non appena lei gli rivel chi fosse in realt, il disgraziato, preso dal panico, le si gett ai piedi.
Ti scongiuro, o divina, non uccidermi! Abbi piet del tuo povero servo!
Non aver paura, o Anchise lo rassicur Afrodite, carezzandogli i capelli. Sappi, anzi, che avrai da me un figlio che ti render famoso. Di una sola cosa ti prego: non dire a nessuno che siamo stati insieme.
Sennonch Anchise, contrariamente al noto proverbio il gentiluomo gode e tace, alla prima occasione raccont tutto per filo e per segno. Sent per caso qualcuno, in una taverna, vantarsi di conoscere una fanciulla pi bella della stessa Afrodite, e lo sment dicendo: Ho fatto l'amore con entrambe, e ti assicuro che non c' paragone.
Purtroppo per lui, la sbruffonata giunse all'orecchio di Zeus che per la rabbia (e forse anche per l'invidia) gli lanci contro una folgore. Afrodite fece appena in tempo a proteggerlo con la cintura, e il fulmine, cos deviato, lo colp solo di striscio. Lo spavento, a ogni modo, fu tale che da quel giorno rest piegato in due.
Ora, che la Dea mi perdoni, ma, detto fra noi, Afrodite era una che andava a letto con tutti. Tra i suoi tanti partner ricordiamo:
 Efesto, che la volle sposare per forza, pur sapendo delle continue infedelt (vedi cap. XIV). 
Ares, il Dio dal membro eretto, e anche il vero padre di Armonia, di Fobos (la Paura) e di Deimos (il Terrore). 
Ermes, con il quale ebbe un unico figlio, met uomo e met donna, chiamato per l'appunto Ermafrodito. 
Poseidone, che la rese madre di Rodo ed Erofilo. 
Dioniso, con il quale gener il famigerato Priapo, un orribile neonato dotato di immensi genitali (un po' il precursore del neonato-anziano di Roger Rabbit). 
Il bellissimo Adone, di cui abbiamo gi parlato nei Miti dell'amore, e che per colpa di Afrodite fu ucciso da un cinghiale aizzatogli contro da Ares. 
Bute l'Argonauta, con il quale, a detta dei mitologi, si accoppi solo per fare ingelosire Adone. 
L'unico ad andare in bianco, incredibile a dirsi, fu Zeus, l'indefesso Copulatore dell'Olimpo. Il quale, per, proprio grazie ai consigli e alle magiche arti di Afrodite (i famosi afrodisiaci), riusc a conquistare decine e decine di ninfe e di damazze della buona societ.
Molti furono gli epiteti affibbiati alla Dea dell'Amore. Oltre ai gi ricordati Citerea e Ciprigna, segnaliamo: Afrodite Urania (l'amore celeste) e Afrodite Pandemia (l'amore volgare) pubblicizzati da Platone nel Simposio, quindi Kalliglouteos (dotata di bei glutei), Porne (la meretrice), Cruse (l'aurea), Anosia (l'empia), Ambologera (capace di ritardare la vecchiaia), Androfonos (assassina di uomini), Pasifaessa (colei che splende ovunque) e Doloplokos (la tessitrice d'inganni).
VIII

Apollo
Apollo era nato da appena quattro giorni che gi si era messo a frignare: voleva arco e frecce per uccidere Pitone, un serpente enorme, la cui unica colpa sarebbe stata quella di aver mancato di rispetto a sua madre Leto. Che volete farci, lui era fatto cos: si arrabbiava per un nonnulla. A volte bastava un sorrisino, un sarcasmo, una parola di troppo, e lui... zacchete! ti puniva subito con la pena capitale. Oltre a Pitone, ne sanno qualcosa Tizio (vedi cap. VI), Niobe (vedi cap. X), Marsia, Leucippo, Tamiri, i Ciclopi e tutti coloro che ebbero la sfortuna di attraversargli la strada.

Pitone
Nella vicenda di Pitone, il primo dubbio che sorge  il seguente: come poteva Apollo, a soli quattro giorni, maneggiare un'arma tre volte pi alta di lui? Bazzecole, in fondo, se si pensa che scagli le prime frecce mentre era ancora in braccio a mamm. Prima costrinse il nemico a rifugiarsi in una caverna e poi, per dirla con il mitografo Igino, sagittis interfecit (Fabulae, 140). Infine, trovando il luogo di suo gradimento, pens bene d'insediarvi il pi famoso dei suoi oracoli, quello di Delfi, ancora oggi meta di turisti americani e giapponesi, dove, a rilasciare responsi, deleg una sacerdotessa di sua fiducia, chiamata per l'appunto Pitonessa o pi brevemente Pizia.
Per l'uccisione di Pitone, comunque, prima la Madre Terra e poi Zeus lo sgridarono a lungo, e per punizione l'obbligarono a presiedere i Giochi Pitici, una specie di Olimpiade ante litteram, istituita apposta per commemorare il serpente defunto.
 inutile dire che Apollo di quest'obbligo se ne infischi altamente: non si fece vedere nemmeno il giorno dell'inaugurazione. Interrogato in merito, si limit a rispondere: Pitone era un fetente, e mi dispiace che sia morto solo perch cos non ho pi la gioia di ucciderlo di nuovo!.

Marsia
La storia di Marsia, se possibile, fu ancora pi feroce. Tutto cominci con la Dea Atena che una sera, durante un banchetto in onore di Zeus, volle per forza suonare il flauto a due canne. Gli Dei l'applaudirono a lungo, a eccezione di Era e di Afrodite che a stento soffocarono le sghignazzate.
Ma che avranno da ridere quelle due cretine? si chiese Atena, e di l a poco trov la risposta. Il giorno dopo, infatti, suonando il flauto in riva a un fiume, vide la sua immagine riflessa nell'acqua e si accorse che le gote le si gonfiavano neanche fosse Louis Armstrong. Per la rabbia, allora, gett via lo strumento e maledisse chiunque lo avrebbe raccolto.
A rimetterci fu un certo Marsia, un satiro di passaggio. Marsia vide il flauto nell'erba e se lo port alla bocca. Come per miracolo lo strumento cominci a suonare da solo, e la musica che ne usc fuori fu cos bella che il miracolato da quel momento non cap pi nulla: si mise a girare dalla mattina alla sera per i campi della Frigia, riscuotendo dovunque enormi consensi: la folla gli chiedeva i bis e lui li concedeva.
Ora si sa come vanno queste cose: il successo d alla testa e prima o poi si finisce col dire qualche sciocchezza. Anche Marsia non sfugg alla regola: cominci subito col rilasciare dichiarazioni quanto meno avventate, del tipo: Sono pi bravo dello stesso Apollo, oppure: Non c' nessuno che suoni meglio di me!. La cosa giunse all'orecchio del Dio che subito si ritenne offeso: Venga a suonare qui all'Olimpo: siano le Muse a giudicare!.
Il primo round si chiuse alla pari: entrambe le esibizioni furono giudicate eccellenti. Apollo, allora, invit il rivale a suonare a strumenti capovolti; e dal momento che il flauto, a differenza della cetra, non emise alcun suono, per punizione lo scortic vivo. Per i dettagli riportiamo, qui di seguito, il fedele resoconto di Ovidio:
 Ahim, mi pento! Ahim un flauto non vale un cos grande strazio! E mentre urlava il Dio gli strappava la pelle, fino a ridurlo a un'unica ferita. Da ogni parte scorre il sangue, affiorano i muscoli scoperti e guizzano pulsando senza alcuna protezione le vene.
 (Ovidio, Metamorfosi VI, 386 sgg.)

Tamiri
Altra vittima dell'iracondo Dio fu Tamiri, anche lui musicante e cantore. Ma la vera colpa di quest'ultimo non fu tanto quella di saper suonare e cantare divinamente, quanto quella di aver corteggiato Giacinto, un fanciullo strordinariamente bello sul quale aveva gi posto gli occhi il divino Apollo.
A questo punto il Dio, rendendosi conto che se avesse ucciso il rivale si sarebbe anche alienato le simpatie del ragazzo, si limit a far sapere alle Muse che c'era un cantautore che andava dicendo di essere pi bravo di tutte loro messe insieme. In pratica, si ripet pari pari la storia di Marsia, solo che questa volta le avversarie da battere erano le Muse. Ebbe luogo la sfida, il musicista ovviamente perse e...
 le Muse adirate, resero cieco il trace Tamiri che si vantava di superarle nel canto, gli tolsero ogni abilit musicale e gli fecero dimenticare la cetra.
 (Omero, Iliade II, 594 sgg.)
A vendicarlo pens il Vento del Nord: un giorno, mentre Apollo era intento a insegnare al giovane Giacinto come si lancia il disco, una folata di vento fece deviare l'attrezzo che colp il fanciullo alla nuca, facendolo stramazzare al suolo. Dal sangue di Giacinto nacque un fiore che ancora oggi porta il suo nome.

I Ciclopi
Tra le tante vendette compiute da Apollo, c' anche quella nei confronti dei Ciclopi, colpevoli di aver forgiato i fulmini di Zeus. Le cose sono andate pressappoco cos: in Grecia, a quei tempi, prestava servizio un medico eccezionale, tale Asclepio (Esculapio per i Romani), famoso per guarire tutti i pazienti che gli capitavano fra le mani; di lui si diceva che avesse addirittura resuscitato un cadavere, sottraendolo al regno di Ade, e che questi, giustamente, se ne fosse lagnato con Zeus in persona.
Qua, fratello mio, non muore pi nessuno, gli aveva detto sconsolato il Signore dell'Oltretomba ci sono giorni che Caronte non m'imbarca nemmeno un'anima. Gi siamo avviliti, ed  tutta colpa di quel maledetto medico, di quell'Asclepio che continua a non volersi fare i fatti suoi!
 Zeus, indignato, fulmin Asclepio e lo distrusse, ma Apollo, adiratosi a sua volta per l'uccisione, ammazz i Ciclopi che avevano forgiato il fulmine.
 (Diodoro Siculo, Biblioteca storica IV, 71)
A seguito di quest'ennesimo sgarro, Apollo fu punito in modo esemplare: gli fu ordinato di servire, come bovaro, Admeto, il re di Fere, compito che lui esplet con tale impegno che, secondo i maligni, tra i due ci scapp anche del tenero. Certo  che, una volta concluso il periodo di servizio, tra Apollo e Admeto l'amicizia rimase (vedi I miti degli eroi, cap. XII).

Dafne
Eros, un giorno, si stava esercitando con l'arco e le frecce, quando fu preso in giro da Apollo.
Cosa fai, o fanciullo, con quell'arnese tra le mani? gli chiese il Dio ridendo. Lascia che le armi siano usate da chi le conosce a fondo, e sappi che io, con i dardi, ho sterminato i miei rivali!
Apollo pu colpire tutti, rispose Eros ma io sono in grado di colpire Apollo.
 E dalla faretra colma trasse due saette di diverso effetto, una che accende l'amore e l'altra che lo scaccia. La prima  d'oro e brilla nell'augusta cuspide, la seconda  spuntata e sotto l'asta cela il piombo.
 (Ovidio, Metamorfosi I, 452 sgg.)
Con la prima, quella che fa innamorare, Eros colp Apollo, con la seconda Dafne, figlia di Peneo, proprio nell'attimo in cui i due s'incontrarono. Risultato finale: la vergine fugg disgustata, inseguita da un Apollo pi infatuato che mai.
Ora, bisogna sapere che, a causa della ninfa Dafne, Apollo si era gi macchiato di un orrendo delitto. Era venuto a sapere che un certo Leucippo la corteggiava e aveva consigliato al giovane di travestirsi da donna, in modo da poterla avvicinare senza destare sospetti, dopodich aveva convinto Dafne con tutto il suo stuolo di ninfe a fare il bagno nude. Quando le leggiadre fanciulle si accorsero che Leucippo era un maschio, lo massacrarono.
Eliminato il rivale, si trattava ora di convincere la ninfa. Il compito, per, si present subito improbo: Dafne, a parte la freccia, era riluttante di suo. Decisa a difendere la propria verginit, rifiutava qualsiasi approccio amoroso.
 Paga dei recessi dei boschi e delle spoglie di fiere catturate, immagine stessa della vergine Diana, Dafne con una benda teneva a freno i capelli lasciati senza cura: molti la desideravano, ma lei, sdegnosa verso i pretendenti, intollerante e ignara del maschio, si aggirava per inaccessibili selve, n si chiedeva cosa fosse Imene, n si chiedeva cosa fosse Amore.
 (Op. cit. I, 475 sgg.)
Apollo fece di tutto per convincerla. Le disse pure: Lei non sa chi sono io!, pi precisamente: Nescis, temeraria nescis, quem fugias ideoque fugis!, ovvero: Tu non sai, o temeraria, chi fuggi e solo per questo fuggi!.
A volte poi diventava cos tenero che pi tenero non si pu:
 O ninfa, figlia di Peneo, ti prego: non fuggire! L'agnella fugge il lupo, la cerva il leone, le colombe dall'ali spaurite fuggono l'aquila, ma oggi chi t'insegue non  un nemico,  l'amore! Bada piuttosto a non cadere, deturpandoti il viso, che i rovi non segnino le tue gambe immeritevoli di graffi. E se mi prometti di fuggire pi lentamente, io ti prometto d'inseguirti pi lentamente ancora.
 (Op. cit. I, 504 sgg.)
Comunque, tutto fiato sprecato: una volta raggiunta dal Dio, Dafne invoc suo padre, il fiume Peneo:
 O padre, dammi soccorso, e voi fiumi, se solo  in vostro potere, mutate la mia immagine, se  questa che mi rende desiderabile. E aveva appena terminato tale supplica, quando un profondo torpore le invase le membra, il corpo le si copr di una tenera corteccia, le chiome si mutarono in foglie, le braccia in rami, e i piedi, fino a quel momento veloci, si fissarono al suolo come immobili radici. E pur cos Apollo l'amava.
 (Op. cit. I, 545 sgg.)
Insomma, si mut in albero d'alloro sotto le sue mani. E, lui, non potendola pi possedere, si consol deliberando che da quel giorno in poi i rami d'alloro incoronassero gli eroi e i vincitori.
IX

Ares
Fisico alla Rambo, faccia cattiva alla Jack Palance, ecco a voi Ares, il Dio della Guerra, Marte per i Romani. Lui, quando scoppiava una guerra, non parteggiava per nessuno. L'unica cosa che gli importava era il numero dei morti: pi ce n'erano e pi era contento. Solo una volta, che io sappia, si schier con una delle parti in causa e fu quando, nell'Iliade, tutti gli Dei furono costretti a farlo. Mentre Era, Efesto, Atena, Ermes e Poseidone si schierarono con gli Achei, Ares, insieme ad Afrodite e ai due fratelli Apollo e Artemide, prese le difese dei Troiani.
 Quando gli Dei immortali si mischiarono ai guerrieri, divamp la lotta che infiamma gli eserciti. E Atena gridava, ora in piedi vicino a un fossato, ora sulla riva del sonante mare. Ma dalla parte opposta urlava anche Ares, simile a cupa tempesta, e con voce acuta incitava i Troiani a battersi, or dall'alto delle mura, or lungo il Simoenta, correndo verso la bella collina.
 (Omero, Iliade XX, 51 sgg.)
Ebbene, strano a dirsi, fu proprio in quell'occasione che Ares, il pi esperto di tutti in fatto di lotta armata, fin per avere la peggio: si scontr con Atena e dopo nemmeno un minuto era gi KO, lungo disteso per terra, con le membra sciolte, la fronte insanguinata e gli occhi rivolti verso il cielo.
 Arretrando la Dea afferr con mano gagliarda un masso che era l per terra, nero, aspro ed enorme, e con esso colp il furioso Ares e gli sciolse le membra. Cadde il Dio e si coprirono di fango i suoi capelli. Rise allora Pallade Atena e cos, vantandosi, gli disse: Sciocco, non hai ancora capito che sono pi forte di te, e continui a misurarti con il mio furore!.
 (Op. cit. XXI, 405 sgg.)
Ci penser poi Afrodite, con le sue arti amorose, a farlo rinvenire. La verit  che Omero non ha alcuna simpatia per Ares e non perde occasione per fargli fare delle pessime figure; non a caso ce lo mostra quasi sempre sconfitto, con i colleghi come con i mortali. Diomede, tanto per fare un esempio, lo fer con la lancia al basso ventre e lo fece urlare dal dolore.
 L lo colse, per poi lacerargli la pelle, una volta che cerc di recuperare l'arma. Url il Dio guerriero, come urlano novemila o diecimila soldati allorch si gettano nella mischia. E cos alto fu il grido, che tutti i Troiani e gli Achei ne restarono atterriti.
 (Op. cit. V, 857 sgg.)
Per non parlare dell'umiliazione inflittagli dai figli di Aloeo, Oto ed Efialte. Costoro erano due ragazzini terribili di soli nove anni, alti, per, due metri e mezzo ciascuno, la cui idea fissa era quella di stuprare Artemide ed Era. Tenuto conto che i due energumeni crescevano ogni mese di dieci centimetri, pi il tempo passava e pi la loro minaccia diventava un incubo per gli Dei.
Tanto per dirne una, i due catturarono Ares e lo rinchiusero in una giara di bronzo. Poi cominciarono a scalare l'Olimpo urlando frasi irripetibili. A quel punto, presi dal panico, gli Dei cercarono un accordo: avrebbero consegnato Artemide, nuda e inerme, a patto che i Giganti rinunciassero alla scalata. Accettarono, anche se Efialte ci rimase un po' male: gli sottraevano proprio Era, quella che lui pi desiderava.
Se solo Artemide  disponibile, replic infuriato che sia aggiudicata a chi di noi due, per primo, la colpir con un dardo!
 Artemide, per, con uno stratagemma li sconfisse entrambi, perciocch, presa la figura di una bianca cerbiatta, salt fuori tra i due, e cos all'improvviso che essi, nel vano tentativo di colpirla, finirono con l'uccidersi a vicenda.
 (Apollodoro, Biblioteca I, 7, 4)
A tirar fuori Ares dalla giara di bronzo, dopo tredici mesi, ci pens Ermes. Una volta libero, il Dio della Guerra minacci sfracelli tremendi e non ebbe pace finch non gli dissero che i due Giganti erano stati gi confinati nel pi buio recesso dell'Oltretomba e ivi incatenati, schiena contro schiena.
Di tutti i parenti di Ares, vicini e lontani, ricorderemo solo la sorella Eris, Dea della Discordia (la stessa che con il trucco della mela dette origine alla guerra di Troia), e i figli Deimos (lo Spavento) e Fobos (il Terrore), che lo precedevano in battaglia. Pu far riflettere, infine, il fatto che i Greci attribuissero la nascita di Armonia all'unione di Ares con Afrodite, quasi a sottolineare la teoria secondo la quale il giusto equilibrio nella vita lo si raggiunge solo mescolando insieme Guerra e Amore.
X

Artemide
Prima di esclamare per Diana!, pensiamoci bene: potrebbe essere pericoloso. Diana, o Artemide se preferite, era la Dea meno dotata di umorismo di tutto l'Olimpo, e in quanto tale anche la pi vendicativa: pass la vita a vendicarsi di offese vere o presunte. In pratica, una vera e propria paranoica, come dimostrano i tre episodi che andiamo a raccontare.
Cominciamo dal primo: che diavolo avesse detto Niobe di cos offensivo da provocare in lei tanta furia omicida, non si  mai capito. Pare, ma non  sicuro, che nel corso di un rito religioso abbia esclamato all'indirizzo di Leto (o di Latona, per i Romani), madre di Apollo e Artemide:
 Qui, sulle are, nessuno onora la mia maternit, mentre si tributano onori a Latona. Eppure quella ebbe solo due figli, la settima parte di quanto fu capace di generare il ventre mio.
 (Ovidio, Metamorfosi VI, 171 sgg.)
La povera disgraziata non aveva nemmeno finito di parlare che i figli di Leto, Apollo e Artemide, avevano gi imbracciato l'arco per trafiggere la sbandierata progenie: lui fece fuori i maschi e lei le femmine. Per quanto riguarda Niobe poi, gli Dei, impietositisi, la mutarono in roccia, ed ella, anche in questa nuova veste, continu a piangere i quattordici figli. C' chi, come Pausania, sostiene di averla anche vista durante un viaggio nell'Attica.
 Anch'io sono salito sul monte Sipilo e ho visto la Niobe: da vicino  una rupe che non offre, certo, l'immagine di una donna piangente; da lontano, al contrario, si ha l'impressione di vederla piangere.
 (Pausania, Guida della Grecia I, 21, 3)
La storia di Orione rientra nella normale prassi delle molestie sessuali, molto in voga presso gli Dei della mitologia greca. Si racconta che un giorno tre di loro, Zeus, Ermes e Poseidone, travestiti da comuni mortali, abbiano chiesto ospitalit a un vecchio contadino di nome Irieo.
Salve o Irieo gli disse Zeus, affacciandosi nel suo capanno. Siamo tre viandanti in cerca di un rifugio dove passare la notte. Non abbiamo, per, ti avverto, nessuna ricompensa da darti.
La mia casa  povera, rispose Irieo ma se siete disposti ad arrangiarvi, non ho problemi a offrirvi un tetto e un giaciglio.
La mattina dopo gli Dei si rivelarono in tutto il loro splendore, e chiesero a Irieo cosa volesse in cambio della sua ospitalit.
Chiedici qualsiasi cosa, o Irieo, e sarai accontentato.
A essere sincero, prov a dire il contadino, alquanto emozionato io desidererei avere un figlio, senza avere per il fastidio di una moglie per casa.
Non ci sono problemi risposero all'unisono gli Dei, e si misero a urinare, tutti e tre, nel bel mezzo del capanno, su una pelle di bue.
Dalla divina pip nacque un gigante bellissimo, a cui fu dato il nome di Orione.
Il nascituro si rivel ben presto un eccezionale cacciatore: nessuno poteva stargli alla pari. Si fosse, per, accontentato di cervi e cinghiali, poco male, il guaio  che si mise a cacciare donne a tutto spiano e la cosa non poteva certo far piacere ad Artemide, divinit vergine e come tale ferocemente femminista.
Tra le sue tante conquiste (Side, Merope, Opide, ecc.) va segnalata Eos, Dea dell'Aurora, che cedette alle voglie dell'instancabile copulatore nell'isola di Delo, luogo sacro ad Apollo e Artemide. Pare che ancora oggi, per la vergogna, l'Aurora arrossisca a quel ricordo.
Non pago di questi successi, Orione os gettare gli occhi anche su Artemide. La insegu a lungo tra i boschi e i monti della Grecia, aiutato in questo dai suoi cani, Sirio e Procione, finch una sera non la raggiunse nei pressi di Ortigia e non la stese per terra. Ma proprio mentre stava per raccogliere il frutto cos ambito, Artemide chiam in suo aiuto lo Scorpione che, pungendo il piede del Gigante, lo fece secco una volta per tutte.
Gli Dei, come sempre sensibili alle grandi storie di sesso, sistemarono tutti i protagonisti della vicenda sulla volta del Cielo: Orione al centro, ben visibile, e al suo seguito i cani Sirio e Procione. Per lo Scorpione, invece, bisogna attendere le ore piccole per vederlo apparire all'orizzonte, pi minaccioso che mai, e tutto proteso a colpire il piede del cacciatore.
Per quanto riguarda Atteone, che dire? Anche lui era un eccezionale cacciatore: aveva cinquanta cani fedelissimi e di rara bellezza, ma ebbe la sfortuna di vedere Artemide nuda, mentre si faceva la doccia, e alla Dea bastava molto meno per condannare a morte qualcuno. Il misfatto accadde in una valle chiamata Gargafie.
 Qui la Dea dei boschi, stanca per la caccia, era solita aspergere il suo corpo di vergine con acqua stillante. Al giungere sotto la sorgente, essa affid a una delle ninfe, sua armigera, le frecce, la faretra e l'arco allentato. E mentre una le sfilava la sopraveste, altre due le tolsero dai piedi i calzari. Quindi Crocale, la figlia d'Ismeno, essendo la pi esperta di tutte, le raccolse in un nodo i capelli effusi sul collo.
 (Ovidio, Metamorfosi III, 163 sgg.)
Ora ci si chiede: Atteone l'aveva forse seguita proprio per vederla nuda? Ci mise forse malizia? Niente di tutto questo: il poverino, per dirla con Ovidio,
 con casuali passi, errando per il bosco sconosciuto, giunse al sacro recesso, perch cos vollero i fati.
 (Op. cit. III, 177)
Artemide lo trasform, allora, in una gazzella e gli aizz contro i suoi stessi cani.
 Gl'infuse anche la pavidit, ragione per cui lui prese a fuggire, e proprio nella fuga si sorprese di essere cos veloce, quando, in uno specchio d'acqua, vide il suo nuovo aspetto e le corna.
 (Op. cit. III, 191 sgg.)
I cani, non riconoscendolo, gli si avventarono contro e, dopo averlo sbranato, si misero alla sua ricerca per mostrargli la preda appena catturata. Non trovandolo pi in giro, cominciarono a guaire, finch il Centauro Chirone, preso da compassione, non modell per loro una statua con le sue fattezze.
XI

Atena
Quando si nasce con l'elmo in testa, lo scudo e una lancia tra le mani, non si pu avere un carattere mite, e fu per l'appunto armata che nacque Atena, la pi intelligente di tutte le Dee, e forse anche di tutti gli Dei.
La storia di Atena ebbe inizio con una delle solite molestie sessuali perpetrate da Zeus: vittima di turno la seducente Meti, una divinit della prima generazione, figlia di Oceano e di Teti.
All'epoca, il futuro Signore degli Dei era ancora uno scapolone di belle speranze e in quanto tale un vero e proprio pericolo pubblico per tutte le donne che gli capitavano a tiro.
Un giorno vide Meti farsi il bagno nuda in un laghetto e tanto bast per scatenarlo. A onor del vero, consumato lo stupro, Zeus si affrett a proporre nozze riparatrici, sennonch i nonni Urano e Gaia gli insinuarono il dubbio che un figlio nato da un'unione cos violenta lo avrebbe di certo spodestato una volta diventato adulto. Il rischio a quel punto era tale da non consentire esitazioni e Zeus risolse il problema secondo le buone abitudini di famiglia, divorando Meti una sera a cena.
 Zeus, re degli Dei, per prima prese in sposa Meti, ma quando si accorse che stava per partorire, l'ingann con parole astute, e la inghiott nel suo ampio ventre, ascoltando i consigli di Gaia e di Urano stellato.
 (Esiodo, Teogonia 886 sgg.)
Ora, vuoi perch Meti era un po' indigesta, vuoi perch era stata divorata troppo in fretta, certo  che dopo una decina di minuti Zeus fu colto da un tremendo mal di testa.
Noi oggi, grazie agli analgesici, non ci spaventiamo molto per un mal di testa (n per un mal di denti), ma fino a pochi decenni fa doveva essere un'esperienza terrificante.
Certo lo era per Zeus, che dal dolore credeva d'impazzire. Finch, preso dalla disperazione, preg il primo passante che gli capit a tiro (secondo alcuni Prometeo) di spaccargli la testa. Dalla quale usc Atena, armata di tutto punto, con elmo e lancia regolamentari, come se dovesse di l a poco prendere parte a una parata. A detta di Pindaro, nel balzare a terra, emise un grido cos potente, ma cos potente che ne tremarono il Cielo intero e la Terra Madre (Olimpica VII, 38), neanche fosse stata una campionessa di karate.
Su Atena circola un aneddoto significativo. Un giorno la Dea, volendo prendere parte alla guerra di Troia, si rec alla fucina di Efesto per farsi fabbricare una bella armatura. Sennonch Poseidone l'aveva preceduta di una decina di minuti e, tanto per farle uno scherzo, aveva detto a Efesto che Atena era innamorata cotta di lui. Quella dell'armatura, precis, era solo una scusa: il vero motivo per cui la Dea gli avrebbe fatto visita era questa sua grandissima voglia di far l'amore. Bench timido, Efesto, istigato da Poseidone, alla vista di Atena non resist all'impulso di saltarle addosso. Casc male, anche se Atena, meno spietata di Artemide, si limit solo a riempirlo d'insulti.
Nella Biblioteca di Apollodoro di Atene si legge che da questo maldestro tentativo di Efesto nacque comunque un figlio, tale Erittonio:
 Una volta Atena, volendo farsi fabbricare armi, and a trovare Efesto. Questi, abbandonato da Afrodite, fu preso dal desiderio di violentarla, e cominci a metterle le mani addosso. Ma essa scapp via urlando ed egli si mise a inseguirla. Come riusc a raggiungerla (con grandissima fatica, essendo zoppo) lui tent di afferrarla. Ma Atena, che era pudica e vergine, non gli dette spazio, laonde per cui Efesto fin col contaminarla solo su una coscia. A quel punto la Dea, piena di disgusto, cerc di nettarsi con un fiocco di lana, e da quella immondezza gettata per terra nacque Erittonio.
 (Apollodoro, op. cit. III, 14, 6)
Atena, in effetti, si sentiva superiore agli altri Dei e con ogni probabilit lo era davvero: in lei si armonizzavano forza fisica e intelligenza, e non c'era individuo, divino o semplice mortale, che non nutrisse per lei il massimo rispetto. Una volta sola si lasci andare, e fu con una principessa di Colofone chiamata Aracne, abilissima nel ricamo. L'opera presentata dalla rivale, in un'apposita gara, tutta intessuta di scene erotiche, era cos bella, ma cos bella, che inutilmente Atena cerc di trovarvi un errore per quanto minimo.
 N Pallade, n Invidia, avrebbero potuto in alcunch sminuire quel ricamo. La vergine guerriera dai biondi capelli molto si amareggi a quella vista, motivo per cui squarci la tela. E dal momento che in una mano stringeva la spola, tre o quattro volte la us per percuotere la fronte di Aracne, figlia di Idmone.
 (Ovidio, Metamorfosi VI)
A seguito di questa offesa, Aracne s'impicc a una trave, ma Atena, pi rapida di lei, la salv giusto in tempo, per poi mutarla in un ragno, ovvero nell'animale che pi di tutti detestava.
Continua pure a ricamare, o meschina, le disse se questo  quello che desideri, ma ricordati che da oggi in poi, ogni volta che ti vedr, ti schiaccer la testa!
XII

Demetra
Demetra (Cerere per i Romani), Signora dei campi di grano, era figlia di Crono e di Rea e, come tale, sorella di Zeus. Diciamo subito che non era una Dea di prima grandezza, come Afrodite, tanto per intenderci, giacch non aveva n l'intelligenza di Atena, n la grinta bellicosa di Artemide. Ci nonostante una sua personalit, diciamo pure un suo bel caratterino, ce l'aveva e, quando riteneva di aver subito un torto, si faceva sentire.
Da un rapporto incestuoso con Zeus ebbe una figlia di nome Core, in seguito chiamata Persefone. In verit, Esiodo le attribuisce anche un secondo figlio, tale Pluto, simbolo della ricchezza, nato da un amore agreste con il Gigante Iasio: metafora sin troppo trasparente, grazie alla quale i Greci affermavano il principio che l'unica vera fonte di ricchezza  l'agricoltura.
Le vicissitudini di Demetra ebbero inizio col rapimento di sua figlia Core a opera dello zio Ade. Di certo non era edificante che un Dio insidiasse una nipote; d'altra parte, per, mettiamoci anche nei suoi panni: la Sorte gli aveva assegnato il regno degli Inferi e non c'era nessuna Dea, o ninfa che dir si voglia, neppure di seconda mano, disposta a seguirlo nell'Oltretomba. Sebbene la prospettiva fosse di diventarne la regina.
Ecco come Omero ci descrive il rapimento:
 Persefone dalle belle caviglie giocava con le amiche dal florido seno, figlie di Oceano, cogliendo sul tenero prato croco, belle viole, iridi, giacinti, rose e narcisi, che la Terra aveva generato per volere di Zeus, onde insidiare le fanciulle dal roseo volto. Quando, proprio mentre stava strappando un narciso, sotto le mani le si apr la terra e ne sorse il Dio che molti uomini accoglie, il figlio di Crono, che con le cavalle immortali l'afferr alla vita e la trascin in lacrime sul carro d'oro, mentre ella, riluttante, gettava alte grida e invocava il grande padre Zeus, eccelso e potente. Nessuno per degli Dei e degli uomini mortali ud la sua voce. Solo Ecate dal diadema luminoso, la figlia di Perse che candida ha la mente, e il divino Elio, figlio d'Iperione, udirono le urla.
 (Inno a Demetra 15 sgg.)
Immaginiamoci lo sgomento di Demetra quando non vide pi la figlia.
 Un acuto dolore la colse: si lacer sulle chiome divine il diadema e si copr le spalle con un cupo velo, per poi lanciarsi per terra e per mare alla ricerca della figlia perduta, come se fosse un uccello. Ma nessuno degl'immortali e degli uomini mortali volle dirle la verit, e nessuno degli uccelli venne da lei a guisa di verace messaggero. Per nove giorni e nove notti la Dea vag, stringendo tra le mani fiaccole ardenti.
 (Op. cit. 40 sgg.)
A forza di chiedere in giro, a un certo punto Demetra incontra Ecate, che le racconta di aver udito in lontananza le urla di Persefone.
Tua figlia le sussurra in un orecchio  stata rapita.
E da chi?
Da Ade.
 impossibile! le risponde Demetra, al colmo della disperazione. Tu menti: Ade  mio fratello e non mi avrebbe mai fatto questo torto.
Eppure  cos: se non mi credi, chiedi notizie a Elio che dall'alto dei cieli tutto vede e tutto ricorda.
Distrutta dal dolore, la povera donna si precipita da Zeus per implorare che le venga restituita la fanciulla.
Ma anche il povero Ade rivendica le sue buone ragioni: Parlate bene voi, o Zeus e Poseidone, che dopo esservi arraffati il Cielo e il Mare, luminosi regni, gozzovigliate tra Dee e ninfe di eccelsa bellezza. Io, invece, sono costretto a vivere nei bui recessi dell'Oltretomba e l, vi assicuro, si incontrano solo simulacri di donne distrutte dal dolore. Anch'io, per, ho diritto a una moglie!.
Zeus se ne rende conto e non sa che pesci pigliare: non vorrebbe inimicarsi Demetra, ma d'altra parte non se la sente nemmeno di contestare al fratello il possesso dell'unica donna che, bene o male, era riuscito a procurarsi.
Che fare allora? Come prima cosa prende tempo: invia Ermes, il messaggero, affinch convinca Ade a trovarsi un'altra donna un po' meno impegnativa. Il re degli Inferi in un primo momento finge di acconsentire, dopodich chiama la fanciulla e le dice:
 Torna, o Persefone, presso tua madre dallo scuro peplo, ma serba nel petto l'animo e il cuore sereni: io non sar per te uno sposo indegno. Mi siano testimoni gli Dei immortali e tuo padre Zeus che mi  anche fratello.
 (Op. cit. 560 sgg.)
A mo' di commiato, per, le offre una melagrana dolce e appetitosa, ben sapendo che una volta mangiato un frutto degli Inferi non avrebbe pi potuto tornare sulla Terra. E infatti, quando Zeus ordina che la ragazza venga restituita a sua madre, sempre che nel frattempo non abbia toccato il cibo dei morti, Ascalafo, giardiniere dell'Oltretomba, segnala: In verit, o grande Zeus, io l'ho vista piluccare sette chicchi di melagrana.
E tanto bast perch la restituzione non avesse pi luogo. Dopo lungo riflettere, Zeus stabil che Persefone vivesse otto mesi l'anno con la mamma e quattro mesi con il marito.
La sentenza, diciamolo subito, non piacque affatto a Demetra che da quel momento si rifiut di far crescere anche la pi piccola pianticella durante tutto il periodo in cui la figlia era confinata nell'Oltretomba, e questo spiegherebbe anche l'esistenza dell'inverno.
Per quanto riguarda Ascalafo, invece, Demetra lo mut in un barbagianni, in modo che per l'avvenire ci pensasse due volte prima di fare il delatore.
XIII

Dioniso
Nella vita, dice Nietzsche, c' chi nasce dionisiaco e chi apollineo, e per capirlo basta individuare chi comanda dentro di noi, se l'istinto o la ragione. A volte  sufficiente essere un pochino pi riflessivi del solito per finire tra gli apollinei, o un po' meno per essere schedati tra i dionisiaci. Solo i geni, beati loro, avrebbero ambedue gli impulsi; noi invece, gente normale, siamo l'uno o l'altro.
Dioniso, tanto per cambiare, nacque da una delle tante scappatelle di Zeus. Vittima designata: la bellissima Semele, figlia di Cadmo e Armonia. Come sempre per, l dove c'era un'infedelt del Padre degli Dei, spuntava inesorabile la vendetta di Era. La Signora dell'Olimpo anche quella volta non sment la sua fama: si travest da vecchia e inculc nella mente dell'innocente fanciulla un dubbio atroce.
Si dice che il tuo amante sia un orribile mostro le sussurr in un orecchio. Chiedigli di farsi vedere com' in realt, e se non acconsente negagli i tuoi favori.
Alquanto scossa, Semele segu il consiglio, e Zeus, in un primo momento, si rifiut: Non se ne parla nemmeno: non reggeresti alla vista!.
Poi, siccome Semele insisteva, supplicava e soprattutto gli negava l'accesso alla camera da letto, decise di mostrarsi al naturale. Non l'avesse mai fatto: in men che non si dica Semele cominci a bruciare come una torcia. Ermes fece appena in tempo a estrarre dal suo ventre il piccolo Dioniso, non ancora settimino, e a trapiantarlo in una coscia di Zeus, primo esempio d'incubatrice d'emergenza nella storia dell'umanit.
La seconda nascita, per, non poteva sfuggire all'occhio vigile di Era, che in quanto a malvagit non aveva rivali. Da lei istigati, i Titani ghermirono il neonato non appena lo videro sbucare dalla coscia del padre e, dopo averlo fatto a pezzi, lo gettarono in un calderone di acqua bollente.
Nonna Rea fu la prima ad accorgersi dell'orrendo misfatto: con una santa pazienza scese gi tra i Titani, rimise insieme i brandelli del piccolo e attese che si facesse pi grande per affidarlo, prudenzialmente travestito da donna, al re Atamante e a sua moglie Ino.
Apollodoro ci racconta l'episodio con qualche variante:
 Venuto il tempo debito, Zeus ruppe la cucitura e partor Dioniso per poi consegnarlo a Ermete che, a sua volta, lo port a Ino e Atamante perch lo allevassero, vestito da fanciulla, insieme agli altri figli. Ma Era, indispettita, fece impazzire i due coniugi affinch eliminassero la loro prole. Zeus, allora, trasform Dioniso in un capretto, per poi consegnarlo alle ninfe di Nisa, in Arabia, che lo curarono amabilmente e che per questo gesto finirono con l'essere eternate nelle stelle Iadi.
 (III, 4, 3)
Le ninfe (Macride, Nisa, Erato, Bromie e Bacche) lo coccolarono come meglio non avrebbero potuto, finch un bel giorno Dioniso, gironzolando per l'isola, vide una strana pianta dalla quale pendevano grappoli di palline. Spremerle, lasciarle fermentare e berne il liquido fu per lui una specie d'intuizione che gli fece scoprire il vino.
Ora, a essere sinceri, storie come questa ci vengono raccontate in quasi tutte le mitologie, da quella indiana a quelle dei pellirosse, l'importante, per,  che nel nostro caso il vino sia stato inventato da un Dio simpatico e casinista come Dioniso. Apollo, tanto per dirne una, con le sue arie da intellettuale con la puzza sotto al naso, non sarebbe stato mai capace di tanto, n, con ogni probabilit, ci avrebbe tenuto.
Tre sono gli elementi che caratterizzano il culto di Dioniso: il vino, la follia e la promozione del prodotto. Si dice, infatti, che Dioniso sia stato in Libia, in Egitto, in Tracia, in Beozia, in Palestina e che abbia attraversato l'intero continente asiatico per raggiungere l'India, sempre allo scopo di meglio diffondere la coltivazione della vite.
A fargli da cornice urlante c'erano: un vecchio, mezzo uomo e mezza capra, di nome Sileno e un numero imprecisato di Satiri e di Menadi. Queste ultime bisogna immaginarsele come una torma di femmine discinte, costantemente ubriache, pericolosissime da incontrare giacch giravano armate di manganelli, detti anche tirsi, ricoperti da cima a fondo di foglie d'edera.
 Esse lo seguivano ed egli indicava loro il cammino: il clamore invadeva l'immensa selva.
 (Omero, Inno a Dioniso XXVI, 9)
Dovunque Dioniso si facesse vedere, le popolazioni gli affibbiavano i pi strani soprannomi, ragione per cui oggi ce lo ritroviamo nei testi pi svariati e sempre con nomi diversi. Bacco, Megapenteo, Eleutero, Phale e Sannio, tanto per citarne qualcuno, oppure Leone, Capra, Cerbiatto, Toro, a seconda dell'animale che aveva scelto per mostrarsi in pubblico.
Tanti travestimenti e altrettanti epiteti, tutti, per, a significare un Dio godereccio, fallico, libero da regole, leggi o imposizioni. A tale proposito, ricordiamo che le feste in suo onore erano chiamate falloforie, anche perch le scatenate Menadi portavano in processione giganteschi falli di creta, alti, immagino, venticinque metri, come i famosi Gigli di Nola nella festa di san Paolino.
Dioniso, diciamolo subito, era pazzo e, in quanto tale, anche parzialmente incolpevole. Un giorno sua nonna Rea, per salvarlo dall'ira degli altri Dei, fu costretta a purificarlo delle tante trasgressioni commesse, ed effettivamente ne aveva fatte di cotte e di crude.
Tanto per darne un'idea, citeremo solo alcuni misfatti. Aveva scorticato vivo il re di Damasco, reo di essersi opposto alla diffusione del culto dionisiaco nelle terre tracie; ucciso un migliaio di Amazzoni solo perch gli stavano antipatiche; fatto impazzire le donne argive fino al punto d'indurle a divorare crudi i propri figli. E non basta: aveva indotto Licurgo, re degli Edoni, a potare con un'accetta il figlio Driade, dopo averlo convinto che lo stesso non era un bambino ma una vite. Per non parlare poi delle metamorfosi che oper a destra e a manca, come quando mut in pipistrelli le sorelle Alcitoe, Leucippe e Aristippe, colpevoli di non aver voluto partecipare a una festa notturna in suo onore. O come quando, rapito dai pirati, trasform gli alberi della nave in viti, i remi in serpenti, il sartiame in belve feroci e se stesso in leone, cosicch tutti i pirati si gettassero in mare e a loro volta si tramutassero in delfini.
La follia per, sia chiaro, a quei tempi (e forse non solo a quei tempi) era considerata quasi un dono degli Dei; un dono che, ad esempio, induceva le donne a lasciarsi andare. Di qui la preghiera, attribuita a Omero:
 O tu che appari in forma di toro, ti scongiuro, siimi propizio e infondi nella mia donna la follia!
 (Inno a Dioniso I, 17)
Tra i tanti viaggi di Dioniso, importantissimo quello all'isola di Nasso, dove incontra Arianna abbandonata di fresco dall'eroe Teseo (vedi I miti degli eroi, cap. IX). Lei rossa e lui biondino: niente male come coppia.
 Dioniso dalle chiome d'oro fece sua sposa la fulva Arianna, fiorente figlia di Minosse.
 (Esiodo, Teogonia 947)
Vederla e innamorarsene fu un tutt'uno. Non si sa bene cosa le abbia detto di cos invitante. Probabilmente qualcosa del tipo: Su bella: vieni con noi che ci si diverte.
Fulcro, infatti, del culto di Dioniso era l'orgia. Ma cosa si faceva durante un'orgia dionisiaca? Niente di strano: prima si beveva il vino, poi ci si stancava ballando e infine, per quelli che avevano ancora fiato, si faceva l'amore, omo o etero non importava molto, tanto a quel punto nessuno era pi in grado di badare a simili dettagli.
Del resto, a quei tempi, l'orgia era considerata un rito religioso, in qualche modo simile a certe manifestazioni di casa nostra, come quella della Madonna dell'Arco, dove tutti i devoti, detti anche fujenti, ballano come invasati, dall'alba al tramonto, senza fermarsi mai un attimo, nemmeno per soddisfare i bisogni pi elementari. E poi, a pensarci bene, che balli o faccia l'amore, l'uomo si manifesta sempre come membro di una comunit superiore che ha disimparato a camminare e a parlare e che  sul punto di volarsene in cielo danzando. Cos parl Nietzsche nella sua Nascita della tragedia.
XIV

Efesto
Era l'unico brutto tra tutti gli Dei maggiori; gli altri, tranne qualche povero dio di serie B (come Pan ad esempio), erano bellissimi. Sua madre Era lo concep da sola, senza l'aiuto di alcun maschio, e quando lo partor, vedendolo cos gracile e deforme, non all'altezza quindi degli altri Dei di prima grandezza, lo prese per un piede e lo gett via senza un briciolo di piet.
Inzoppito per la botta (Apollodoro, Biblioteca I, 3, 5), il piccolo Efesto venne raccolto amorevolmente da Teti ed Eurinome, le quali, commosse dalle sue lacrime, gli regalarono una gruccia d'oro e una piccola fucina in fondo al mare, dove giocare e mettere a frutto il proprio talento.
Efesto si rivel immediatamente un abilissimo artigiano: aveva, come suol dirsi, le mani d'oro. Tutto quello che produceva era eccezionale. Oltretutto, malgrado l'aspetto macilento, aveva una forza incredibile nelle braccia. Tra le tante opere che gli vennero attribuite, ne ricordiamo almeno due, le principali: le donne robot e i tavolini semoventi. Le prime erano
 due ancelle d'oro, simili a fanciulle vive, aventi nel petto la mente, la voce e la forza.
 (Omero, Iliade XVIII, 417)
Mentre i tavolini semoventi erano venti portavivande, tutti muniti di
 ruote d'oro poste sotto ciascun carrello, in modo che da soli entrassero nei divini simposi, e che da soli tornassero a casa. O qual meraviglia a vedersi!
 (Op. cit. XVIII, 375)
Un giorno Era vide luccicare sulla tunica di Teti una spilla d'oro di raffinata fattura.
Dove l'hai presa? le chiese, entusiasta, simile in questo a una comare qualunque che s'incontra con un'amica.
Me l'ha regalata un ragazzino di nove anni. Lui stesso l'ha costruita per me.
E chi  questo piccolo genio? incalz Era, pi interessata che mai.
Te lo ricordi Efesto? Quel bambino che tu scaraventasti in mare perch storpio? Ebbene,  lui. Io ed Eurinome lo raccattammo mezzo morto e lui oggi, riconoscente, ci riempie di regali.
Allora Era pretese che il figlio tornasse da lei e, come prima cosa, gli ordin una seggiola regale che fosse degna della sua persona.
Io sono la moglie di Zeus, la pi potente di tutte le Dee dell'Olimpo disse. Costruiscimi un trono dal quale nessuno potr mai strapparmi.
Ed Efesto glielo costru su misura: le eresse un trono di proporzioni gigantesche, cos tempestato di pietre preziose che a fissarlo a lungo dolevano gli occhi. Solo che, non appena la Dea prov ad accomodarvisi, due manette (ovviamente d'oro) sbucarono improvvise dai braccioli e la imprigionarono una volta per sempre. Come lei stessa aveva chiesto, da quel giorno nessuno al mondo avrebbe potuto detronizzarla, nemmeno Zeus.
I suoi strilli riempirono l'aria per mesi e mesi. Per cui tutto l'Olimpo si mise a implorare il giovane storpio affinch liberasse sua madre, ma Efesto era irremovibile.
Quale madre? rispondeva. Io ho solo due madri putative, Teti ed Eurinome, e non mi risulta che abbiano bisogno di aiuto.
Ma davvero Efesto odiava Era a tal punto? Non  detto. Nell'Iliade compaiono due episodi contrastanti tra loro, uno a favore e uno contro questa tesi.
Nel XVIII libro il divino artefice si sfoga dicendo:
 Mia madre, faccia di cagna, mi gett via perch ero storpio, e chiss quanti strazi avrei patito nell'animo, se Teti ed Eurinome non mi avessero accolto nel seno del mare.
 (Op. cit. XVIII, 396 sgg.)
Nel I libro, invece, Efesto si schiera a suo favore. Zeus  adirato con Era per via di una delle solite liti, e finisce per appenderla alla volta del Cielo, dopo averle legato alle caviglie due pesantissime incudini. Efesto allora interviene in sua difesa e si becca l'ira di Zeus. Il Cronide lo prende per un piede e, tanto per cambiare, lo scaraventa gi dall'Olimpo, facendogli rompere anche l'altra gamba.  lui stesso che ce lo racconta:
 Presomi per un piede mi gett dalla soglia sacra, e per un giorno intero precipitai, ma col tramonto del sole caddi in Lemno dove mi raccolsero i Sinti.
 (Op. cit. I, 591 sgg.)
Ma torniamo al primo episodio. Avevamo lasciato Era imprigionata sul suo trono. Gli Dei continuano a insistere per convincere Efesto a liberarla, e lui risponde: Cari colleghi, dal momento che pensate che io, con la mia bruttezza, possa danneggiare la razza degli Dei, concedetemi in moglie la pi bella di tutte, Afrodite. In questo caso, e solo in questo caso, io liberer mia madre.
Detto fatto, gli Dei combinarono il matrimonio. Nemmeno il tempo, per, di brindare agli sposi, che ecco farsi avanti il primo amante:  Ares, il Dio della Guerra, il pi macho ma anche il pi stupido degli abitanti dell'Olimpo. Si forma cos, per la prima volta nella storia, il classico triangolo che furoregger fino ai giorni nostri con la commedia brillante e, perch no, anche con la sceneggiata napoletana: isso, essa e o malamente, ovvero Efesto, Afrodite e Ares.
Non c' tresca, comunque, senza che lo si risappia in giro. E infatti un giorno, all'alba, essendosi Ares e Afrodite trattenuti pi del solito su di un prato fiorito, furono visti da Elio, il Dio del Sole, che ne inform immediatamente Momo, la Dea della Maldicenza, che a sua volta lo comunic a tutti gli altri, anche a quelli che non lo volevano sapere.
 Appena udito il doloroso racconto, Efesto si avvi nella fucina, covando vendette nel cuore, indi pose sul ceppo una grande incudine e forgi un'infrangibile rete perch vi restassero presi. Una volta costruita la trappola, adirato contro Ares, si avvi verso il suo talamo e sparse in giro invisibili legami pari a ragnatele sottili.
 (Omero, Odissea VIII, 272 sgg.)
Dopo aver nascosto tra le lenzuola la micidiale ragnatela, sottile ma indistruttibile, finge di dover partire per l'isola di Lemno: bacia la moglie e se ne va. Quel che accadde in seguito  sempre Omero a raccontarcelo, nell'VIII libro dell'Odissea.
 Ares, quando vide partire l'illustre artefice, s'avvi alla sua casa bramando l'amore di Citerea. Lei era appena tornata dalla casa del possente Zeus. Lui entr spavaldo, le strinse la mano e le disse: Su cara, corichiamoci nel letto e godiamo! Efesto non  pi in paese,  gi partito per Lemno. Cos disse e a lei parve allettante giacersi con lui. Una volta a letto si abbracciarono, ma intorno a loro si strinsero i fili forgiati dall'abile Efesto. Pi, allora, non riuscirono a muoversi o ad alzare le membra, finch capirono che non c'era pi scampo.
 (Op. cit. VIII, 285 sgg.)
A questo punto Efesto commette un errore madornale: invita tutti gli Dei a constatare de visu i particolari del tradimento.
Immaginiamoci la scena: Ares e Afrodite, nudi come vermi, sono imprigionati dalle maglie della rete di bronzo. Gli Dei arrivano alla spicciolata, accalcandosi intorno al letto per guardare: sono tutti maschi. Le Dee, pudicamente, hanno preferito rinunziare allo spettacolo, data la notoriet di Ares come Dio dal membro eretto.
Va a finire che il divino pubblico, tutto maschile, si identifica con Ares, desiderando di essere al suo posto. Non ci dimentichiamo, infatti, che Afrodite giace nuda, proprio accanto a lui, in tutto il suo splendore.
Beato lui! si lascia scappare Ermes.
La penso come te gli fa eco Poseidone.
Cos, prima o poi, tutti dichiarano la loro simpatia per gli adulteri. Afrodite, lusingata da tanti complimenti, al momento buono sapr ricompensarli tutti, concependo con ciascuno di loro almeno un figlio. Con Ermes ne avr uno mezzo uomo e mezzo donna, Ermafrodito, con Poseidone ne avr due, Rodo ed Erofilo, e con Dioniso metter al mondo il mostruoso Priapo, dotato di un membro gigantesco.
XV

Ermes
Ermes era il protettore dei mariuoli, dei commercianti e dei divulgatori. Ci premesso, non possiamo fare a meno di chiederci: cosa hanno in comune queste tre categorie? Se per l'accoppiata mariuolo-commerciante  ancora possibile immaginare un accostamento, per quella commerciante-divulgatore (o, peggio ancora, ladro-divulgatore) non si capisce come sia possibile trovare dei punti di contatto.
Si vuole forse insinuare che chi divulga  un ladro? E di che, poi? Di idee altrui? O di testi astrusi, resi commestibili da chi ha l'abilit del narrare? Non a caso l'ermeneutica (nome che deriva per l'appunto da Ermes)  l'arte d'intendere e d'interpretare, e quindi anche di spiegare in termini semplici un pensiero altrimenti incomprensibile. Trattasi di una facolt molto utile ai salesmen, ai giornalisti, ai politici, ma anche agli imbonitori televisivi, ai truffatori e ai ciarlatani in genere. Ermes era un po' tutto questo e non a caso Zeus lo impiegava come messaggero per i suoi affari di cuore.
Ermes fu il Dio pi precoce di tutta la mitologia greca. Quando nacque, in un sol giorno ne combin di cotte e di crude. Tanto per averne un'idea,
 nacque all'alba, a mezzogiorno invent la lira, e al tramonto rub le vacche dell'arciere Apollo.
 (Omero, Inno a Ermes 17)
L'arciere Apollo, poveraccio, accortosi che le stalle erano vuote, gir in lungo e in largo per tutta l'Attica nella speranza di ritrovare le sue amate bestie. Chiese ai vicini, interrog i passanti, ma nessuno gli seppe dire nulla. D'altra parte non pot nemmeno regolarsi sulle orme lasciate dagli armenti, dal momento che Ermes aveva avuto cura di ricoprire ogni zoccolo con babbucce di foglie secche, da lui stesso confezionate, in modo che la direzione sul terreno risultasse opposta a quella realmente presa.
Un bel giorno Apollo, quando meno se l'aspettava, vide fuori da una caverna due pelli con il suo marchio stese al sole. Si precipit dentro come una furia e si trov di fronte Maia, la madre di Ermes, seduta accanto a una culla.
 stato tuo figlio a rubarmi le vacche! url, colmo di rabbia.
Mio figlio?! Ma se  ancora in fasce! esclam la povera donna, indicando il neonato nella culla.
Apollo, per, non si arrese per cos poco: tir fuori Ermes dal suo giaciglio, lo scosse brutalmente pi volte e gli ingiunse di restituirgli le vacche.
Dove le hai nascoste? Parla, disgraziato, se non vuoi che ti strangoli oggi stesso!
Le ho messe al sicuro, rispose Ermes, terrorizzato a eccezione di due capi che ho dovuto sacrificare ai dodici Dei.
Ai dodici Dei? ripet Apollo stupito. E chi sarebbe il dodicesimo?
Be'... sarei io rispose l'impudente neonato.
A questo punto ci si chieder: Ma Ermes, poi, le restitu le vacche ad Apollo?.
Nemmeno per sogno. Anzi, mentre lo accompagnava al nascondiglio, si mise a cantare suonando la lira, uno strumento che lui, proprio quel giorno, aveva inventato, mettendo in tensione alcune interiora di vacca all'interno di un guscio di tartaruga. Ascoltandolo, Apollo non pot fare a meno di esclamare:
 Meravigliosa  la nuova voce che odo, e non credo di sbagliare affermando che mai alcun uomo ne venne a conoscenza, n alcuno degli Dei che oggi abitano le dimore dell'Olimpo, se non tu, o furfante, figlio di Zeus e di Maia! Ma che arte  mai questa? Da dove nasce questo canto che ispira passioni irresistibili? Qual  la via per ottenerlo? Con esso  davvero possibile raggiungere, tutte insieme, tre cose: la gioia, l'amore e il dolce sonno.
 (Op. cit. 443 sgg.)
Grazie rispose Ermes, arrossendo. Dette da te, queste parole sono un complimento eccezionale. La lira  davvero ammaliatrice. Se vuoi, te la regalo, a patto, per, che tu mi regali le tue mandrie.
Apollo accett entusiasta e dopo pochi passi Ermes stacc una canna dal terreno.
Cosa fai? chiese Apollo.
Mi costruisco uno zufolo.
Uno zufolo? E che cos' uno zufolo?
 un altro strumento musicale rispose Ermes, sempre con aria modesta. Basta fare dei buchi laterali e poi soffiarci dentro. Senti un po' che bel suono ne viene fuori!
Anche stavolta, entusiastica ammirazione da parte di Apollo, e immediata proposta di Ermes.
Se sei d'accordo, io ti regalo lo zufolo e tu mi doni l'arte augurale.
Questo proprio non lo posso fare, gli rispose Apollo a malincuore per, se vuoi, puoi recarti a nome mio dalle Trie che t'insegneranno i primi rudimenti del mestiere.
Insomma Ermes, a forza di praticare l'io do una cosa a te e tu dai una cosa a me, in breve tempo divenne un Dio ricchissimo, di beni e di facolt.
Come inventore, fu di certo il pi geniale degli Dei. Fra le sue scoperte ricordiamo la scala musicale, i numeri, l'alfabeto, la bilancia, l'astronomia, la ginnastica, l'arte del pugilato, la coltivazione dell'olivo e le misure di capacit. Avesse avuto pi tempo a disposizione, avrebbe inventato anche la tiv, quella commerciale ovviamente, zeppa di consigli per gli acquisti.
XVI

Estia
Estia, Dea casalinga per eccellenza, fa rima con modestia, e non poteva essere altrimenti dal momento che aborriva qualsiasi forma di mondanit. Essendo dodici le poltrone che circondavano il trono di Zeus ed essendo tredici gli aventi diritto, lei un bel giorno cedette il suo posto all'ultimo arrivato, Dioniso, spiegando che, in fondo in fondo, di star seduta in mezzo a tutti quei mammasantissima non  che gliene importasse poi molto, e che si trovava pi a suo agio nei tinelli della povera gente.
Primogenita di Crono, era a lei che le madri dell'antichit si rivolgevano allorch qualche nube minacciava la serenit della famiglia (un marito ubriacone, una serva ladruncola, un problema di corna, un figlio degenere o una vicina rompiscatole).
Omero le dedica un inno che comincia con questi versi:
 O Estia, che nelle dimore sublimi di tutti gli Dei immortali e di tutti gli uomini che vivono sulla Terra hai ottenuto una sede eterna, tuo privilegio di primogenita, senza di te non ci sarebbero banchetti per i mortali, in cui il commensale che liba per primo non offra a Estia il vino dolce come il miele.
 (Inno a Estia 1 sgg.)
Simbolo del suo regno era il braciere, anche detto l'omfals, l'ombelico di casa, punto d'incontro attorno al quale tutti i componenti della famiglia, oltre a riscaldarsi durante le lunghe serate d'inverno, si riunivano spesso e volentieri a discutere. Oggi, con ogni probabilit, l'omfals sarebbe l'apparecchio televisivo, e di sicuro Estia trascorrerebbe buona parte del suo tempo a guardare i programmi prediletti dalle casalinghe.
A differenza di Afrodite, che in fatto di sesso era di larghe vedute, Estia non si era mai concessa a nessuno, malgrado Apollo e Poseidone ci avessero provato di brutto. Seppe resistere perfino alle brutali avances di Priapo. Si racconta, infatti, che una sera, dopo un lauto banchetto, la Dea si sia appisolata in un angolo e che il superdotato figlio di Dioniso e di Afrodite le sia saltato addosso senza nemmeno farle un minimo di corte. Fu il raglio di un asino a svegliarla, proprio al momento giusto, altrimenti Priapo ci sarebbe pure riuscito.
Zeus, per premiarla della sua castit, impose che, da quel giorno in poi, la prima vittima di ogni sacrificio le fosse dedicata di diritto. Anche gli asini, per, ebbero il loro giusto riconoscimento: ogni anno, infatti, il 15 giugno, durante le Vestalia, venivano inghirlandati e portati in processione fino al tempio della Dea. Commento di Afrodite: Che colpa ne ho io se, quando capita a me, non ci sono mai asini nelle vicinanze!.
Ora, proprio per la sua condotta irreprensibile, su Estia c' ben poco da raccontare.
Pi movimentata, invece, la vita della sua omologa romana, Vesta, Dea del Focolare, e delle Vestali, le sacerdotesse che ne tramandavano il culto. Due le preoccupazioni di queste monache dell'antichit: primo, restare vergini e secondo, non far spegnere il fuoco nel tempio, per non subire la tremenda punizione di essere sepolte vive.
A volte accadeva che, proprio per aver amoreggiato con un maschio di passaggio durante un turno di sorveglianza, finivano col trascurare il fuoco. Una cosa del genere capit a Rea Silvia, madre dei gemelli Romolo e Remo. A sua scusante va detto che il maschio in questione era Marte in persona, ovvero Ares, il Dio della Guerra. A lei, comunque, vada il nostro commosso ringraziamento di discendenti di Romolo.
Nell'Urbe, ogni aristocratico ci teneva moltissimo ad avere una Vestale in famiglia. La nomina, in genere, avveniva quando la disgraziata aveva appena compiuto sette anni, e la ferma, se cos possiamo chiamarla, durava la bellezza di trent'anni; dopodich la si rendeva libera di sposarsi o di avere un amante.
Le Vestali erano potentissime: godevano di rari privilegi, quali il poter transitare con un carro attraverso le vie di Roma, anche nelle zone pedonali, o l'essere precedute da un littore quando andavano a fare la spesa e il disporre di poltrone di prima fila negli spettacoli circensi. Fatte segno di reverente ossequio da parte delle pi alte cariche dello Stato, cadevano in disgrazia non appena si sapeva di una qualche loro storia di sesso. A volte bastava il semplice sospetto perch il Senato le condannasse a morte, senza piet.
XVII

Pan
Di chi fosse figlio Pan non si  mai ben capito: per alcuni era figlio di Crono, per altri di Zeus, per altri ancora di Ermes. Noi propendiamo per quest'ultima paternit, essendo stati conquistati, fin dai tempi del liceo, dal dialogo di Luciano di Samsata che riportiamo, pari pari, qui di seguito:
 PAN Salve, o padre.
 ERMES Io tuo padre! Vuoi forse scherzare?
 PAN Non sei tu Ermes Cillenio?
 ERMES S, son io, ma tu non puoi essere mio figlio.
 PAN E invece lo sono: magari bastardo, giacch sono venuto al mondo in un modo un po' speciale.
 ERMES Bastardo di sicuro, ma di un capro o di uno stambecco. Mio no di certo, dal momento che hai le corna, un naso orribile, la barba ispida, la coda e le gambe da capra.
 PAN Prendimi pure in giro, o Ermes, ma sappi che  tuo figlio che stai svergognando, oppure te stesso, dal momento che sei tu che mi hai generato.
 ERMES E chi sarebbe mai tua madre? Una donna? Oppure, senza accorgermene, ho sedotto una capra?
 PAN Se ben ricordi, in Arcadia, violentasti una fanciulla di nome Penelope, figlia di Icario.
 ERMES E cosa mai le  capitato, per generarti simile a un capro?
 PAN Fu lei stessa a raccontarmelo. Mi disse: Sappi, figlio mio, che tuo padre  Ermes, figlio di Maia e di Zeus, e che tu sei nato con le corna e le gambe da capro perch lui, quando mi violent, per non farsi riconoscere, prese le sembianze di un caprone.
 ERMES Per Zeus! Ricordo di aver fatto qualcosa del genere. Ora, per, temo che per colpa tua io possa diventare lo zimbello di tutto l'Olimpo.
 PAN Non preoccuparti, o padre, non ti far sfigurare: sono portato per la musica e so trarre suoni magici dalla mia zampogna. So danzare e sono padrone di numerose greggi.
 ERMES Dimmi Pan.  cosicch ti chiamano, no? Hai gi preso moglie?
 PAN No, davvero: ho un temperamento molto erotico e non mi accontenterei di una soltanto.
 ERMES Ovviamente, ti accoppi solo con le capre.
 PAN Che scherzi! Io sto con Eco, con Piti e con tutte le Menadi di Dioniso, soprattutto quando sono ubriache. E loro mi tengono in gran conto.
 ERMES Incredibile! Adesso, per, ti chiedo un favore.
 PAN Dimmi, o padre.
 ERMES Vienimi pure a trovare e sii affettuoso. Cerca, per, di non chiamarmi padre quando ti accorgi che c' qualcuno che ci sente.
 (Luciano, Dialoghi degli Dei 22)
Lo stupro, comunque, era un vizio di famiglia: anche Pan, diciamo la verit, non andava molto per il sottile quando desiderava una donna. Si racconta che un giorno, preso da improvviso raptus, abbia inseguito per monti e per valli la ninfa Siringa, fino ad abbrancarla presso le rive del Ladone. Vistasi persa, la poverina supplic le ninfe del fiume di mutarla d'aspetto e cos accadde che mentre Pan era tutto proteso a possederla, si ritrov all'improvviso, ansimante, con una canna in bocca, ottenendo peraltro un piacevolissimo suono.
 Il Dio, stupito per l'arte ignota e commosso dalla dolcezza del suono, esclam: Questo rapporto tra noi non dovr mai cessare dopodich, saldando tra loro con l'aiuto della cera pi canne di diversa lunghezza, perpetu attraverso lo strumento il nome della ninfa.
 (Ovidio, Metamorfosi I, 708 sgg.)
Insomma, ovemai non fosse chiaro, Pan era un gaudente di campagna nel vero senso del termine: faceva l'amore, cantava, mangiava, beveva, dormiva, e guai a disturbarlo mentre faceva la siesta. Pare che emettesse un urlo terrificante capace di uccidere.
 A mezzogiorno non si pu suonare, o pastore, giacch temo Pan: questa  l'ora in cui riposa, stanco per aver a lungo cacciato.  collerico e l'aspra bile  l pronta a saltargli al naso.
 (Teocrito, Idilli I, 15 sgg.)
Ancora una curiosit. Pan  l'unico Dio di cui si sa che  morto. A detta di Plutarco, pare che una notte l'equipaggio di una nave romana, mentre si avvicinava a un'isola greca, abbia sentito una voce urlare nel buio:  morto Pan! Ditelo a tutti che  morto Pan!.
Ora, tenuto conto che l'epoca  quella di Tiberio e che Ges Cristo era nato da poco, l'annunzio, cos disperato, cos emblematico, fu interpretato dagli apologisti cristiani come la morte del paganesimo. Ma cediamo la parola a Plutarco.
 Il retore Emiliano, mio concittadino e maestro di grammatica, mi raccont che una notte si trovava imbarcato per l'Italia su un mercantile con molti passeggeri a bordo, e che presso le isole Echinadi il vento cadde di colpo, motivo per cui la nave fu trascinata dalla corrente fino a Paxo. Quasi tutti i passeggeri erano svegli e molti stavano bevendo. All'improvviso si sent una voce che invocava un certo Tamo. Tutti restarono sbalorditi: questo Tamo era un pilota egiziano, ma nessuno lo conosceva per nome. Due volte fu chiamato e alla terza lui rispose. Allora la voce gli grid: Quando sarai giunto a Palode annuncia a tutti che il grande Pan  morto!.
 (Plutarco, De defectu oracolorum I, 17)
XVIII

Poseidone
Poseidone (Nettuno per i Romani) aveva quello che si dice un pessimo carattere: sempre pronto a litigare, a protestare, a prendere cappello per un nonnulla. Non a caso era chiamato lo Scuotiterra possente (Omero, Odissea V, 375), ovvero il responsabile di tutti i terremoti.
D'altra parte, per, mettiamoci nei suoi panni: figlio di Crono, di pari livello di Zeus, perch mai doveva sottostare al fratello minore? Solo perch, nel corso di uno sfortunato sorteggio, a lui era toccato il Mare, ad Ade gli Inferi e a Zeus il Cielo? E chi lo dice, poi, che il Mare sia meno importante del Cielo e degli Inferi? Provate a immaginare una crociera del XII secolo avanti Cristo, magari sulla rotta Troia-Itaca, e ditemi chi  pi importante, se il Mare o il Cielo!
Per avere un'idea di chi fosse Poseidone, bisogna rileggersi il XIII libro dell'Iliade e precisamente il brano in cui Omero ce lo presenta come soccorritore degli Achei, nel momento in cui questi stavano per essere ricacciati in mare dai Troiani.
 Poseidone venne gi dal monte dirupato, movendo rapido i passi. Il gran monte e la selva tremavano sotto i suoi piedi immortali. Scendendo balz tre volte, alla quarta raggiunse Ege, dove, negli abissi del mare, possedeva una casa bellissima, d'oro, scintillante, per sempre indistruttibile. Qui giunto, aggiog al carro i cavalli dai piedi di bronzo e dalle criniere d'oro, gi pronti al volo. D'oro era lui stesso vestito e d'oro era la sua bella frusta. Sal sul carro e si lanci sui flutti. Guizzavano sotto di lui i mostri venuti in superficie dagli antri marini: non ignoravano il loro re, e lieto il mare si apriva ai cavalli che volavano rapidi, senza, per questo, nemmeno bagnare l'asse di bronzo.
 (Iliade XIII, 17 sgg.)
Purtroppo, rispetto a Zeus, Poseidone era meno fortunato, per non dire sfigatissimo: s'innamor della Nereide Teti e subito gli vennero a dire che, ovemai l'avesse sposata, avrebbe avuto un figlio in grado di oscurarlo. S'invagh di un'altra ninfa, la bella Anfitrite, che poi si rivel, come moglie, gelosa e vendicativa. Al punto che, un giorno, solo per aver visto il marito far due chiacchiere con una sventurata di nome Scilla, and su tutte le furie: inquin con erbe magiche il laghetto in cui la fanciulla era solita farsi il bagno e Scilla si trasform in un orrendo mostro con sei teste e dodici zampe.
Ma anche a prescindere dai suoi amori, pi o meno sfortunati, mai una volta che Poseidone riuscisse a vincere un confronto con qualcuno degli altri Dei. Famosa la sua disputa con Atena per il predominio dell'Attica.
 Dicono che sotto il regno di Oro Atena e Poseidone si disputarono la regione, e che, dopo la disputa, la possedettero in comune, dal momento che cos volle Zeus. E difatti le antiche monete ebbero come effigie sia il tridente di Poseidone che il viso di Atena.
 (Pausania II, 30, 6)
In effetti le cose non andarono affatto in modo cos pacifico. La vera storia ha risvolti molto pi drammatici: gli Ateniesi avevano chiesto ai due Dei di fare loro un regalo, in modo da poter scegliere chi dei due fosse il migliore. Poseidone brand il tridente d'oro e lo scagli sull'Acropoli, facendone scaturire una sorgente d'acqua di mare, bella a vedersi, ma scarsamente utile alla cittadinanza. Atena invece, molto pi dotata di senso pratico, si limit a far nascere un ulivo. Inutile aggiungere che gli Ateniesi scelsero l'ulivo e dettero il nome della Dea alla citt.
 Al che Poseidone, fortemente sdegnato, molto travagli la bella campagna triasia, coprendo tutta l'Attica con giganteschi flutti marini.
 (Apollodoro, Biblioteca III, 14, 1)
Le onde del mare non si ritirarono finch il governo di Atene non decise che, da quel giorno in poi, tutti i nascituri avrebbero portato il nome del padre e non pi quello della madre, cos come fino a quel momento si era fatto in Grecia. Questa decisione ebbe l'effetto di rabbonire Poseidone che era piuttosto maschilista.
Per chiudere, ricordiamo che Poseidone si vantava spesso di aver inventato il cavallo, o quanto meno il carro da competizione, o quanto meno le briglie.
Parte quarta

I MITI DELLA GUERRA DI TROIA
Sulle origini della guerra di Troia esistono due diverse ipotesi, una ragionevole, e in quanto tale un po' noiosa, l'altra del tutto fantasiosa, e quindi meritevole di essere raccontata.
L'ipotesi storicamente ragionevole sostiene che, data la posizione di Troia, non c'era verso di passare attraverso lo stretto dei Dardanelli senza lasciare una cospicua percentuale del carico: praticamente il pizzo di tremila e duecento anni fa. I Troiani disponevano di imbarcazioni d'arrembaggio, piccole e veloci, con cui punire severamente chiunque avesse tentato di fare il furbo. Ebbene, ai marinai greci la camorria dei Troiani non andava proprio gi: loro avevano troppo bisogno di grano, oro, argento, cinabro, giada, lino e canapa per rinunziare ai commerci con il Mar Nero. Basti pensare che il grano caucasico costava quasi la met di quello coltivato nel Peloponneso: un paio di viaggi e ci si arricchiva. Fu cosicch un bel giorno gli Achei, stanchi di essere spremuti dagli abitanti dello stretto, formarono una santa alleanza e andarono a suonarle di santa ragione ai Troiani.
Quando? Vallo a capire. Sulla collina di Hissarlik ci sono almeno nove strati archeologici, ognuno dei quali parla di citt rase al suolo tra il 2500 e il 900 a.C., e solo un fanatico come Schliemann poteva essere sicuro di aver individuato lo strato giusto. A ogni modo, a detta degli esperti, quello della citt di Priamo dovrebbe essere il settimo, databile intorno al 1200 a.C. (secolo pi, secolo meno).
A proposito di Schliemann,  grazie alla sua testardaggine, e soprattutto alla sua fede, se oggi possiamo considerare l'Iliade come un libro interessante per gli storici, e non solo come un'opera di fantasia. Tutto cominci con una Storia universale per ragazzi regalata da pap Schliemann a suo figlio Heinrich nel giorno del suo compleanno. Il libro aveva in copertina l'eroe Enea, con a cavacecio il padre Anchise e per una mano il figlioletto Ascanio: di sfondo le mura di Troia avvolte dalle fiamme. Questa illustrazione colp a tal punto la fantasia del piccolo Schliemann che fin da allora s'impose di scoprire la citt di Troia, e tanto fece che la scopr davvero.
Schliemann aveva la fissazione delle cacce al tesoro. A nove anni costringeva la sua amica Minna a girare di notte per boschi e cimiteri alla ricerca della tomba del pirata Henning. A suo dire, l dov'era stato sepolto avrebbero trovato oro e argento in quantit. Henning precisava quando fu ucciso non mor del tutto: gli rest viva una gamba, quella sinistra. Motivo per cui, oggi, quando  mezzanotte, la si vede sbucare dal terreno, rivestita da una calza nera. Basta individuare il punto preciso per sapere dov' nascosto il tesoro.
Schliemann cominci a lavorare facendo il garzone in una drogheria, poi s'imbarc come mozzo su una nave da carico e naufrag nei pressi di Amsterdam. In seguito lavor come usciere, contabile e imprenditore. Impar da solo e senza alcun maestro una dozzina di lingue. Nel giro di una ventina d'anni divenne straricco. Si spos in seconde nozze con Sofia Engastromenos, una diciassettenne greca bella come una Dea. A questo punto non gli restava che scoprire i resti di Troia. Giunto sul posto, lo trattarono come un pazzo, che peraltro andava assecondato per via delle sue enormi ricchezze. Gli esperti lo portarono subito davanti alla montagnella di Bunarbashi e gli dissero: Ecco, qui sotto c' Troia. Non dite fesserie, rispose lui pi sicuro che mai Achille ed Ettore, prima del duello, fecero di corsa, a piedi, tre volte il giro delle mura, e qui la collina  troppo estesa perch la si possa percorrere tre volte e per giunta a piedi. Lo guardarono come si pu guardare un deficiente: Ma quella del duello  solo leggenda! gli dissero. Nossignore, insist lui  verit e come prova recit a memoria tutto il ventiduesimo canto.
Grazie alla sua profonda conoscenza del poema omerico, cominciarono a scavare un'altra collina, quella d'Hissarlik, e in breve tempo di citt rase al suolo non ne trovarono una, ma la bellezza di nove. Un giorno poi i suoi operai avevano appena cominciato a lavorare, quando lui scorse un luccichio nel terreno: Vuoi vedere pens che ho trovato il tesoro di Priamo!?. A quel punto non volle correre rischi e decise di proseguire da solo. Disse ai suoi operai: Scusate se vi ho fatto venire, ma avevo dimenticato che era il mio compleanno. Oggi non si lavora. Potete tornare a casa.
Una volta rimasto solo, si mise a scavare con le mani ed estrasse dal terreno decine e decine di bracciali, di diademi, di diamanti e di catenelle d'oro. Evidentemente il forziere di legno, che una volta custodiva il tesoro, col tempo si era polverizzato, e adesso i gioielli si erano sparsi nel terreno. Schliemann, allora, avvolse tutto in una coperta, poi port la giovane moglie in un'attrezzeria, e l la fece denudare da capo a piedi, per poi farle indossare tutti i gioielli che aveva trovato: Dio mio, esclam ecco di nuovo Elena di Troia!.
Reso il dovuto omaggio a Schliemann, rivolgiamo adesso la nostra attenzione alla versione mitologica. Questa, grazie a Dio, non ha bisogno di riscontri storici e si avvale solo di un gruppo di testi che proveremo a indicare nell'ordine. Innanzitutto i due poemi omerici, l'Iliade e l'Odissea, quindi le tragedie di Sofocle, di Eschilo e di Euripide, le Eroiche di Filostrato, e per finire tutta una serie di testi minori, tra cui quelli d'Apollodoro d'Atene, Diodoro Siculo, Ditti Cretese e Darete Frigio. Per quanto riguarda gli ultimi due, va precisato che si tratta di due falsi clamorosi, non essendo mai esistiti autori con questi nomi. Ecco come furono scoperti.
Nel quarto secolo dopo Cristo, un nobile romano di nome Lucio Settimio sostenne di aver trovato, sepolto in cantina, un manoscritto in lingua fenicia intitolato Diario della guerra di Troia. Il suo autore, un certo Ditti Cretese, del tutto ignoto fino a quel momento, sosteneva di essere stato compagno d'arme degli eroi Idomeneo e Merione, e, in quanto tale, testimone oculare della guerra di Troia. Al suo confronto Omero altro non era che un riecheggiatore dei fatti con un ritardo di almeno quattro secoli. All'incirca con le stesse pretese, duecento anni dopo, salt fuori un altro reduce della guerra troiana, tale Darete Frigio, autore di un'opera in sei volumi intitolata Excidium Troiae, dove si negava addirittura l'episodio del cavallo. Secondo l'autore, infatti, Troia sarebbe caduta solo grazie al tradimento di Enea che, in cambio della vita sua e dei suoi familiari, avrebbe consegnato agli Achei le chiavi di una delle porte della citt, chiamata per l'appunto Porta Cavallo. I maligni dicono che lo scopritore del manoscritto, Cornelio Nepote, avesse inventato tutta questa storia solo per affossare un avversario politico che durante la campagna elettorale si era vantato di essere l'ultimo discendente di Enea.
I

Il pomo della discordia
Quel giorno sull'Olimpo c'era una strana eccitazione: si celebravano le nozze di Teti e Peleo, nozze alquanto insolite, a pensarci bene, perch univano una Dea immortale a un comune mortale.
Teti, la Dea dai piedi d'argento, era stata sempre un grattacapo per gli Dei, e in particolare per Zeus e Poseidone che avevano a lungo litigato per chi dovesse essere il primo a inaugurarla. Per essere bella era bella, anzi diciamo pure bellissima (per alcuni addirittura pi sexy di Afrodite), per su di lei gravava una preoccupante profezia.
 Molti hanno narrato che, mentre Zeus era sul punto di abbracciarla, Prometeo gli si sia accostato e gli abbia predetto che il figlio nato da quell'unione sarebbe stato pi potente del padre. Al che Zeus, impauritosi, ordin che ella sposasse un mortale.
 (Apollodoro, Biblioteca III, 13, 5)
La ninfa, dal canto suo, non era affatto disposta a subire questa imposizione:
Perch solo io tra le cinquanta figlie di Nereo debbo accoppiarmi a un mortale? si chiedeva piangendo. Mai e poi mai accetter un legame cos ignobile!
Sennonch, un pomeriggio d'estate particolarmente afoso, Peleo si appost fuori della grotta dove Teti era solita fare la siesta e attese con pazienza. Stava l, s e no da mezz'ora, quando se la vide arrivare pi bella che mai, a cavallo di un delfino, tutta nuda e con i capelli al vento. Anche il luogo, secondo Ovidio, doveva essere incantevole:
 C' in Emonia un golfo, racchiuso in un'ampia ansa
 ricurva, alle cui estremit si protendono due
 promontori. Se l'acqua fosse pi profonda, di certo
 vi sarebbe un porto; ma la superficie del mare
 si stende appena al di sopra della sabbia.
 Molto soda  la rena del lido, tanto da non ricevere
 orme, n ritardare i passi, n essere scivolosa
 perch coperta d'alghe; vi sta a ridosso una selva
 di mirti, carica di bacche bicolori. Nel mezzo 
 una grotta, formata non si sa se da natura
 o da arte; forse tuttavia pi dall'arte, e qui,
 sedendo sopra un imbrigliato delfino, tu, o Teti,
 eri solita recarti spesso, nuda.
 (Ovidio, Metamorfosi XI, 229 sgg.)
Di fronte a uno spettacolo del genere, Peleo riusc a stento a dominare gli istinti. Attese che la Dea si appisolasse giacch sapeva che, in questi casi, pi la preda  colta di sorpresa e pi aumentano le chances del seduttore. Cos, non appena si rese conto che Teti aveva preso sonno, le si sdrai accanto e, tenendola ben stretta fra le braccia, cerc pi volte di baciarla.
 Stavi distesa, vinta dal sonno, quando ti sorprese
 Peleo, e poich tu, seppure adescata da preghiere,
 ti ribellasti, egli ricorse alla violenza e si
 avvinghi con entrambe le braccia al collo tuo.
 (Op. cit. XI, 238 sgg.)
Come tutte le divinit marine, per, anche Teti disponeva di armi segrete: era capace di trasformarsi in qualsiasi cosa, e difatti si mut via via in fuoco, in acqua, in vento, in albero, in uccello, in tigre, in leone, in serpente e perfino in seppia! Comunque, seppia o non seppia, Peleo non moll mai la presa e proprio mentre lei faceva la seppia riusc a venirne a capo. Come si possa poi violentare una seppia rester per me sempre uno dei grandi misteri della mitologia. Anche Teti, per, doveva sentirsi in qualche modo attratta da Peleo, ragione per cui, mentre per un verso schizzava addosso al suo aggressore litri di liquido nero, per l'altro se lo baciava con bruciante passione.
Il Destino, o meglio la Necessit (Ananke per i Greci), si era compiuto. Peleo si era accoppiato con Teti. Il loro matrimonio avrebbe avuto luogo da l a poco. La Dea Eris avrebbe lanciato il pomo della Discordia. Paride avrebbe scelto Afrodite per avere come compenso la bella Elena, ed Elena a sua volta avrebbe abbandonato il marito Menelao per far s che scoppiasse la guerra di Troia. Ma non precorriamo gli eventi e torniamo al giorno delle nozze.
La cerimonia si svolse sul monte Pelio e fu curata nei minimi particolari: assisi su dodici troni tempestati di diamanti, gli Dei maggiori brindarono alla felicit degli sposi. Intorno a loro decine e decine di centauri scalpitanti urlarono il loro entusiasmo, mentre Ganimede girava tra i tavoli versando a ciascuno nettare a volont. L'orchestra era quanto di pi prestigioso si potesse immaginare: c'era Orfeo alla lira, Pan alla zampogna, Apollo al flauto e le nove Muse a fare da coriste. Le Nereidi, sorelle della sposa, intrecciarono danze erotiche, e, sempre danzando, lanciarono rose sugli invitati. La prima ad aprire il corteo, reggendo la fiaccola nuziale, fu Era dalle bianche braccia, Signora dell'Olimpo. Poi, uno dopo l'altro, sfilarono tutti gli Dei. Ciascuno depose ai piedi della coppia il proprio regalo: Atena don una lancia la cui punta era stata forgiata da Efesto in persona, Poseidone si present con due cavalli stupendi, Balio e Xanto, uno dei quali anche parlante, Chirone consegn a Peleo un'asta di frassino che aveva la particolarit di non mancare mai il bersaglio, e Dioniso un liquido di colore scuro, mai visto prima di allora, chiamato vino.
L'unica assente era Eris, la Dea della Discordia, che giustamente non grad il mancato invito. Consider anzi il fatto di essere stata depennata dalla lista degli invitati come un vero e proprio affronto, e bisogna riconoscere che aveva le sue brave ragioni: le volte che c'era bisogno di lei, quei quattro farabutti dei suoi fratelli non avevano mai trascurato di chiamarla. Ares, per esempio, sempre voglioso di guerre, non passava giorno che non la pregasse di far litigare tra loro popoli che, magari, fino a quel momento erano sempre stati in ottimi rapporti. E ora che c'era da divertirsi, ora che c'era da banchettare e bere a volont, ecco che la scaricavano di brutto! D'altra parte, per, mettiamoci anche nei panni di Zeus: Eris come invitata era una menagramo terribile, praticamente impresentabile, e in particolare a una festa di nozze. Tanto per dirne una, la sua mise abituale era una benda insanguinata intorno alla fronte, cento vipere al posto dei capelli e le vesti tutte stracciate per meglio esibire le orrende ferite. Poi, come se questo non bastasse, aveva, sempre attaccati alle gonne, otto mocciosetti sporchi e cattivi, uno pi lamentoso dell'altro, che lei chiamava continuamente per nome, e cio Dolore, Fame, Pena, Oblio, Ingiustizia, Stento, Menzogna e Bestemmia!
Insomma, Zeus non se la sent di rovinare la festa, e lei, per vendicarsi, si present lo stesso: entr senza guardare in faccia a nessuno, con il viso tra l'offeso e il corrucciato, si avvicin al tavolo di Zeus e gli depose davanti al piatto una mela d'oro su cui aveva inciso la frase: Alla pi bella (Kalliste). Tutti tacquero di colpo: erano proprio curiosi di sapere come Zeus se la sarebbe cavata. E noi lasciamo che ce lo dica Igino:
 Si dice che in occasione delle nozze di Peleo e Teti, Zeus avesse chiamato tutti gli Dei a partecipare al banchetto, a eccezione di Eris, cio la Discordia. Costei tuttavia sopraggiunse ugualmente, a tarda ora; ma poich non le fu consentito di entrare, sporgendosi dalla porta d'ingresso gett un pomo in mezzo ai presenti, dicendo che era destinato alla pi bella.
 (Igino, Fabulae 92)
Dopo i primi attimi di stupore, tra gli invitati, e in particolare tra le donne, scoppi una discussione molto accesa: ognuna riteneva di aver diritto alla mela.
Io sono la pi bella di tutte, senza alcun dubbio! esclam Afrodite. Se non ci credete, chiedetelo ai commensali maschi, e sentirete cosa vi rispondono!
No, carina, replicava Era, facendole il verso la pi bella non sei tu, ma io, altrimenti non si capirebbe perch il Signore dell'Olimpo mi avrebbe scelta come sposa!
Mi spiace, ma siete tutte e due in errore! obiettava Atena. Io sola ho diritto alla mela, dal momento che la bellezza non  completa se  priva della saggezza, e io non sono solo bella, sono anche la pi saggia! I miei consigli migliorano la vita in tempo di pace, e assicurano la vittoria in tempo di guerra! Perch, ordunque, non lasciamo che Zeus giudichi secondo coscienza?
S, s, approvarono in coro gli invitati che sia Zeus a giudicare!
Zeus, dal canto suo, non sapeva proprio come cavarsi d'impaccio. D'altra parte la decisione non era affatto facile da prendere: quella era la prima elezione di Miss Universo, e lui aveva a che fare con tre candidate, una pi bella dell'altra, ma anche una pi temibile dell'altra. Come evitare, in seguito, le ritorsioni delle deluse? Fosse dipeso da lui, non avrebbe avuto dubbi: avrebbe consegnato la mela ad Afrodite, quella che lui prediligeva, tanto pi che, proprio alla sua sinistra, Efesto non faceva altro che ripetergli:
Ma che aspetti, o Zeus, a consegnare la mela ad Afrodite? Non t'accorgi che  la pi bella di tutte?
A me lo dici? Io la desidero da sempre, solo che non sono mai riuscito ad averla tra le braccia! avrebbe voluto rispondere. Ma si limit a dire: Non vedi come mi guarda mia moglie? Se non dico subito che  lei la pi bella, quella poi chi la sente!.
Zeus, difatti, avvertiva, dietro il collo, lo sguardo acuminato di Era, doloroso come una puntura di vespa. Fortuna che, proprio in quel frangente, gli si fosse avvicinata Temi, la Dea della Saggezza.
Non t'impicciare, o divino Zeus, gli disse la Dea e lascia che a giudicare sia un estraneo... magari un semplice mortale...
Il padre degli Dei non se lo fece ripetere due volte. Si alz in piedi e pronunzi solennemente il seguente discorso:
O Dee dell'Olimpo, vorrei possedere non una ma cento mele d'oro per premiarvi tutte come meritate. Avendone per una soltanto, una di numero, come scegliere tra tante bellezze, senza poi, di conseguenza, essere accusato di parzialit? Io di alcune sono il padre, di altre fratello, e di una addirittura lo sposo: per tali motivi, trovo pi giusto che a giudicare sia chiamato un estraneo. Ebbene, signore mie, ho deciso: quest'uomo sar il pastore Paride e le Dee che si sottoporranno al suo giudizio saranno Era, Atena ed Afrodite!
Un lungo mormorio si alz dalla sala: Zeus affidava il difficile compito a un giovanottello praticamente sconosciuto. Tutti non poterono fare a meno di chiedersi:
Un mortale, e per giunta neanche re o saggio sacerdote, bens un semplice pastore! Come far a guardarle in viso senza morirne folgorato? E poi, cosa ne pu capire un pastore di bellezze muliebri, di Dee immortali e di questioni divine?
Zeus, per, tronc sul nascere tutte le obiezioni:
Che nessuno osi contestare questa mia decisione! Io sono il Padre degli Dei e so benissimo quello che faccio: non ho bisogno dei vostri consigli! Ordino, pertanto, che Ermes, domani stesso, alle prime luci dell'alba, accompagni le Dee che ho scelto sul monte Ida, nella Frigia, e che le mostri al giovane Paride. Ci detto, l'argomento  chiuso. Che la festa prosegua con gran gaudio di tutti!
II

Il giudizio di Paride
Ma chi era Paride? Un bella rottura di scatole, almeno per la famiglia e i suoi compaesani. E non  che non fossero stati messi in guardia! Anzi, le profezie che accompagnarono la sua nascita erano state pessime. Si racconta, infatti, che la notte prima la madre Ecuba avesse fatto un sogno tremendo: dal suo ventre erano sbucate decine e decine di vipere che, dopo aver strisciato fino alle mura, avevano appiccato il fuoco a tutta la citt. Ce ne d notizia Apollodoro d'Atene che per, anzich di vipere, parla di fiaccole ardenti.
 Essendo sul punto di partorire il secondo figlio, le parve in sogno di generare una fiaccola ardente, la quale incendiasse e riducesse in cenere tutta la citt di Troia.
 (Apollodoro, Biblioteca III, 12, 5)
Ora, interpretare un sogno del genere, perdipi fatto da una donna al nono mese di gravidanza, non era poi tanto difficile (anche noi, immagino, ci saremmo arrivati), e difatti tutti si misero a dire che il nascituro sarebbe stato la rovina di Troia. In particolare Esaco, il maggiore dei figli di Priamo, diede in escandescenze pur di convincere il padre a sopprimere il neonato.
Uccidilo, padre mio, finch sei in tempo! urlava tra le convulsioni. Prima che sia lui a uccidere noi!
Oddio, Esaco era probabilmente epilettico, e comunque non stava molto bene con la testa: si comportava da esaltato. Di lui si racconta che per un amore non corrisposto era solito suicidarsi ogni mattina alle otto in punto: saliva su una roccia a picco sul mare e si buttava gi a capofitto, senza mai morire per, dato che la roccia non era sufficientemente alta da farlo sfracellare sulle onde; finch un bel giorno gli Dei, stanchi di questo macabro rituale, lo trasformarono in un uccello pescatore. Cos dissero pu buttarsi quante volte vuole e nessuno se ne accorge.
A dar manforte a Esaco si present pure Cassandra, altra figlia di Priamo, anche lei in grado di prevedere il futuro.
 Qual grido lev Cassandra
 fatidico di ucciderlo!
 E a chi non si rivolse,
 e quale autorit non supplic,
 pur di scannare il piccolo?
 (Euripide, Andromaca 297-300)
I pianti di Cassandra, per, invece di avvalorare la profezia del fratello, finirono con l'invalidarla. Bisogna sapere, infatti, che la povera Cassandra, per uno sgarbo fatto a suo tempo ad Apollo, era stata condannata a non essere mai creduta. Si racconta, infatti, che un giorno il Dio abbia visto Cassandra passeggiare sola soletta in un bosco e che, colpito dalla sua avvenenza, le abbia fatto la seguente proposta:
Se tu acconsenti, o soave fanciulla, a giacerti con me, io di te far la pi grande fra le veggenti.
La ragazza accett subito la proposta, ma poi, una volta ricevuta la facolt divinatoria, ci ripens e non volle pi concedersi al Dio. Allora Apollo, giustamente incavolato, le disse:
Ma dammi almeno un bacio!
D'accordo... rispose lei, chiudendo gli occhi per uno solo.
Al che Apollo, rapido come una biscia, le sput giusto sulle labbra. Cos facendo la condann a non essere mai creduta nelle sue profezie. Quello che non si capisce  come un Dio, onnisciente come Apollo, non abbia previsto in tempo che sarebbe andato in bianco, e come Cassandra non abbia previsto la sua reazione. Incongruenza, questa, molto comune anche fra gli indovini d'oggi.
Ma torniamo a Paride, anzi ad Alessandro, giacch questo fu il nome che gli fu dato alla nascita: Priamo, il padre, vedendolo cos carino, che dalla culla gli sorrideva e gli faceva ciao ciao con la manina, non ebbe pi il coraggio di ucciderlo, e ne affid il compito a uno dei suoi contadini di fiducia, tale Agelao.
Mi raccomando, Agelao, gli disse, piangendo abbandonalo sul monte Ida, ma non dirmi il luogo esatto dove lo porterai, altrimenti correrei subito a salvarlo.
 incredibile come in tutte le mitologie, da quella greca a quella indiana, ci sia sempre un neonato che riesce a sopravvivere malgrado sia stato abbandonato in un luogo selvaggio. Un poveretto lo lascia l, sicuro che il gelo o la fame lo faranno fuori nel giro di una notte, ed ecco che dopo nemmeno cinque minuti arriva un'orsa affettuosa (o una lupa, o una scimmia) che invece di divorarselo, come dovrebbe, si mette ad allattarlo. Paride, Tarzan, Romolo e Remo avrebbero corso pi rischi nella nursery di un nostro ospedale che non nelle selve in cui furono abbandonati.
Trascorsi cinque giorni, Agelao torn sul luogo del delitto e, invece di trovare un corpicino privo di vita, vide un'orsa che se lo allattava con la massima cura. A quel punto, colpito dal prodigio, non se la sent pi di portare a termine la sua missione e decise di crescersi il pupo in casa, insieme agli altri figli.
 Avendolo Agelao dopo quel tempo trovato sano e salvo, lo prese, lo port a casa e lo allev come fosse un figlio suo, chiamandolo con il nome di Paride.
 (Apollodoro, Biblioteca, loc. cit.)
Man mano che passavano gli anni, Paride diventava sempre pi bello e forte; gli piaceva la vita da mandriano, era bravissimo a difendere le bestie dai ladri e si divertiva un mondo a far lottare tra loro i tori di Agelao. Il monte Ida inoltre non doveva essere affatto male, se Euripide ce lo descrive cos:
 Pastore di buoi, (Paride) crebbe
 vicino all'acqua lucente, dove sono le polle
 delle ninfe montane, e i prati verdeggianti
 di rigogliose gemme, e le rose e i giacinti
 che le dee raccolgono.
 (Euripide, Ifigenia in Aulide 1292-1299)
Un pomeriggio per, mentre il giovane suonava il flauto godendosi il fresco sotto un albero, ecco arrivare, all'improvviso, un cocchio dorato con a bordo quattro persone, una pi rifulgente dell'altra:
 Pallade e Afrodite astuta, Era
 ed Ermes, messaggero di Zeus.
 Afrodite era fiera della
 passione che da lei promanava,
 Pallade della sua lancia,
 ed Era del talamo regale di Zeus.
 Cos vennero dunque alla gara
 di bellezza (...)
 (Euripide, loc. cit.)
Alla vista di tanto splendore, Paride fu preso dal panico e stava l l per scappare, quando Ermes lo ferm, con queste parole:
Non fuggire, o Paride, giacch nulla hai da temere. Tu infatti sei cos bello, intelligente ed esperto nelle questioni di cuore, che Zeus onnipotente ha scelto te per giudicare la bellezza delle Dee che ti stanno davanti: consegnerai questa mela d'oro a colei che pi ti sembrer bella.
E cos dicendo, gli porse la mela.
Paride, dal canto suo, non credeva ai suoi occhi. Lui, esperto di questioni di cuore?! Lui giudice di bellezze divine?! Ma quando mai? Se fino a quel momento aveva visto solo pastori e capre!
Oddio, un piccolo flirt con una ninfetta dei boschi l'aveva avuto (per la cronaca, lei si chiamava Enone), ma si era trattato solo di quattro bacetti dietro una frasca e un paio di cuori incisi sulla corteccia di un albero. No, questo Dio stava proprio prendendo un abbaglio!
O messaggero degli Dei, gli disse, tremando tu di certo mi scambi per qualcun altro: io sono solo un povero pastore. Come potrei diventare arbitro di tali bellezze?
Questa, o giovane Paride,  la volont del Padre degli Dei insist Ermes. Guarda e giudica, e lasciati guidare dal tuo naturale istinto!
A questo punto il ragazzo, senza pi remore, osserv con attenzione le tre Dee che nel frattempo si erano messe in posa come di solito fanno le miss nei concorsi di bellezza.
Per favore, chiese potrei vederle un po' pi da vicino?
Come meglio ti aggrada rispose Ermes, servizievole. Sei tu che stabilisci le regole.
Ma... devono rimanere sempre vestite?
Naturalmente no, se  tuo desiderio vederle nude.
Be'... insomma... farfugli Paride, un pochino imbarazzato. Magari... vedendole nude... riuscirei meglio...
Le tre Dee non si fecero pregare: una dopo l'altra si sciolsero i nastri che avevano sulle spalle e le tuniche scivolarono a terra mostrando tutta la loro folgorante bellezza. A Paride si mozz il respiro. Un sudorino freddo gli colava dalla fronte. Nel frattempo le Dee si analizzavano a vicenda, sospettose.
Non  giusto che tu tenga questa maledetta cintura! disse Atena ad Afrodite. Toglitela, altrimenti io impedir che si dia inizio alla gara!
Con un gesto di stizza, Afrodite si slacci la famosa cintura magica che faceva innamorare chiunque la guardasse. Poi per rese subito pan per focaccia alla rivale.
O presentuosa che non sei altro, non ho bisogno della cintura per superarti in bellezza! Tu, piuttosto, levati dalla testa quell'elmo che ti fa sembrare pi alta. Tanto non incanti nessuno!
E mentre le Dee seguitavano nelle loro schermaglie, il giovane pastore guardava a bocca aperta i loro corpi candidi e lisci come porcellana: cominciava a trovare il suo compito molto pi interessante di quanto non gli fosse sembrato all'inizio.
Era, Atena e Afrodite gli si avvicinarono a turno, e lo blandirono con mille promesse.
 Si fece avanti per prima Era e gli promise il potere su tutta l'Asia e sulle sue immense ricchezze, sempre che avesse dato a lei la preferenza. Dopo di lei, Atena gli sussurr che se l'avesse prescelta avrebbe fatto di lui il pi intelligente dei mortali, e il pi esperto nelle arti. Come ultima venne Afrodite, che gli promise in sposa la pi bella di tutte le donne: e cio Elena, la figlia di Tindaro.
 (Igino, Fabulae 92)
Paride non ebbe dubbi: meglio l'Amore! Che gliene fregava a lui dell'Asia e dell'intelligenza? E poi cos'era mai quest'Asia? E cos'era l'intelligenza? Se per intelligenza dobbiamo intendere la capacit di governare un gregge, lui ne aveva gi abbastanza, ragione per cui, pi delle promesse di Era e di Atena...
 Lo sedusse Afrodite, con le sue
 ingannevoli parole, dolci a sentirsi,
 amaramente funeste per la vita dei Frigi,
 e per la loro citt infelice: Troia.
 (Euripide, Andromaca 289-292)
Riassumendo, la carne ebbe il sopravvento sullo spirito. Paride si comport in pratica come, forse, ci saremmo comportati anche noi: tra Potere, Intelligenza e Amore, scelse quest'ultimo, con tutte le conseguenze del caso.
Ebbene, non  possibile descrivere la rabbia delle due perdenti! Prima di risalire sul cocchio dorato, lo ricoprirono d'insulti.
Zozzone!
Ignorante!
Vile zotico!
Imbecille: non hai nemmeno capito quello che ti offrivo!
D'altra parte, cosa mi potevo aspettare da uno come te, un pecoraio stupido, puzzolente, ebete, scimunito, maleducato e cretino!
E mentre Afrodite si gustava la vittoria, Atena ed Era se ne andarono offese e sdegnose, pensando, fin da allora, a come vendicarsi di Paride e di tutta la razzaccia sua, quei brutti figli di Troia!
III

I renitenti alla leva
Non tutti i Greci erano entusiasti di prendere parte alla guerra punitiva contro Troia, e, in particolare, proprio gli eroi pi noti fecero di tutto per evitare il servizio militare. Ulisse e Achille, tanto per fare qualche nome, furono i primi renitenti alla leva che la storia ricordi. Ma non anticipiamo: vediamo come si erano messe le cose dopo il giudizio di Paride.
Afrodite gli aveva promesso Elena anche se non avrebbe potuto farlo: Elena, infatti, era gi sposata con Menelao, re di Sparta, e quest'ultimo non era affatto d'accordo a cederla al primo venuto, tanto pi che per averla aveva penato moltissimo. Basti pensare che aveva vinto la concorrenza di ventinove principi di sangue reale (c' chi dice addirittura novantanove) tra cui alcuni dei pi bei nomi dell'aristocrazia greca, gente del tipo di Aiace, Filottete, Diomede, Idomeneo, Patroclo, Teucro, Menesteo e Ulisse. Quest'ultimo poi, pur essendo un re come tutti gli altri, era poverissimo, ragione per cui a un certo punto pens bene di ridimensionare le sue pretese e di accontentarsi di una cugina di Elena, di gran lunga meno avvenente, ma di certo pi fedele.
Se metti una buona parola per me con tuo fratello Icario, propose a Tindaro, il padre di Elena perch mi dia in sposa sua figlia Penelope, io ti dir come evitare che i pretendenti respinti, un domani, ti possano dichiarare guerra.
Come? chiese Tindaro, molto interessato.
Facendoli prima giurare di difendere l'onore di Elena, qualunque sia il verdetto.
E cos fu fatto: venne sacrificato un cavallo e ognuno giur solennemente di difendere la bella Elena, anche se non fosse stato lui il prescelto.
Purtroppo, per, l'Ananke, ovvero il Fato, e le Moire filatrici che presiedevano al Destino, erano di tutt'altro avviso. E perdipi le figlie di Tindaro erano, come dire... di manica larga quanto a fedelt coniugale: insomma, sia Elena, sia Clitennestra, sia Timandra non capivano pi nulla quando un maschio metteva loro gli occhi addosso.
Certo  che un bel giorno, alla reggia di Menelao, si present Paride, pi bello che mai. Il giovanotto era stato riconosciuto da Priamo e, in qualit di principe di sangue reale, indossava abiti raffinatissimi, tutti intessuti d'oro e d'argento. Siccome poi c'era anche la Dea della Bellezza a favorirlo, non possiamo meravigliarci se Elena se ne innamor non appena lo vide.
Paride, dal canto suo, fece di tutto per sedurla: al banchetto, approfittando che Menelao era a Creta per lavoro, bevve alla coppa di Elena, dallo stesso lato dove lei aveva appena bevuto, e col dito intinto nel vino scrisse sulla tovaglia: Ti amo. A detta di Ovidio, poi, ci sarebbe stato anche un traffico di bigliettini amorosi. Eccone alcuni stralci:
 Io, figlio di Priamo, comunico a te, figlia di Leda, quell'amore che solo il tuo assenso potr realizzare. (...)
 Preferirei che restasse segreto, ma faccio fatica a celarlo. D'altra parte, come  possibile nascondere il fuoco quando c' la luce che lo tradisce? Io brucio! (...)
 Te io cerco, te che l'aurea Venere ha promesso al mio letto, te che ho desiderato ancor prima di vederti, giacch ho visto il tuo volto prima col desiderio e poi con gli occhi, e colpito da frecce scagliate da lontano, mi sono innamorato!
 (Ovidio, Heroides XVI)
Fuggirono insieme la notte stessa. Elena lasci a casa la figlia Ermione di appena nove anni e si port dietro il figlio pi piccolo Plistene, oltre a cinque ancelle, quattro muli e un tesoro valutato all'epoca tre talenti, ossia tre miliardi di oggi. Immaginiamoci, quindi, la rabbia di Menelao! Non appena seppe della disonestissima ribalderia, come la defin Ditti Cretese (Bellum Troianum I, 3), avvalendosi dell'antico patto, chiam a raccolta tutti i principi achei e li costrinse a dichiarare guerra a Troia.
Non tutti, per, avevano voglia di partire. In particolare Ulisse e Achille, seppure con diverse motivazioni, fecero di tutto per non farsi coinvolgere.
Il primo aveva avuto da pochissimo un figlio ed era il sovrano di una delle pi belle isole del mondo greco. Chi glielo faceva fare di andare a difendere l'onore di una donna che, a detta di tutti, era una poco di buono? Gli auspici, poi, non erano affatto incoraggianti.
 Un oracolo aveva predetto a Ulisse figlio di Laerte che, se fosse andato a Troia, sarebbe ritornato in patria solo vent'anni pi tardi, dopo aver perduto tutti i suoi compagni, ed essere finito in solitudine e in miseria.
 (Igino, Fabulae 95)
Non esistendo ancora l'obiezione di coscienza, Ulisse pens bene di ricorrere a una delle sue solite astuzie: si finse pazzo. Non appena seppe che alcuni principi achei erano sbarcati a Itaca per reclutarlo, si mise in testa una specie di tazza di creta, indoss una veste lacera e sporca e si fece dare da Penelope un secchio di sale grosso, poi aggiog un bue e un asino a un aratro, e si fece trovare sulla spiaggia, tutto intento ad arare e a seminare sale sulla sabbia. Cos lo videro al loro arrivo, Menelao, Agamennone e Palamede. Quest'ultimo era una specie di scienziato: aveva inventato il gioco della dama, i dadi, le lettere dell'alfabeto greco e un sistema per calcolare i mesi dell'anno in funzione delle fasi lunari.
Ulisse fece finta di non riconoscerli e continu ad arare la sabbia, mentre l, a due passi, c'era il suo figlioletto Telemaco che dormiva nella culla.
Vedendolo in quello stato, Agamennone disse ai compagni:
Temo che dovremo fare a meno di Ulisse: non mi sembra sano di mente.
Che peccato! esclam Menelao. Un uomo cos valoroso! Chiss come deve soffrire la povera Penelope! Comunque, credo anch'io che non ci sia nulla da fare: meglio togliere il disturbo.
Ma Palamede, che in quanto ad astuzia non aveva nulla da invidiare a Ulisse, li trattenne.
Aspettate un momento, disse qui c' qualcosa che non mi convince. Lasciatemi fare una prova.
 E, sollevato il piccolo Telemaco dalla culla, lo depose davanti all'aratro.
 (Igino, loc. cit.)
A quel punto Ulisse fu costretto a fermarsi, e i presenti si resero conto che non era pazzo. Scoperto l'inganno, Palamede lo prese anche in giro:
O Ulisse, quando avrai finito di arare, prendi le armi e fa' il tuo dovere.
Ulisse non rispose, per non pot fare a meno di pensare: Prima o poi questa me la paghi, o fetente di un Palamede!. E difatti, una volta a Troia, si vendic in modo atroce.  sempre Igino a raccontarci la storia.
 Giorno dopo giorno Ulisse andava meditando in che modo potesse vendicarsi di Palamede. Alla fine mise in atto un piano: mand un suo soldato da Agamennone a riferirgli che in sogno gli Dei lo avevano esortato a spostare gli accampamenti.
 (Igino, Fabulae 105)
Ora, spostare un accampamento non era uno scherzo, e difficilmente Agamennone si sarebbe convinto se Ulisse non gli avesse precisato che c'era in atto un tradimento, o che quanto meno cos gli Dei avevano rivelato.
 E Agamennone, ritenendo che il sogno fosse degno di fede, diede l'ordine di spostare il campo.
 (Igino, loc. cit.)
A questo punto, Ulisse dette inizio alla seconda parte del piano.
 Durante la notte, da solo, raggiunse furtivamente il punto dove prima sorgeva la tenda di Palamede, e nascose, sotto terra, una gran quantit d'oro. Poi ordin a un prigioniero frigio di consegnare una lettera a Priamo.
 (Igino, loc. cit.)
Ovviamente la lettera era stata falsificata dallo stesso Ulisse.
 Ci fatto, mand avanti un suo soldato affinch, non lontano dall'accampamento, uccidesse il prigioniero. Il giorno dopo, mentre l'esercito ritornava a occupare il campo precedente, uno dei militari trov il cadavere del frigio e, nelle sue mani, la lettera scritta da Ulisse. La consegn ad Agamennone. In essa si leggeva: Da Priamo a Palamede e si prometteva al destinatario tanto oro quanto era quello nascosto da Ulisse sotto la tenda, sempre che avesse tradito Agamennone secondo gli accordi.
 (Igino, loc. cit.)
Figuriamoci come rest Palamede quando si vide trascinato in catene davanti a una corte marziale: prima si offese, poi pianse, url e neg ogni accusa. Ma quando, sotto la tenda, gli trovarono l'oro di cui si parlava nella lettera, per lui non ci fu scampo: il tribunale ordin che venisse lapidato sul posto.
Il secondo renitente fu Achille, uno dei figli nati dal matrimonio tra Peleo e Teti. Il giovanotto aveva un carattere collerico ed era sempre pronto a menare le mani (non a caso l'Iliade comincia con l'ira funesta del Pelide Achille). Chiedergli quindi di partire per la guerra era come invitarlo a nozze. Sennonch, anche per Achille c'era stata una profezia inquietante: l'oracolo di turno aveva rivelato alla madre Teti che due erano i possibili destini del figlio: o una vita breve e gloriosa a Troia, o una vita lunga e oscura a casa. Ovviamente la madre opt per questa seconda previsione.
Figlio mio bello, disse ad Achille tutti sanno che sei il pi forte e il pi coraggioso degli Achei: non hai alcun bisogno di dimostrarlo a nessuno. Perch, allora, partire per Troia e rischiare la vita, quando restando in patria potresti avere tante soddisfazioni e vivere felice, magari accanto a una brava mogliettina e a dei graziosi pargoletti?
O veneranda madre, tent di protestare Achille come puoi chiedermi una cosa simile? Gli Achei hanno bisogno del mio braccio.
D'accordo, ma ci sono gi migliaia di soldati che stanno veleggiando verso Troia; uno pi, uno meno, non cambier di certo l'esito della guerra!
Teti sapeva di mentire. L'indovino Calcante le aveva profetizzato chiaro e tondo che senza Achille gli Achei non avrebbero mai vinto, ma, come si dice, la mamma  sempre la mamma. E cos, a forza di preghiere e di pianti, lo convinse a indossare abiti femminili e a nascondersi nella reggia di Licomede, il re di Sciro,
 e glielo present come una fanciulla intatta e vergine.
 (Apollodoro, Biblioteca III, 13, 8)
Il re tratt la nuova arrivata con ogni riguardo, alloggiandola
 insieme alle sue figlie (...) sotto un altro nome: le fanciulle la chiamarono Pirra, giacch aveva i capelli biondi, e in greco biondo si dice appunto pyrron.
 (Igino, Fabulae 96)
Achille si adatt subito alla nuova situazione, che del resto non doveva essere poi tanto male dal momento che le figlie di Licomede erano una pi bella dell'altra. Vederle ogni mattina, tutte nude, che si facevano il bagno in un laghetto doveva essere una tentazione continua, tanto  vero che
 ingravid una delle figliuole del re, tale Deidamia, la quale in seguito partor Pirro, poi chiamato Neottolemo.
 (Apollodoro, Biblioteca, loc. cit.)
Ma non era facile ingannare il Fato. E cos un giorno la notizia che Achille era nascosto a Sciro sotto mentite spoglie giunse alle orecchie di Ulisse. Il re di Itaca, che in fatto di travestimenti non era secondo a nessuno, si camuff da mercante e si rec alla corte di Licomede insieme a Nestore e ad Aiace. Una volta negli appartamenti reali,
 mostr alle fanciulle oggetti femminili, tra cui aveva riposto uno scudo e una lancia; indi ordin a un trombettiere di suonare l'adunata, e diede il comando ad alcuni soldati affinch, nel medesimo tempo, facessero un rumoroso strepitare d'armi.
 (Igino, loc. cit.)
Alla vista delle armi Achille cominci a tremare da capo a piedi, tanto era il desiderio di indossarle, e Ulisse, che lo aveva riconosciuto, ne approfitt per dirgli:
 O figlio di una dea, la rocca di Pergamo,
 che tra poco perir,  destinata a te!
 Perch esiti a distruggere la possente Troia?
 (Ovidio, Metamorfosi XIII, 168-169)
Al che l'eroe si strapp di dosso le collane e gli abiti femminili e, una volta nudo, brand la spada e lo scudo.
Eccomi, url sono pronto: andiamo a Troia!
IV

Ifigenia
Le colpe dei padri ricadono sui figli  una vecchia massima che per noi cristiani ha a che fare con il peccato originale e che per i Greci, invece, era legata alla leggenda d'Ifigenia e di suo padre Agamennone. Innumerevoli scrittori, da Euripide a Lucrezio, da Racine a Goethe, si sono ispirati al mito della sfortunata fanciulla, le cui disgrazie commossero perfino Artemide, Dea, come tutti sanno, poco incline a lasciarsi commuovere.
Che il matrimonio tra Agamennone e Clitennestra (sorella di Elena) fosse nato sotto cattivi auspici lo si era capito fin dall'inizio. Clitennestra all'epoca era gi sposata a Tantalo, dal quale aveva avuto anche un bambino, e Agamennone era un mammasantissima che in genere andava per le spicce: il suo approccio amoroso consisteva nel dire alla donna desiderata: O ci stai subito, o t'ammazzo!. E che Clitennestra gli piacesse  indubbio, tanto  vero che non appena la vide non le disse nemmeno buonasera, ma le stacc il piccolo dal seno, lo scaravent per terra spiaccicandolo al suolo, e poi la stupr come Zeus comanda. Oltre al bambino le uccise anche il marito, Tantalo, se non altro per evitare che costui, un giorno, si potesse vendicare. Dopodich se la port al tempio, sollecitato in questo dai Dioscuri che, giustamente, avevano preteso per la loro sorellina un matrimonio riparatore. Non vissero, comunque, felici e contenti, dal momento che entrambi fecero una pessima fine, ma di questo parleremo a suo tempo.
La coppia ebbe quattro figli: Ifigenia (o Ifianassa), Crisotemi, Elettra (o Laodice) e Oreste. Diciamo subito che nessuno di questi ragazzini ebbe una vita facile, prima fra tutti la dolce Ifigenia. La fanciulla, manco a dirlo, era bellissima e di carattere docile. Clitennestra l'amava sopra ogni altra cosa al mondo e non la perdeva di vista nemmeno un minuto. D'altra parte bisogna pure comprenderla: moglie di un energumeno come Agamennone, non le restava che l'affetto dei figli.
Siamo alla vigilia della guerra di Troia: le milizie greche sono tutte confluite nella baia di Aulide in attesa d'imbarcarsi su una flotta imponente, composta da circa mille navi. Grazie a un'abile campagna elettorale, Agamennone si  fatto nominare comandante in capo, ovvero re dei re, e, come spesso succede a chi ottiene il potere da un giorno all'altro, comincia a dare segni di squilibrio: pretende che tutti si inchinino al suo passaggio e commette gaffe a ripetizione, sia nei confronti degli alleati, sia nei confronti degli Dei. Perfino suo fratello Menelao, il mite re di Sparta, sente il bisogno di redarguirlo:
 Eri cos umile un tempo: stringevi la mano
 a tutti, la porta della tua casa era aperta
 a chiunque, e con chiunque ti fermavi
 a conversare. Poi, una volta conquistato
 il potere, ecco che muti di atteggiamento:
 ti scordi degli amici di un tempo e diventi
 inaccessibile, introvabile. Ebbene, l'uomo
 che veramente vale non dovrebbe mai cambiare
 carattere quando arriva ai vertici del potere.
 (Euripide, Ifigenia in Aulide 339 sgg.)
Dalli e dalli, per, un giorno arriv anche a bestemmiare, e perdipi ebbe la dabbenaggine di prendersela con Artemide, Dea notoriamente poco portata all'indulgenza. Ecco come Sofocle ci riferisce l'episodio:
 Trovandosi un giorno a camminare nel bosco
 consacrato alla dea, spavent col rumore dei
 passi un cervo screziato dalle alte corna,
 il quale fugg via dal nascondiglio. Ebbene,
 lui non solo l'uccise, ma se ne vant pure!
 Gli usc qualche parola sconsiderata e superba
 per il bel colpo che gli era capitato di fare.
 (Sofocle, Elettra, 566-569)
Per maggior precisione, mentre la freccia colpiva il cervo, l'incauto avrebbe esclamato:
Per Zeus, che bravo che sono: neppure Artemide avrebbe saputo fare altrettanto!
Ora si sa come vanno a finire queste cose con gli Dei: sarebbe bastato molto meno per offendere una permalosa come Artemide. E cos, tanto per cominciare, la Dea invi una bonaccia interminabile proprio nella zona di Aulide: non una brezza leggera, non un alito di vento, non una nube che lasciasse sperare in un mutamento meteorologico. Gli Achei erano nell'impossibilit di salpare e stavano gi a chiedersi come mai gli Dei non li favorivano, quando Artemide chiar le sue intenzioni: in cambio del cervo ucciso e delle parole poco riguardose pronunziate da Agamennone, pretese che costui le sacrificasse la sua figlia pi cara, ovvero l'incolpevole Ifigenia. Tra l'altro, Artemide si era ricordata di una vecchia promessa fattale da Agamennone il giorno in cui la fanciulla era venuta al mondo, e poi mai mantenuta. Il re di Micene aveva giurato di sacrificarle il pi bel capo che fosse nato quell'anno. E dal momento che questo sacrificio non le era stato mai tributato, la Dea aveva stabilito che il capo in questione doveva essere per l'appunto Ifigenia.
Fu l'indovino Calcante a rivelare il tutto ad Agamennone.
 O tu che guidi l'ellenica impresa,
 o re Agamennone, di sicuro nessuna nave
 salper da questa terra prima che Artemide
 non si prenda, immolata vittima, tua
 figlia Ifigenia: giacch fosti tu a giurare,
 un tempo, di sacrificare alla dea lucente
 il pi bel frutto che partorisse nell'anno.
 Ebbene, la sposa tua Clitennestra ha dato
 alla luce colei che tu dovrai immolare.
 (Euripide, Ifigenia in Tauride 17 sgg.)
Appena udito il responso, Agamennone cominci a imprecare: mai e poi mai avrebbe sgozzato sua figlia Ifigenia. E poi, anche volendo, chi avrebbe avuto il coraggio di dirlo alla madre, la sventurata Clitennestra? Gi le aveva ucciso un figlio nel raptus del primo incontro, come dirle adesso che, per far salpare la flotta achea, era costretto a sopprimere anche Ifigenia? Avrebbe di sicuro urlato:
Assassino, macellaio, la tua  una smania omicida! Il mio primo figlioletto non ti  bastato! Adesso vuoi prenderti anche Ifigenia per sgozzarla come un agnello!
In effetti Clitennestra, diciamo le cose come stanno, un certo rancore nei confronti del marito doveva ancora covarlo. Se poi lui le uccideva pure Ifigenia, il rischio di pagare insieme il primo e il secondo misfatto era altissimo. D'altra parte Agamennone era troppo ambizioso per rinunciare a una spedizione che lo avrebbe coperto di gloria; in pi, l'esercito scalpitava dalla voglia di menare le mani. Il suo esitare stava infatti provocando un profondo malcontento fra le truppe: i soldati minacciavano di ammutinarsi, i capitani accusavano il comandante in capo di sentimentalismo. Che sar mai, dicevano sacrificare una figlia, se poi te ne restano altre tre?
Ulisse, in particolare, era molto critico nei confronti di Agamennone. Tutto tempo sprecato, sbraitava e i Troiani se ne approfitteranno per rafforzare le difese! Soltanto Menelao, conciliante come sempre, pur essendo il pi direttamente interessato alla spedizione, cercava in qualche modo di mettere pace.
Alla fine, la ragion di stato, se cos la si pu chiamare, e le capacit di mediazione di Menelao ebbero la meglio. Ulisse, grazie alla proverbiale astuzia, trov anche il sistema per convincere Clitennestra a privarsi di Ifigenia.  lo stesso Agamennone a raccontarcelo con l'aiuto di Euripide.
 Scrissi un messaggio e lo inviai a mia moglie
 perch mandasse qui nostra figlia con la
 prospettiva di andare in sposa ad Achille:
 ne magnificavo il prestigio e aggiungevo
 che se non l'avesse sposato, lui si sarebbe
 rifiutato di salpare con gli altri Achei.
 Quello, in effetti, altro non era che un
 sotterfugio per convincere Clitennestra a
 dare il suo consenso. Fu cosicch c'inventammo
 il falso matrimonio. A conoscere la verit siamo
 solo in quattro: io, Calcante, Ulisse e Menelao.
 (Euripide, Ifigenia in Aulide 98-107)
L'intrigo era tanto pi perfido, in quanto nemmeno Achille, il promesso sposo, era stato messo al corrente dell'inganno. A Micene, infatti, la notizia aveva riempito di gioia la giovane Ifigenia: riuscire a sposare Achille, il pi forte degli eroi achei, doveva essere il sogno di tutte le pi nobili fanciulle della Grecia! E cos, splendida come non mai, con i capelli biondi sciolti sulle spalle, e una tunica rossa orlata d'oro, Ifigenia giunse raggiante in Aulide, accompagnata dalla madre, a bordo di una fastosa carrozza. Dietro di lei un secondo carro trasportava la sua dote, ovvero oro e argento in quantit, mentre un corteo di schiavi inneggiava a lei e al suo grande eroe. L'incontro col padre per, risult un tantinello freddino. Ecco il dialogo tra i due, cos come ce lo riporta Euripide:
 IFIGENIA O padre, non mi sembri felice di vedermi!
 AGAMENNONE Be', devi capire: ho tanti problemi come comandante...
 IFIGENIA D'accordo, ma ti prego: non essere accigliato spiana il tuo viso!
 AGAMENNONE Ecco, vedi? Adesso non sono pi accigliato...
 IFIGENIA E allora perch hai il pianto negli occhi?
 (Euripide, op. cit.)
Insomma la situazione era quella che era, e tutto precipit all'improvviso: per puro caso Achille si mise a parlare giusto fuori dalla tenda di Clitennestra. La regina ne riconobbe la voce e usc fuori per abbracciarlo:
 CLITENNESTRA O figlio della Nereide Teti, dall'interno della tenda ti ho sentito parlare e sono uscita per salutarti.
 ACHILLE Santo pudore, ma chi  questa donna cos bella di aspetto?
 CLITENNESTRA Sono Clitennestra, figlia di Leda, e mio marito  Agamennone, il capo dei capi: lascia che ti abbracci!
 ACHILLE Abbracciarmi? Toccarti non mi  lecito, o donna, giacch ho riguardo per tuo marito Agamennone!
 CLITENNESTRA Ti  lecito, invece, dal momento che convoli a giuste nozze con mia figlia!
 ACHILLE Tua figlia? Le nozze? Ascoltami bene, o sposa del mio re: io non ho mai chiesto in moglie tua figlia, e non ho mai ricevuto alcuna proposta in merito.
 (Euripide, op. cit.)
E qui siamo alla parte pi commovente della storia: dalla gioia quasi infantile per le nozze imminenti, Ifigenia passa al pi completo sconforto. Corre dal padre e lo supplica disperata:
 O padre mio, se avessi la voce di Orfeo e sapessi indurre le pietre a seguirmi, lo farei, e se potessi ammaliare con parole tutti quelli che voglio, lo farei. Ma l'unica cosa che so fare  piangere e user quindi l'unica arte che possiedo: le lacrime. Ecco, protendo il mio corpo alle tue ginocchia:  lo stesso corpo che ti partor mia madre! Non ucciderlo prima del tempo, non mi costringere a visitare le plaghe sotterranee fin d'adesso:  cos dolce guardare la luce del sole. Io per prima ti chiamai padre e tu per primo mi chiamasti figlia; io per prima, accoccolandomi sulle tue ginocchia, ti diedi e da te ricevetti carezze.
 (Euripide, op. cit. 1211-1222)
Ebbene, credetemi: bench io abbia letto tante volte questi versi di Euripide, ogni volta che me li ritrovo davanti, mi commuovo. Sar perch anch'io ho una figlia, certo  che le parole d'Ifigenia vanno diritte al cuore.
Ma torniamo alla nostra eroina: quando viene a sapere che l'intero esercito acheo chiede a gran voce la sua morte, che l'ira di Artemide non si pu placare altrimenti, e che Ulisse in persona l'avrebbe trascinata all'altare per la bionda chioma (Euripide, loc. cit., 1366),  lei stessa a chiedere di essere sacrificata, e qui purtroppo, nel finale, Euripide si lascia prendere la mano dall'enfasi patriottica:
 Ho deciso di morire e desidero andare incontro
 nobilmente a questa fine, allontanando da me
 ogni ombra di vilt. Coraggio, madre mia, io
 offro il mio corpo alla Grecia. Sacrificatelo!
 (Euripide, op. cit.)
Queste parole d'Ifigenia non servirono tanto a far cambiare opinione al padre, quanto a commuovere Artemide che, incredibile a dirsi, giusto all'ultimo minuto, decise di risparmiarle la vita. La fanciulla era gi stesa, nuda, sull'ara sacrificale, e Agamennone era gi sul punto di trafiggerle il collo, quando la Dea, approfittando di quell'attimo in cui tutti per piet si coprono il viso, la sostitu con una bellissima cerbiatta. Dopodich, avvolta in una nuvola, se la port in volo nella regione della Tauride, dove fece di lei la sua sacerdotessa preferita.
V

Achille
Sull'ira funesta del Pelide Achille, che infiniti addusse lutti agli Achei, Omero ha scritto la bellezza di 15.693 versi, in seguito diventati famosi sotto il nome di Iliade. L'argomento centrale dell'opera non  tanto l'assedio della citt di Troia, durato dieci lunghissimi anni, quanto l'implacabile collera dell'eroe che per poco non rischi di mandare tutto a pallino per una banale questione di donne.
Detto in parole scarsamente epiche, Agamennone gli aveva sfilato dal letto una bella schiava di nome Briseide, e lui se l'era presa a tal punto da ritirarsi dai combattimenti, almeno fino a quando quel camorrista non gliel'avesse restituita, a superflua conferma di quanto fossero importanti, anche tremila anni fa, le questioni di letto. Ma veniamo ai fatti.
Achille doveva essere un giovanotto molto bello: aveva i capelli biondi e, cosa alquanto rara in Grecia, gli occhi celesti. Sessualmente parlando, poi, era molto attivo, e parecchi dei suoi guai vennero fuori proprio a causa dei suoi frequenti amori, sia maschili (come Patroclo e Troilo, il figlio minore di Priamo) che femminili (come Pentesilea, Polissena e, appunto, Briseide).
Cos'era successo? Nient'altro che questo: in uno dei tanti saccheggi che avevano preceduto la conquista di Troia, Agamennone, in qualit di comandante in capo della spedizione, si era aggiudicato una prigioniera, tale Criseide, figlia del sacerdote Crise, lasciando ad Achille come seconda scelta la cuginetta Briseide, figlia del sacerdote Brise. Oddio: seconda scelta si fa per dire, dal momento che lo stesso Omero, nell'Iliade (XIX, 282), ce la paragona alla bionda Afrodite. Si d il fatto, per, che Achille, di questa Briseide, si fosse anche innamorato e avesse espresso perfino l'idea di sposarla. Insomma, entrambi erano felici e contenti, quando Crise, il padre di Criseide, quella assegnata ad Agamennone, si rec nel campo acheo con un sacco zeppo di gioielli. Voleva offrirlo ai comandanti greci perch gli restituissero la figlia. Al luccichio dei diamanti un po' tutti si lasciarono convincere. Chi invece non era assolutamente d'accordo a restituire Criseide, ovviamente, era Agamennone: a lui di Crise e del fatto che fosse un sacerdote di Apollo non importava un fico secco, e senza tanti complimenti glielo disse chiaro e tondo:
 O vecchio, che io non ti colga mai pi vicino alle mie navi ricurve: non osare fermarti ora e non tornare pi tardi. A nulla ti serviranno lo scettro e il simbolo del dio Apollo: io non liberer tua figlia. Invecchier prima ad Argo, nella mia casa, lontano dalla sua patria, lavorando al telaio e dividendo il suo letto con me. E ora vattene e non mi irritare, se vuoi salva la vita.
 (Omero, Iliade I, 25 sgg.)
Crise, a queste parole, non pot far altro che tornarsene indietro senza figlia; non appena, per, si fu allontanato di quel tanto che bastava perch nessuno lo vedesse, mand agli Achei i peggiori accidenti che riusc a immaginare, invocando, tra l'altro, l'intervento diretto del suo protettore Apollo.
 Ascoltami o Dio dell'Arco d'Argento, o Sminteo, tu che proteggi Crisa e la divina Cilla, e che regni sovrano su Tenedo, se mai qualche volta ti ho eretto un tempio gradito, e se mai ti ho bruciato grasse cosce di tori o di capre, esaudisci i miei voti: le lacrime mie paghino gli Achei con i dardi tuoi.
 (Omero, Iliade I, 37 sgg.)
Ora, Apollo, lo sappiamo com'era fatto: guai a toccargli uno dei suoi sacerdoti: quando lui si arrabbiava, nemmeno Zeus aveva il coraggio d'interferire! E cos anche quella volta accolse alla lettera la preghiera di Crise, tanto pi che lui era sempre stato dalla parte dei Troiani. E poi chi si credeva di essere quello sbruffone di Agamennone? Si meritava sul serio una lezione, se non altro per il tono che aveva usato nei confronti del vecchio sacerdote!
Per giorni interi, il Dio bersagli con le sue frecce il campo acheo, spargendo una tremenda epidemia di peste che in poco tempo stermin gran parte dell'esercito. Molti soldati si aggiravano tra le tende come zombi, coperti da capo a piedi di mostruose piaghe e di fetidi bubboni. Alla fine, non potendo pi resistere alla malattia, un drappello di capi si rec minaccioso da Agamennone:
O figlio di Atreo, gli dissero c'indigna che il nostro re, pur di soddisfare i suoi bassi istinti, ci faccia morire tutti dal primo all'ultimo. Restituisci la fanciulla al padre, o neanche tu riuscirai a sfuggire all'ira del Dio luminoso!
La tensione nel campo era quella che era, e Agamennone, pur non essendo il tipo da rinunciare tanto facilmente a un qualcosa che gli apparteneva, si vide costretto a liberare la figlia di Crise prima che la situazione peggiorasse ulteriormente.
D'accordo, dichiar io restituir la donna al padre. In cambio, per, pretendo di essere risarcito con il bottino di guerra assegnato a un altro eroe.
Achille, che era presente alla dichiarazione, sulle prime non cap bene a quale bottino il gran capo alludesse; poi siccome aveva gi i nervi a fior di pelle, e non gli andava di discutere, tagli corto dicendo:
Insomma, finiamola con tutte queste pretese! Tu, Agamennone, sei il pi illustre dei re, ma sei anche il pi avido: quale risarcimento credi che possiamo darti in queste condizioni? Non ti accorgi di come siamo ridotti? Restituisci ordunque Criseide, e i soldati riacquisteranno le forze. A quel punto, col favore degli Dei, riusciremo a espugnare Troia, e allora, solo allora, ti potremo risarcire magnificamente!
Mi rendo conto che non hai capito qual  il risarcimento che desidero rispose Agamennone con un sorrisino a met tra il beffardo e il minaccioso. Io, quando ho detto un altro eroe, o figlio di Peleo, mi riferivo a te in particolare. Sarai proprio tu, infatti, a rinunziare alla bella Briseide, o per meglio dire, sar io stesso a venirmela a prelevare nella tua tenda.
Figuriamoci Achille! Ma come: lui da dieci anni stava combattendo a causa degli infortuni matrimoniali di un fratello di Agamennone, contro un popolo che, diciamo la verit, non gli aveva fatto nulla di male, e ora, proprio uno degli Atridi, il pi vecchio, arrogante e vizioso di tutti, cos lo ringraziava? Portandosi via la sua schiava favorita? Eh no, questo era troppo! E allora, col viso reso pallido dalla rabbia, e con gli occhi fuori dalle orbite, si mise a urlare come un ossesso:
 O ubriaco, o faccia di cane, o cuore di cervo, che non osi combattere armato a fianco del tuo esercito, n prendere parte agli agguati con i Greci valorosi, giacch temi troppo la morte! Per te  molto pi facile strappare le prede di guerra a chi ti parla in faccia. O re che divori il tuo popolo e che regni su gente da nulla, sappi che questa  l'ultima volta che mi offendi.
 (Omero, Iliade I, 225 sgg.)
A conclusione di questo sfogo sacrosanto, Achille, non potendo far altro, rinunzi all'amata Briseide, giurando, per, che non avrebbe mai pi combattuto a fianco degli Achei. E lo comunic in pubblico davanti allo stesso Agamennone.
 Verr un giorno in cui tutti i figli degli Achei rimpiangeranno Achille; ebbene quel giorno tu soffrirai e non potrai aiutarli, e quando molti di loro cadranno uccisi sotto le mani di Ettore massacratore, tu dentro ti lacererai il cuore per la rabbia di non aver onorato Achille, il pi forte degli Achei.
 (Omero, Iliade I, 240 sgg.)
Detto fatto, da quel giorno Achille si ritir nella propria tenda e non volle pi curarsi di quello che avveniva fuori. Pensava alla sua bella Briseide e si sentiva rimescolare il sangue all'idea che quel porco gliel'avesse sottratta. Per consolarsi, rinverd una sua vecchia passione: la musica. Quando qualcuno veniva a chiedergli un consiglio di guerra, lui, per tutta risposta, gli suonava un motivetto con la cetra.
 Dimostrava in tal modo di non voler parlare a nessuno, poich quando avrebbero potuto difenderlo dalle ingiurie di Agamennone lo avevano abbandonato. Stavasi, pertanto, ritirato nel suo alloggiamento, n aveva accanto alcuno al di fuori del fedelissimo Patroclo, del maestro Fenice, e del suo cocchiero di fiducia Automedonte.
 (Ditti Cretese, Bellum Troianum II, 827)
Teti allora, vedendo il figlio cos abbattuto, and a protestare da Zeus.
 O padre mio, se mai ti ho aiutato con parole e con fatti tra gli Dei immortali, esaudiscimi questo desiderio: d onore al figlio mio, che gi fra tutti ebbe in sorte una morte precoce. Oggi lui  stato offeso da Agamennone signore di popoli, che il dono gli ha preso. Dagli tu gloria, o mio olimpico Zeus!
 (Omero, Iliade I, 503 sgg.)
Per tutta risposta, Zeus alz un sopracciglio e si dette una ravviata ai capelli, cosa che fece tremare tutto l'Olimpo. Quel gesto voleva dire che il padre degli Dei era disposto ad aiutare Teti in qualsiasi cosa avesse voluto.
E difatti, appena i Troiani si resero conto che Achille non era pi della partita, ripresero coraggio e misero a segno due o tre assalti che sgominarono le truppe achee. Ad Achille le notizie catastrofiche che provenivano dal fronte non potevano che far piacere: apparentemente si mostrava disinteressato, ma in realt godeva come un matto al pensiero che Agamennone le stesse prendendo di santa ragione. Alla fine si vide arrivare un'ambasceria che gli prometteva, in cambio del ritorno in battaglia, un sacco di doni, tra cui, ovviamente, la restituzione di Briseide. Particolare importante: Agamennone giurava di non aver toccato la prigioniera nemmeno con un dito.
Troppo gentili, rispose Achille ai messaggeri ma state perdendo il vostro tempo. Riferite al vostro re che per quanto mi riguarda se ne pu pure andare al diavolo, visto che il sommo Zeus gli ha tolto il ben dell'intelletto. Ne ho abbastanza di lui: mi ha ingannato e offeso, ed  giusto che sia punito fino in fondo per la sua arroganza.
Sennonch, proprio quando il suo rifiuto di scendere in campo stava diventando troppo prolungato, qualcosa avvenne che risvegli nell'eroe l'istinto omicida. Sorse, manco a dirlo, di nuovo un soggetto su cui scaricare la sua famosissima ira: Ettore, il pi forte e coraggioso dei figli di Priamo, gli aveva ucciso l'amico pi caro, Patroclo, l'inseparabile compagno di tante battaglie. Non solo, ma a fine duello, Ettore l'aveva spogliato anche delle armi, quelle stesse armi che Achille aveva avuto in dono dal padre e che malauguratamente aveva prestato all'amico Patroclo.
Quando gli portarono la notizia, Achille fu preso da una irrefrenabile crisi di pianto. Ecco, per l'appunto, i bellissimi versi con cui Omero ci descrive lo strazio del Pelide:
 ...una nera nube di dolore avvolse l'eroe; con entrambe le mani prese la cenere arsa e se la sparse sul capo, sfigurando il bellissimo volto; cenere nera copriva la tunica profumata; nella polvere giaceva lui stesso, lungo disteso, e con le mani s'insozzava e si strappava i capelli.
 (Omero, Iliade XVIII, 22-27)
Dopo i pianti, le urla e i singhiozzi, in lui subentr una strana calma, mista a un'incontenibile voglia di vendetta. Doveva assolutamente uccidere Ettore e farlo a pezzi. Doveva schiacciarlo come si schiaccia una pulce e poi berne il sangue ancora caldo. Per l'occasione, dimentic addirittura il suo rancore nei confronti di Agamennone e gli and incontro dicendo:
 O figlio di Atreo, mi chiedo se fu un bene che noi due tu e io, morsi in petto da una lite che il cuore consuma, ci adirassimo a causa di una fanciulla. (...) Per Ettore e per i Troiani fu di sicuro un bene, e credo che a lungo gli Achei ricorderanno la nostra contesa. Ora per lasciamo stare il passato, per quanto ci possa costare.  necessario reprimere il cuore nel petto. Ecco: io pongo fine alla mia ira: non  giusto che mi ostini nella collera. E tu esorta gli Achei dai lunghi capelli a riprendere con forza le armi!
 (Omero, Iliade XIX, 56-66)
In pratica  come se gli avesse detto: O figlio di Atreo, chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, ha dato, scurdammece 'o passato ecc. ecc.. A ogni modo, indossate le nuove armi che Teti gli aveva fatto fare su misura da Efesto, spron i cavalli e si diresse nel cuore della battaglia in cerca di Ettore, l'odiato nemico.
In questo capitolo su Achille, non pu mancare un accenno alla storia del famoso tallone. Di cosa si trattava? Semplicemente di questo: quando nacque, sua mamma Teti, giustamente, avrebbe voluto che fosse immortale, come lei del resto. Sennonch il neonato, in quanto figlio di Peleo (che, non dimentichiamolo, era un mortale) non poteva essere immortale; ragione per cui sua madre pens bene di andarlo a bagnare nelle acque dello Stige per renderlo quanto meno invulnerabile. Purtroppo per, nell'immergerlo a testa in gi, lo tenne su per un tallone e questa parte del corpo, non essendosi bagnata a dovere, fu anche l'unica a restare vulnerabile. Di qui la locuzione il tallone di Achille per indicare il punto debole di una persona.
VI

Gli Atridi
Gli Atridi nascono male: sulla loro testa pesa fin dal primo vagito una maledizione che li perseguiter per tutta la vita. Si comincia con Tantalo, il capostipite, e si prosegue con Tieste, Atreo, Agamennone, Menelao, per poi finire con Egisto che uccide Agamennone e con Oreste che uccide Egisto. Specialit della casa: dare in pasto agli ospiti i figli pi piccoli.
Tantalo era smanioso di conoscere gli Dei: un giorno, pur di vederli da vicino, si arrampic sull'Olimpo, e invece di essere gettato nel vuoto, come peraltro avrebbe meritato, venne addirittura invitato a cena. A questo punto le versioni divergono: per alcuni, nel corso del banchetto, si mise in tasca nettare, ambrosia e posate d'oro, per altri, invece, una volta tornato a casa, rifer i discorsi divini, e per altri ancora, supplic gli Dei perch almeno una volta andassero a cena da lui. Le divinit accettarono di buon grado, ma arrivarono in cos gran numero che il cibo si rivel insufficiente. Al che, per non fare una magra figura, il buon Tantalo cucin Pelope, il suo figlio pi piccolo, e lo port a tavola sotto forma di spezzatino. Gli Dei se ne accorsero subito (a eccezione di Demetra che, distratta, si pilucc una spalla) e giustamente dettero in escandescenze. Come prima cosa ricomposero lo spezzatino che c'era nei piatti e ridettero la vita a Pelope (il quale poi, anche se menomato e con una spalla in avorio fabbricatagli da Efesto, fond il Peloponneso). Suo padre Tantalo, invece, fu condannato a soffrire fame e sete per l'eternit, cio fu legato a un albero carico di frutti, al centro di un laghetto, e messo in condizione di non poter mai addentare una mela o bere un sorso d'acqua.
Pelope ebbe tre figli, Atreo, Tieste e Crisippo, i primi due dalla regina Ippodamia e l'ultimo da una ninfa di passaggio. Crisippo fu soffocato quand'era ancora nella culla da Atreo e Tieste che non gli dettero nemmeno il tempo di dire mamma. Rimasti in due, i fratelli terribili si azzuffarono continuamente e perpetrarono soprusi la cui sola elencazione riempirebbe questo libro.
Tieste, tanto per dirne una, and a letto con Erope, moglie di Atreo, e successivamente con la propria figlia Pelopia, con la quale a sua volta gener Egisto, detto anche il vendicatore. Sempre con l'aiuto di Erope, il perfido Tieste rub ad Atreo una preziosa pelliccetta d'ariete, nota come il vello d'oro, per poi proporre ai Micenei di eleggere re colui che ne fosse stato in possesso. Atreo, sicuro di avere il vello nella sua cassaforte, accett la sfida, salvo poi vendicarsi con rara ferocia: innanzitutto stupr Pelopia, la figlia-moglie di Tieste, poi invit il fratello a un pranzo di riappacificazione durante il quale gli fece servire in umido i tre figlioletti che aveva avuto con la prima moglie, e infine, subito dopo cena, gli mostr le testoline dei bambini uccisi. A questo punto, se il lettore ci avr seguito con attenzione, si sar reso conto che Tieste era contemporaneamente nonno, zio e padre di Egisto, cosa alquanto insolita anche per quei tempi.
Passiamo ora ai figli di Atreo, e cio ad Agamennone e a Menelao.
Per quanto concerne Agamennone, dagli episodi fin qui narrati, e precisamente dal sacrificio di Ifigenia e dal litigio per l'assegnazione di Briseide, abbiamo capito che si trattava di un vero e proprio camorrista. Uomo di potere, degno figlio di Atreo, arraffava tutto quello che gli capitava a tiro.
Di tutt'altra pasta, invece, Menelao: se non fosse stato per Elena, lui non si sarebbe mai sognato di andare a fare la guerra ai Troiani. Al contrario del fratello, infatti, era un uomo mite, tutto casa e famiglia, e forse anche un po' timido nei rapporti col prossimo, insomma il classico tipo di uomo che tutte le donne vorrebbero avere come marito: ricco, belloccio, barba morbida, capelli biondi, occhi azzurri, e come se non bastasse fedele (virt, questa, alquanto rara tra i re dell'epoca), anzi, innamorato cotto di sua moglie, dalla quale aveva avuto due figli: una femmina, Ermione, che prometteva di diventare ancora pi bella della madre, e un maschietto, Plistene.
Elena, dunque, poteva considerarsi fortunata; siccome per, come sottolinea Virgilio, varium et mutabile semper foemina est, alla prima occasione si fece l'amante. Diciamo pure che Menelao ebbe la sua parte di colpa, avendola lasciata sola soletta in occasione della visita di Paride. Anche Euripide, per bocca di Peleo, lo rimprovera per la sua ingenuit:
 Ma si capisce, tu non avevi bisogno di sbarrare porte, di piazzare schiavi che vigilassero, in casa tua. Ritenevi tua moglie, la donna meno casta che esista al mondo, un modello di virt. Del resto, anche volendo, le ragazze spartane non riuscirebbero a restare caste. Se ne vanno per strada discinte, a cosce nude, in compagnia di giovanotti; frequentano insieme stadi e palestre: una cosa intollerabile per quanto mi riguarda. E poi vi meravigliate se non crescono oneste? Queste cose bisognerebbe chiederle a Elena, che in barba a Zeus, protettore del matrimonio, se ne and via da Sparta, per godersela altrove con un garzoncello!
 (Euripide, Andromaca 593-604)
 facile dire queste cose col senno di poi. D'altra parte, il povero Menelao non  che avesse lasciato Sparta per chiss quale ghiribizzo: era andato a un funerale, quello di Catreo, re di Creta, suo buon alleato. E fu proprio durante il rito funebre che Iris, la messaggera degli Dei, lo mise al corrente del fattaccio:
O glorioso Menelao, lo apostrof mestamente la mia padrona Era mi incarica di portarti una notizia terribile, che aggiunge altro dolore al lutto di oggi.
Nobile Iris, le rispose Menelao con impazienza non tenermi sulle spine:  forse accaduta una disgrazia nella mia casa?  successo qualcosa a mia moglie?
Forse per tua moglie Elena non  stata una disgrazia, replic Iris ma per te lo  di sicuro. Paride, figlio di Priamo, l'ha sedotta ed  ripartito portandola con s!
Menelao rest annichilito dal dolore e dalla vergogna per lo scandalo. Appena si fu ripreso, si precipit a Micene per chiedere aiuto al fratello.
O Agamennone gli disse piangendo l'offesa del troiano  intollerabile: se non protestiamo con il re di Troia, tutta la Grecia ci prender in giro. E poi, io rivoglio la mia Elena! Ti ricordi la promessa che dieci anni or sono fecero i pretendenti alla sua mano, e cio quella di proteggere gli sposi chiunque fosse stato il marito prescelto?
Certo che me la ricordo, e proprio a questo stavo pensando rispose pronto Agamennone, che gi intravedeva quali vantaggi poteva trarre dalle corna di suo fratello.
Bene! esclam Menelao.  giunto il momento di mantenere fede alla parola data!
D'accordo, adesso per cerchiamo di non perdere la calma. Io stesso avvertir i principi greci e dir loro di allestire una flotta all'altezza della situazione. Prima per occorre che tu vada a parlare con Priamo, per vedere se la faccenda  risolvibile in modo pacifico!
Menelao and da Priamo. La trattativa non ebbe successo e la guerra scoppi. Tenuto conto che coinvolse tutto il mondo civile dell'epoca, potremmo perfino considerarla come la prima guerra mondiale della Storia.
Menelao partecip con sessanta navi armate di tutto punto e sui campi di battaglia si distinse sempre come uno dei guerrieri pi valorosi. Quando Ettore uccise Patroclo, fu il primo a difenderne il cadavere dagli attacchi dei Troiani. In quell'occasione la Dea Atena gli infuse il coraggio necessario con un discorso breve ma convincente:
 Vergogna e biasimo ricadranno su di te, o Menelao, se sotto le mura di Troia i cani veloci sbraneranno il compagno fedele del nobile Achille. Con tutte le forze, resisti, ed esorta l'esercito intero.
 (Omero, Iliade XVII, 556-559)
E mentre Menelao l'ascoltava, lei
 nelle braccia e nelle gambe gli infuse vigore, e nel cuore l'audacia di una mosca che, per quanto scacciata, si attacca alla pelle dell'uomo per morderla, il sangue umano le piace; di tale audacia riemp la dea il cuore di Menelao. Si mise accanto a Patroclo e scagli la lancia lucente. E colp, fra i Troiani, Pode, figlio di Eezione, uomo ricco e valente, (...) e lo pass da parte a parte.
 (Omero, loc. cit.)
Il momento, per lui, pi cruciale fu il duello con Paride, ovvero con il responsabile delle sue disgrazie. Menelao gliele suon di santa ragione, e di certo lo avrebbe ucciso, se Afrodite non si fosse messa di mezzo, avvolgendo il suo protetto con una nuvola dorata che lo nascondeva agli occhi di tutti.
La disperazione per avere perduto Elena dava a Menelao una forza incontenibile. Il fatto che, nel frattempo, avesse avuto altri due figli, con altrettante schiave, non deve farci credere che si fosse dimenticato di Elena. Anzi, giunse al punto di chiamare uno dei figli Megapente (Grande Dolore) proprio per far sapere a tutti che non si era affatto dimenticato della sua prima moglie.
Nemmeno dopo la morte di Paride, trafitto da Filottete al decimo anno di guerra, Elena fu restituita a Menelao. C'era gi in lista d'attesa un altro pretendente, il troiano Deifobo. Queste ultime nozze rappresentarono la classica goccia che fa traboccare il vaso: se fino a quel giorno Menelao l'aveva amata ardentemente, adesso l'odiava con tutta l'anima. Una volta presa Troia, si fece accompagnare da Ulisse a casa del nuovo marito, e, non appena lo vide,
 gli tagli prima le orecchie, poi le braccia e il naso, e dopo averlo mutilato nel modo pi orribile e penoso in tutte le membra, solo alla fine gli diede la morte.
 (Ditti Cretese, op. cit. V, 12)
Poi, con la spada ancora insanguinata, si gett su Elena, desideroso solo di punirla. Ma mentre lei si divincolava, il vestito le cadde dalle spalle scoprendole il bianco seno. Tanto bast perch Menelao non capisse pi nulla: gett via le armi, la serr tra le braccia e, baciandola sul collo, gemette:
Elena, Elena, amore mio!
VII

Diomede
Diomede era il compagno d'avventura di Ulisse: quando c'era da menare le mani uscivano sempre in coppia. Anche lui del resto prese parte alla guerra di Troia in qualit di ex aspirante alla mano di Elena; e anzi, di lui, in particolare, si dice che l'avesse amata a tal punto da considerare il suo rapimento un affronto personale.
Era figlio di Deipile e del feroce Tideo, uno dei Sette contro Tebe, e con ogni probabilit fu proprio dal padre che eredit quel carattere irascibile che lo rese famoso nel mondo antico. Oddio, non  che gli altri eroi fossero mansueti, fatto sta, per, che il suo solo apparire sul campo di battaglia seminava il terrore.
Ma aveva anche altre doti: Agamennone, per esempio, lo considerava uno dei migliori oratori dell'esercito acheo, al punto da farlo partecipare a tutti i vertici con gli altri re. Come atleta, poi, era un ottimo fondista: vinse gli ottocento piani nei giochi funebri che si celebrarono in onore di Patroclo. In quanto a coraggio guerriero, poi, era secondo al solo Achille. E fu lui che, sotto le mura di Troia, uccise pi nemici di tutti.
Lui e Ulisse, un po' come il duo televisivo Starsky e Hutch, andavano sempre in coppia: li troviamo fianco a fianco in numerose imprese, ognuna delle quali prevedeva sia l'abilit oratoria che il coraggio. Furono loro, infatti, dopo la morte di Achille, a prelevare il figlio dodicenne dell'eroe, Neottolemo, per risollevare il morale delle truppe, e furono sempre loro a recarsi nell'isola di Lemno per convincere il maleodorante Filottete a ritornare sui campi di battaglia.
Questo Filottete, per chi non lo sapesse, era un principe greco che durante il viaggio di andata a Troia, ancor prima che iniziassero le ostilit, era stato morso a un piede da un serpente. La ferita, infettandosi, aveva cominciato a puzzare in modo tale che lo sventurato, per ordine di Agamennone, venne scaricato nella prima isola possibile. Filottete per, oltre a essere un formidabile guerriero ( lui che, una volta guarito, uccider Paride), era anche il proprietario delle preziose armi di Eracle, senza le quali i Greci non avrebbero mai potuto vincere la guerra. Il suo rientro, pertanto, aveva un'importanza fondamentale ai fini della vittoria finale, come gli indovini avevano detto e ridetto.
Fu sempre Diomede, con l'aiuto di Ulisse, a rubare ai Troiani il Palladio, ovvero la statua sacra di Pallade Atena custodita nell'omonimo tempio al centro di Troia. Questa statuetta, secondo l'indovino Eleno, impediva a chiunque di espugnare la citt, ragione per cui Agamennone aveva promesso un ingente premio in monete d'oro a chiunque gliel'avesse consegnata. Da questa impresa, in verit, non  che i due ne siano usciti molto bene. Si racconta, infatti, che, allorch scavalcarono le mura per entrare nella citt, Diomede prima mont sulle spalle di Ulisse e poi si rifiut di restituirgli la cortesia aiutandolo a salire. Sulla strada del ritorno, invece, Ulisse, pur di tornare solo e riscuotere l'intero premio, cerc di pugnalare il compagno alle spalle. Diomede, per, grazie al riverbero della luna, che quella sera splendeva pi che mai, vide per terra l'ombra dell'amico sollevare il pugnale. Ne nacque una violenta colluttazione e un finale increscioso, con Diomede che prendeva a calci nel sedere Ulisse. Per giunta, pare che la statuetta non fosse quella autentica, avendola i Troiani sostituita, in precedenza, con una copia, proprio per evitarne il furto.
Insomma, come tanti altri leggendari eroi, anche Ulisse e Diomede si resero protagonisti di azioni non proprio cavalleresche. D'altra parte, la cavalleria a quei tempi era del tutto sconosciuta, essendo stata inventata solo nel Medioevo. Cos, quando si trattava di duelli all'ultimo sangue, i nobili valori, come lealt, onore e pietas, andavano a farsi benedire, ed erano gli inganni e le prepotenze a diventare la prassi quotidiana: come quando sgozzarono il troiano Dolone, pur avendogli promesso salva la vita in cambio di alcune informazioni, e quando trascinarono la povera Ifigenia per i capelli fino all'ara del sacrificio, solo per ottenere che si alzasse un po' di vento.
Sorge a questo punto una domanda: ma come facevano a passarla sempre liscia? Ebbene, sia Ulisse che Diomede godevano di protezioni in alto loco, in particolare erano sponsorizzati da Atena. La Dea stravedeva per Diomede: lo considerava il suo eroe preferito e non si vergognava di ammetterlo. Tanto per dirne una, un giorno gli aveva persino concesso il privilegio, utilissimo in battaglia, di riconoscere le divinit travestite da guerrieri. Lo apprendiamo dall'Iliade, dove Atena dice al suo protetto:
 Fatti coraggio, o Diomede, e battiti contro i Troiani, ti ho infuso nel petto la furia di tuo padre, l'intrepido furore di Tideo, agitatore di scudo, guidatore di carri; ho tolto la nebbia che velava i tuoi occhi, perch tu possa sempre distinguere un uomo da un Dio. Se un Dio viene dunque a tentarti, non batterti con lui; ma se Afrodite, figlia di Zeus, entra in battaglia, colpiscila con la lancia acuta.
 (Omero, Iliade V, 124-132)
Parole che Diomede non si fece ripetere due volte. Come vide Afrodite, l'aggred con tale foga che le trafisse il polso da parte a parte.
Razza di animale, disgustoso energumeno! url la Dea. Ti insegner io a prendertela con le donne!
E mentre fuggiva terrorizzata, sent Diomede che le intimava dietro:
 Allontanati, o figlia di Zeus, dalla guerra e dalle stragi; non ti basta sedurre deboli donne? Ma se vuoi prendere parte alla mischia io ti dico che anche da lontano ne proverai orrore.
 (Omero, Iliade V, 348-351)
Afrodite, dal canto suo, gi l'odiava per un incidente accaduto qualche attimo prima. Diomede era stato l l per uccidere Enea, il suo figlio prediletto: gli aveva prima spezzato una gamba e due tendini con una sassata, e subito dopo lo aveva assalito con la spada.
 Sarebbe morto, allora, Enea signore di popoli, se non l'avesse scorto la figlia di Zeus, Afrodite, la madre che lo gener dal pastore Anchise; intorno al figlio allora ella tese le candide braccia, e con un lembo dello splendido peplo lo avvolse, per poi ripararlo dai colpi (...). Cos la dea sottrasse il figlio alla battaglia.
 (Omero, loc. cit.)
Successivamente, con l'aiuto di Atena, Diomede si spinse ancora pi in l: os colpire Ares in persona, il Dio della Guerra! Il figlio di Zeus, centrato in pieno al basso ventre, lev un urlo cos tremendo, ma cos tremendo, che tutti i presenti ebbero l'impressione che avessero urlato nove o diecimila soldati contemporaneamente.
 Un tremito colse Troiani e Achei atterriti: tale fu il grido di Ares, mai sazio di guerra.
 (Omero, loc. cit.)
A questo punto, per vendicarsi della brutale offesa, Afrodite indusse Egialea, la moglie di Diomede, a tradirlo con un uomo che fosse pi forte di lui. Ragione per cui, quando a fine guerra Diomede fece ritorno ad Argo, la citt di cui era re, ebbe la sgradita sorpresa di trovare sua moglie a letto con un altro uomo, ai nome Comete, pi bello, pi giovane e pi malvagio di lui. Dopodich si racconta che i due amanti lo abbiano angariato a tal punto da costringerlo a scappare il pi lontano possibile.
Diomede allora si rifugi, insieme ad altri reduci, nelle isole Tremiti, e qui, non potendo pi rimpatriare, fond una colonia. Quando mor, Atena convinse Zeus a inserirlo tra gli Dei immortali, e per dargli una degna cornice, mut i suoi compagni in uccelli, ancor oggi noti come diomedee.
VIII

Nestore
In tutti i racconti di guerre e di avventure, dai romanzi di Salgari ai film western, c' sempre un vecchio saggio che dispensa preziosi consigli ai giovani impetuosi e scavezzacollo. Nella guerra di Troia questo ruolo fu assolto da Nestore, re di Pilo, figlio di Neleo e di Cloride.
Sua madre Cloride fu l'unica discendente di Niobe a non essere stata colpita dalle frecce di Apollo e Artemide. Ora, per chi non si ricordasse pi della famosa strage, Niobe era quella regina che incautamente, un giorno, si era vantata con la Dea Latona di avere generato una prole pi numerosa della sua. Non l'avesse mai detto! Tanto era bastato perch i figli di Latona, Apollo e Artemide, le uccidessero tutti i dodici figli. Soltanto la tredicesima, per l'appunto Cloride, era riuscita a sfuggire al massacro, essendosi nascosta sotto i cadaveri di fratellini e sorelline.
La sventurata comunque, seppure scampata alla strage, non ebbe in sorte una vita molto felice: si spos con Neleo e gener a sua volta tredici figli, tra cui
 una fanciulla di nome Pero, e molti maschi chiamati Tauro, Asterio, Pilaone, Deimaco, Euribio, Epidao, Radio, Eurimene, Evagora, Alastore, Periclimeno e Nestore.
 (Apollodoro, Biblioteca I, 9, 9)
Ora, vuoi a causa del numero tredici, tradizionalmente iellato, vuoi per la permalosit degli Dei e degli eroi di quei tempi, certo  che di l a poco su Neleo e Cloride si abbatt una nuova sciagura. Venuti in urto con Eracle, si videro trucidare dal nerboruto mammasantissima, uno dopo l'altro, tutti i figli maschi. Anche questa volta, per, se ne salv uno, Nestore per l'appunto, che se la cav solo perch i suoi lo avevano mandato a Gerenia, citt della Messenia.
Di lui si dice che da ragazzo fosse stato anche un grande atleta; egli stesso, infatti, durante i giochi funebri in onore di Patroclo, ricorda con nostalgia i bei tempi andati.
 Nessuno mi stava alla pari, n tra gli Epei n tra i Pili n fra gli Etoli superbi. Nel pugilato vinsi Clitomede figlio di Enope, nella lotta Anceo di Pleurone che mi aveva sfidato; superai nella corsa Ificlo che era valente; con la lancia vinsi Fileo e Polidoro.
 (Omero, Iliade XXIII, 632-637)
Ma qual era il segreto della sua longevit? Diciamo pure che era stato un piccolo risarcimento danni accordato da Apollo, il quale, resosi conto di avere avuto la mano pesante con la povera Niobe,
 concesse a Nestore di vivere tutti gli anni che aveva sottratto ai fratelli di Cloride.
 (Igino, Fabulae 10)
Fatti i conti, tra zii e zie, si arrivava giusto a trecento anni: e ne doveva avere almeno duecentotrenta quando Elena fu rapita da Paride. N si pu dire che fosse rimbambito, tant' vero che tutti i principi achei si recavano da lui a chiedergli consiglio. Menelao, per esempio, prima di dichiarare guerra ai Troiani, aveva ritenuto suo dovere andarlo a consultare.
O Nestore, tu che sei il pi saggio di tutti gli uomini, dimmi cosa deve fare un marito infelice!
Devi convocare tutti i principi achei, sentenzi Nestore affinch ciascuno, secondo le proprie possibilit, porti il suo contributo alla causa. Tra di essi dovr esserci necessariamente Achille, il pi forte dei mortali, anche se non sar facile convincere sua madre Teti. Nessuno pi di lei, infatti,  a conoscenza del triste destino che incombe sull'eroe.
Gi, e chi mai potr farle cambiare idea? chiese sconsolato Menelao.
Non preoccuparti, a questo provveder io lo rassicur Nestore. E parler anche agli altri principi achei. Sono sicuro che nessuno di loro mancher alla parola data.
Senza indugi, l'arzillo pluricentenario gir in lungo e in largo la Grecia, reclutando con successo uomini e mezzi. Lui stesso partecip con novanta navi ben equipaggiate, e si fece accompagnare dai suoi due figli prediletti, Antiloco e Trasimede, entrambi valenti guerrieri. Antiloco, poverino, sarebbe poi morto proprio per salvargli la vita. Bisogna sapere, infatti, che anche Nestore, di quando in quando, prendeva parte agli scontri: andava su e gi per il campo di battaglia, con un carro trainato da cavalli velocissimi, a raccogliere morti e feriti. Era in un certo qual modo la Croce Rossa greca dell'epoca.
Ebbene, un giorno, proprio durante una di queste sue missioni umanitarie, fu attaccato da Memnone, l'eroe di pelle nera. Stava per essere trafitto, quando il figlio Antiloco si interpose, facendogli scudo con il proprio corpo.
Agamennone, durante tutti e dieci gli anni di guerra, lo volle sempre accanto a s come consigliere di fiducia, anche se poi, testardo com'era, faceva spesso e volentieri di testa sua, come quando litig con Achille per la faccenda di Briseide e ignor deliberatamente i consigli del vecchio saggio.
 Si alz allora Nestore, oratore dei Pili dalla voce dolce e sonora, le cui parole scorrevano dalle labbra pi dolci del miele. (...)
 A loro parl con saggezza e disse: Ahim, una grave sciagura colpisce gli Achei; sarebbero lieti Priamo e i figli di Priamo, e tutti gli altri Troiani godrebbero molto se venissero a sapere che voi due siete in lotta, voi che primi siete fra i Danai, primi in assemblea, primi in battaglia. (...)
 Ascoltatemi,  la cosa migliore: per quanto grande tu sia, Agamennone, non togliere a lui la fanciulla, lasciagli il dono che gli diedero i figli degli Achei; e tu, figlio di Peleo, non voler contendere con il re, perch un re che porta lo scettro e a cui Zeus ha concesso la gloria ha una parte d'onore diversa dagli altri. Tu sei forte, tua madre  una dea, ma lui  pi potente perch comanda su molti. E tu, figlio di Atreo, calma il tuo furore; ti supplico, desisti dall'ira in favore di Achille, che per tutti gli Achei  difesa sicura in questa guerra crudele.
 (Omero, Iliade I, 247 sgg.)
Tutto fiato sprecato: Agamennone alla fine del discorso prese per mano Briseide e se la port sotto la tenda, dando origine alla famosa ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei.
Sempre a proposito di donne, anche Nestore si fece assegnare una giovane schiava come bottino di guerra: una splendida ragazza di nome Ecamede. Cosa se ne facesse poi, alla sua veneranda et, non si  mai saputo.
Dopo la caduta di Troia, Nestore fu tra i pochi a fare ritorno a casa, ovvero a Pilo, senza grandi complicazioni. Imbarcatosi per primo, pot ben presto riabbracciare la moglie, con la quale visse felicemente per almeno altri cinquant'anni.
IX

Aiace Telamonio
A detta degli storici, Aiace era gigantesco, poi chiss: un giorno verremo a scoprire che era alto s e no un metro e ottanta. La verit  che a quei tempi bastava poco per sembrare un gigante: la statura media superava a stento il metro e cinquanta e chi aveva la fortuna di svettare di qualche centimetro, magari con l'aiuto di un elmo, faceva un figurone. Che non fosse un mingherlino, comunque, non ci sono dubbi. A tale proposito abbiamo una testimonianza diretta di Pausania:
 Un giorno un uomo della Misia, che aveva avuto la fortuna di vedere lo scheletro di Aiace, mi raccont che le ossa delle ginocchia dell'eroe, quelle stesse che i medici chiamano rotule, erano cos grandi da eguagliare il disco che gli atleti lanciano nelle gare di pentathlon.
 (Pausania, Guida della Grecia I, 35, 5)
La nascita di Aiace fu propiziata da Eracle in persona. Il mitico eroe infatti, un giorno, mentre era a pranzo a casa di Telamone, accorgendosi che la moglie di quest'ultimo, la dolce Eribea, era incinta, fece un brindisi augurale.
 O padre Zeus, se mai hai udito volentieri le mie preghiere, ora ti supplico, con voti ispirati, di accordare a quest'uomo un figlio ardito (...): e fare in modo che il suo corpo possa essere invulnerabile come questa pelle che indosso, del leone feroce che un tempo, come prima impresa, uccisi a Nemea; e che gli sia di scorta il coraggio.
 (Pindaro, Istmica VI, 42-48)
Zeus, udita la preghiera, non esit: invi subito un'aquila reale che svolazz a lungo sulla testa dei commensali. Al che Eracle cadde in trance e cominci a parlare con una voce baritonale. In realt, non era lui che parlava, ma il Padre degli Dei in persona.
 Avrai, o Telamone, il figlio che desideri, e dal nome di questo uccello lo chiamerai Aiace, ovvero l'aquila. Egli sar fortissimo e in particolare sar instancabile nelle fatiche di guerra.
 (Pindaro, loc. cit.)
Non ci fu molto tempo per sorprendersi, perch Eribea fu subito presa dalle doglie. Avvenuto il parto, Eracle prese il neonato e lo avvolse nella magica pelle di leone, quella che rendeva gli uomini invulnerabili. Nella confusione, per, lasci scoperte le ascelle del piccolo, motivo per cui queste restarono il suo unico punto debole. Oltre al famoso tallone di Achille quindi, in mitologia, ci sono anche le ascelle di Aiace.
Vulnerabile o meno che fosse, Aiace in pochi anni divenne quella specie di Rambo che noi tutti sappiamo. Come educazione, invece, non era quello che si dice un gentleman (ma, diciamo la verit: chi lo era a quei tempi?). Avrebbe avuto bisogno, insomma, di un maestro di bon ton. Quelle rare volte, infatti, che la moglie Tecmessa os rivolgergli la parola, la sua risposta pi gentile fu: Statti zitta tu, che sei donna! (Sofocle, Aiace 293).
Aveva l'hobby delle armi: il suo scudo era composto da sette strati di pelle di toro, ricoperti da una piastra di bronzo, ed era talmente largo da coprire anche il fratello Teucro. In proposito Omero racconta che il piccolo Teucro, arciere tra i pi temuti, era solito nascondersi dietro lo scudo di Aiace, salvo poi sbucare all'improvviso per colpire il nemico, sfruttando l'effetto sorpresa.
 Ogni volta che Aiace spostava lo scudo, prendeva la mira e scagliava un dardo nel folto; e se colpiva un guerriero e questi cadeva esalando la vita, allora Teucro, come un fanciullo che si nasconde dietro la madre, tornava da Aiace che lo copriva dietro lo scudo lucente.
 (Omero, Iliade VIII, 268-272)
Inutile dire che Aiace, sia per la statura, sia per il coraggio, era temutissimo dai Troiani, i quali lo consideravano il pi pericoloso degli eroi subito dopo Achille. E cos la pensava anche Agamennone, visto che gli aveva affidato il comando di met dell'esercito. Come tanti, per, anche Aiace fin con l'incorrere nell'ira degli Dei, e in particolare in quella di Atena.
Alla Dea non erano piaciute alcune smargiassate dette dall'eroe in un momento di scarsa lucidit. La prima risaliva a una decina di anni prima, all'epoca della partenza per Troia. Si racconta che, nell'accompagnarlo alla nave, il vecchio Telamone, apprensivo come tutti i pap, gli abbia detto:
 Aspira a vincere con la spada, o figlio mio, ma non perdere mai l'aiuto degli Dei!
E che lui, con un'alzata di spalle, gli avrebbe risposto:
 Con l'aiuto degli Dei sono buoni a vincere tutti, anche gli uomini da nulla. Io, invece, sono sicuro di riportare la gloria senza l'aiuto di nessuno!
 (Sofocle, op. cit. 760 sgg.)
Un'altra volta, durante un combattimento contro una decina di Troiani, aveva offeso Atena, proprio mentre la Dea stava dandogli manforte. Lasciamo che sia lo stesso Sofocle a raccontare l'episodio:
 Mentre la divina Atena lo esortava nel mezzo di una mischia a rivolgere il suo micidiale braccio contro i nemici, lui le rivolse parole terribili ed empie: Aiuta piuttosto gli altri Argivi, giacch dove sono schierato io, l'urto nemico non riuscir mai a far breccia!. Grande fu la superbia di Aiace e grande la collera della Dea.
 (Sofocle, loc. cit.)
Ad Atena quella frase non era proprio andata gi, e cos escogit una punizione diabolica al fine di indurlo al suicidio. Ben conoscendo la sua fissazione per le armi, allorch si tratt di assegnare quelle del defunto Achille, fece in modo che venissero date non a lui, ma a Ulisse.
Ora, bisogna sapere che Teti, la madre di Achille, aveva ordinato che le armi del figlio andassero al pi valoroso degli Achei, motivo per cui fu indetto un sondaggio fra le truppe achee. I nomi che vennero fuori furono quelli di Aiace Telamonio e di Ulisse, e una giuria composta di principi, e presieduta da Agamennone, si arrog il diritto di emettere il verdetto finale.
 Ma l'ira di Atena guid il verdetto dei giurati, che invece di premiare Aiace, come sarebbe stato giusto, consegnarono le armi all'astuto Ulisse.
 (Igino, Fabulae 107)
Aiace, ovviamente, ci rest malissimo, e prov anche a protestare:
 Se Achille avesse dovuto, da vivo, giudicare degno qualcuno di vestire le sue armi, sarei stato di certo io il solo a meritare questo onore. Ma gli Atridi, con subdoli raggiri, hanno assegnato quelle armi a un individuo che  soltanto un furbo, e hanno disprezzato apertamente il mio valore.
 (Sofocle, Aiace 442-446)
A nulla valsero le sue proteste, e quando vide Ulisse che con aria soddisfatta si provava e riprovava l'armatura, perse definitivamente la testa. Per una notte intera, credendo di aver a che fare con l'odiata giuria, si avvent su intere mandrie di bestiame che circondavano il campo e ne fece scempio. Assetato di sangue, e fuori della grazia di Dio, sgozz vacche, pecore, tori, capre e perfino alcuni cani da guardia. Scambi un grosso montone per l'odiato Ulisse e, dopo averlo legato a un albero, lo uccise a forza di legnate.
Quando Atena ne ebbe abbastanza lo fece rinsavire. Il poverino, tutto insanguinato, in mezzo a centinaia di bestie massacrate, fatic non poco a raccapezzarsi. Poi, non appena si rese conto di quello che aveva fatto, si vergogn talmente da non trovare altro rimedio che l'immediato suicidio. Corse allora disperato fino a una baia solitaria e l, dopo aver piantato la spada nella sabbia con la punta rivolta verso l'alto, vi si gett sopra a corpo morto, con il braccio alzato, in modo da farsela penetrare sotto l'ascella.
Racconta Ovidio che subito dopo accadde una specie di miracolo:
 La terra divenne rosso sangue e gener un fiore purpureo da un verde cespuglio...
 (Ovidio, Metamorfosi XIII, 394-396)
Si dice anche che su questo fiore scarlatto spuntassero le lettere Ai! Ai! in modo da indicare Aiax Aiakides, ovvero Aiace, della stirpe di Eaco.
X

Aiace d'Oileo
A Troia combatteva anche un secondo Aiace, detto il Piccolo, il quale, quasi a voler compensare la sua statura da nanerottolo, era molto pi crudele del Grande, ovvero di Aiace Telamonio.
Il Piccolo era figlio di Oileo e veniva dalla Locride, una regione greca posta a nord-ovest della Beozia, da non confondere con la nostra Locride che, pur avendo lo stesso nome, non ha nulla a che vedere con la mitologia.
 Comanda i Locresi il figlio di Oileo, il rapido Aiace; non  grande come il figlio di Telamone, anzi  molto pi piccolo;  basso e porta una corazza di lino, ma supera tutti i Greci e tutti gli Achei nel maneggiare la lancia.
 (Omero, Iliade II, 527-530)
Se per Aiace Telamonio abbiamo scomodato Rambo, per Aiace d'Oileo il paragone d'obbligo  con Maradona. Moro, capelli ricci, tarchiato, astuto come un mercante levantino e ferocemente determinato in ogni tipo di azione, sia bellica che amorosa. I piedi piccoli e il baricentro basso gli consentivano spostamenti molto rapidi e una velocit in corsa seconda solo a quella di Achille.
 Aiace, il veloce figlio di Oileo: nessuno lo eguagliava nell'inseguire di corsa i guerrieri atterriti, quando Zeus suscita panico e fuga.
 (Omero, Iliade XIV, 520-522)
Andava molto d'accordo con il suo omonimo Telamonio, al punto che spesso e volentieri si battevano fianco a fianco.
 Aiace, il veloce figlio di Oileo, mai si staccava, neppure di poco, da Aiace di Telamone; come due fulvi buoi in mezzo al maggese tirano insieme il solido aratro, e intorno alle corna scorre abbondante il sudore, e solo il giogo ben levigato li separa mentre avanzano in mezzo ai solchi fino ai confini del campo: cos stavano gli Aiaci, l'uno a fianco dell'altro.
 (Omero, Iliade XIII, 701-708)
A parte la statura fisica di Aiace d'Oileo, anche quella morale non era un granch; era uno che si dava un sacco di arie e bestemmiava come un turco. Ora si sa che in fatto di buone maniere quasi tutti gli eroi lasciavano alquanto a desiderare, eppure, al suo confronto, gli altri sembravano appena usciti da un collegio svizzero.
Lui cercava sempre di mettersi in mostra: in mezzo alla mischia era solito portarsi dietro un serpente ammaestrato, che lo seguiva come un cagnolino. Godeva sadicamente nel torturare i nemici, e si divertiva un mondo a provocare risse tra i commilitoni. Insomma, era un paranoico.
Idomeneo, il vecchio re di Creta, non a caso lo giudicava
 un insensato, un sobillatore, un essere inferiore a tutti gli Achei, e perdipi cocciuto di mente.
 (Omero, Iliade XXIII, 483-484)
Questa tracotanza, alla lunga, fin per costargli cara. Fu durante il saccheggio di Troia: era appena entrato nel tempio di Atena per far man bassa di oggetti sacri, quando si accorse che Cassandra, la figlia prediletta di Priamo, si era nascosta dietro la statua della Dea. Al che, senza star troppo a riflettere in che luogo si trovava (in definitiva era pur sempre un tempio), si avvent sulla sventurata eccitato come un mandrillo. Cassandra allora, urlando di terrore, si aggrapp disperatamente alla statua. Tira tu che tiro anch'io, finirono tutti gi per terra: lui, Cassandra e la statua. Si dice anche che quest'ultima, inorridita dal sacrilegio, abbia levato gli occhi al cielo e che da quel momento in poi non abbia pi mutato espressione.
Qualcuno, per, fece la spia, e quando si tratt di dividere il bottino di guerra, Ulisse, vedendo che Cassandra era stata assegnata ad Agamennone, non perse l'occasione per accusare il figlio d'Oileo.
Questo pazzo disse ad Agamennone ha violentato la tua donna, e lo ha fatto nel tempio di Atena, davanti alla statua della Dea!
Non  vero affatto! protest l'accusato. Questa  una delle solite menzogne di Ulisse!
Agamennone per lo fiss storto, e Aiace Due, vedendo la mala parata, corse nel tempio di Atena e, con una mano sull'altare, giur, anzi spergiur:
Atena mi  testimone: non ho torto un solo capello a Cassandra!
Di fronte a un'autodifesa cos efficace, Agamennone non pot fare a meno di credergli, cosa che salv Aiace dalla lapidazione, ma non dalla vendetta della Dea Atena. Maledetto vigliacco! esclam, furibonda. Maledetto lui e tutti quelli che gli prestano fede! Bella riconoscenza, dopo tutto quello che ho fatto per gli Achei! Ma, quanto  vero che sono Atena, impareranno e presto a rispettare gli Dei! Ci detto, and da Poseidone, il Dio del mare, che da sempre aveva simpatizzato per i Troiani. Ed ecco, a detta di Euripide, quanto si dissero in quell'occasione:
 ATENA Mi  concesso, deposta l'antica inimicizia, rivolgere la parola al pi stretto parente di mio padre, a un grande Dio, onorato dai celesti?
 POSEIDONE Ti  concesso: giacch una conversazione in famiglia, o gentile Atena, ha sempre un fascino sentimentale.
 ATENA Lo sai che i Greci hanno oltraggiato me e i miei templi?
 POSEIDONE So che Aiace ha strappato con violenza Cassandra dall'altare...
 ATENA ...e che gli Achei non lo hanno punito, n hanno detto alcuna parola per condannarlo.
 POSEIDONE Eppure avevano distrutto Troia proprio grazie al tuo aiuto.
 ATENA  appunto per questo che, con il tuo aiuto, voglio far loro del male: intendo infliggere a tutti loro un ritorno disastroso.
 POSEIDONE Per conto mio sono pronto ad accontentarti.
 ATENA Ascolta il mio piano: quando faranno vela verso casa, Zeus rovescer sulle loro teste cupe raffiche di vento e torrenti di pioggia e grandine. Poi mi metter a disposizione, me lo ha promesso, il fuoco delle sue folgori, in modo da colpire gli Achei e incendiare le loro navi. Tu, da parte tua, prepara un Egeo mugghiante di onde gigantesche, furioso di vortici, e riempi di cadaveri il golfo di Eubea: devono imparare, gli Achei, a rispettare i templi e a onorare gli Dei.
 (Euripide, Troiane 48 sgg.)
Cos, durante il viaggio di ritorno, una spaventosa bufera inghiott le navi greche come se fossero altrettante barchette di carta.
 Mentre i Greci facevano ritorno in patria, furono travolti da una tempesta di pioggia e di venti avversi, sollevata dall'ira divina a causa delle ruberie ai templi e perch Aiace Locrese aveva strappato Cassandra dalla statua di Atena. Sbattuti dalle onde, i Greci fecero naufragio presso il promontorio di Cafareo.
 (Igino, Fabulae 116)
Aiace d'Oileo fu tra i pochi a salvarsi grazie a uno scoglio sul quale riusc ad arrampicarsi. Ma al Fato, si sa, non si sfugge, tanto pi che non appena si vide al sicuro non trov niente di meglio che sfidare il Cielo con un'ennesima bestemmia.
Eccomi in salvo a dispetto degli Dei! url, minacciando le nuvole con il pugno teso.
Al che Poseidone, pi indignato che mai, prese il tridente e gli frantum lo scoglio sotto i piedi.
 E sarebbe sfuggito al destino, bench odioso ad Atena, se non avesse detto parole superbe. Accecato dalla vanagloria, infatti, disse che era scampato ai gorghi del mare, malgrado gli Dei. Lo ud Poseidone, proprio mentre pronunciava questa vanteria. Il Dio allora afferr il tridente con mani vigorose e colp la Rupe Girea spaccandola in due. Una buona parte rimase dov'era, mentre lo spezzone su cui stava Aiace, accecato di superbia, cadde in mare e lo trasse gi nell'abisso infinito. Cos egli mor, dopo avere ingoiato acqua salsa.
 (Omero, Odissea IV, 502-510)
XI

Ettore
Cambiando campo, le caratteristiche dell'eroe greco le ritroviamo pari pari nell'eroe troiano: stessa forza fisica, stesso coraggio e stessi difetti. Ettore, Enea e Deifobo non differivano molto dai loro avversari. Anzi, diciamo pure che Ettore stava ai Troiani cos come Achille stava agli Achei. Il giudizio su di lui  unanime: sprezzante del pericolo, invincibile nei duelli e dotato di grande eloquenza.
Valgano per tutti le opinioni di Diodoro Siculo:
 Priamo, sposata Ecuba, fra numerosi altri figli, gener Ettore, che dei Troiani fu di certo il pi insigne.
 (Diodoro Siculo, Biblioteca storica IV, 75)
E di Darete Frigio:
 Ettore era scilinguato, pallido, riccio di capelli, guercio, svelto di braccio e agile nelle gambe, di viso venerabile, barba lunga, pulito, bravo, di gran cuore, umano verso i suoi concittadini, degno d'essere amato e adatto ad amare.
 (Darete Frigio, Excidium Troiae 354 sgg.)
Tre di questi attributi ci colpiscono in modo particolare, e precisamente lo scilinguato, ovvero abile nel parlare, il guercio, caratteristica di cui per Omero non fa cenno, e il pulito, che ci fa capire fino a che punto erano sozzoni gli altri eroi.
Certo  che si tratta del troiano pi importante in assoluto, pi dello stesso Priamo. In battaglia godeva della protezione di Ares, il Dio della Guerra, e della benevolenza di Apollo, che, pur di salvargli la vita, arrivava a deviargli le frecce un attimo prima che lo colpissero.
Ettore era sposato con Andromaca dalle bianche braccia (tanto per cambiare), dalla quale aveva avuto un unico figlio, Astianatte. Non ci risulta che avesse altre donne concubine, o schiave che fossero. A differenza di Agamennone, era un marito fedele e, a differenza di Achille, non aveva relazioni omosessuali.
Insomma, era quello che si dice un buon padre di famiglia. Il suo hobby erano i duelli: ogni volta che poteva, sfidava qualcuno a singolar tenzone. Non sempre, per, questi accettava la sfida: anzi, la reazione normale degli avversari era la fuga. Una volta perfino Diomede se la diede a gambe.
Ed ecco quale fu in quell'occasione il commento di Ettore:
 O figlio di Tideo, oggi gli Achei dai veloci cavalli ti disprezzeranno, giacch in una donnetta ti sei mutato. Vattene ordunque, stupida bambola, io non ceder, tu non scalerai le nostre mura, e non porterai le nostre donne alle tue navi, perch prima che questo accada io ti dar la morte.
 (Omero, Iliade VIII, 161-166)
Ettore aveva un profondo senso dell'onore: per lui tutti avevano gli stessi diritti e gli stessi doveri, indipendentemente dalla patria d'origine. Sentite un po' come tratta suo fratello Paride quando si accorge che non ha nessuna voglia di battersi con Menelao, cio con l'uomo al quale aveva soffiato la moglie:
 O Paride maledetto, o bellimbusto, o puttaniere, che tu non fossi mai nato!
 (Omero, Iliade III, 39)
Il Fato aveva stabilito da tempo che Ettore sarebbe morto per mano di Achille; essendosi, per, quest'ultimo ritirato dai combattimenti, la cosa era rimandata. Poi, era accaduto quel che sappiamo: Ettore aveva ucciso Patroclo, l'amico del cuore di Achille, e costretto il Pelide a scendere in campo.
Ebbene, se gi un Achille normale era un castigo di Dio, un Achille assetato di vendetta doveva essere qualcosa di inimmaginabile: alla prima uscita uccise, da solo, pi di cento Troiani: in pratica, tutti quelli che gli erano capitati a tiro.
Priamo, vedendo dall'alto delle mura i Troiani fuggire in preda al panico, ordin alle guardie di aprire le porte della citt, in modo che tutti si potessero mettere in salvo. Tra i fuggitivi c'era anche Ettore, che, per, giunto sotto le porte Scee, ci ripens sopra un attimo e decise di affrontare il terrificante nemico.
Nel frattempo Achille
 avanzava nella pianura splendido come l'astro che sorge in autunno, Sirio che brilla di fulgida luce nel cuore della notte in mezzo alle stelle infinite (...); cos brillavano le armi di bronzo sul petto dell'eroe mentre correva.
 (Omero, Iliade XXII, 25-32)
Priamo, vedendolo, si sent gelare il sangue nelle vene, e cerc in tutti i modi di dissuadere il figlio dal battersi.
Figlio mio, gli grid dall'alto della torre che senso ha che tu metta in pericolo la tua vita per affrontare un mostro come Achille, perdipi invulnerabile! Pensa piuttosto a me, a tua madre, e alla povera Andromaca che trema solo all'idea di saperti fuori delle mura. E se tanto non ti basta, ricordati almeno del piccolo Astianatte, che non ha ancora compiuto due anni e che ha tanto bisogno di un padre!
Nel frattempo Achille, muovendo rapidamente i piedi e le ginocchia (Omero, loc. cit.), si avvent contro Ettore con gli occhi iniettati di sangue. Il troiano sent un brivido corrergli dietro la schiena: l'aspetto del Pelide doveva essere davvero tremendo. Oltretutto, l'armatura forgiata da Efesto lo rendeva ancora pi imponente di quanto non fosse in realt.
Le porte Scee ormai erano state chiuse. L'unica scelta possibile era la fuga. Tre volte Ettore, correndo, fece il giro delle mura, e tre volte Achille lo insegu da presso, finch il troiano non ud la voce di suo fratello Deifobo che lo invitava a fermarsi.
Fermati, o fratello, e affrontiamo insieme il nemico! gli intim Deifobo. Sono qui al tuo fianco, pronto a combattere!
Ma, ahim, non era il vero Deifobo: era Atena, la nemica dei Troiani, che aveva assunto le sembianze del fratello solo per indurlo a fermarsi. Ettore cap di essere stato raggirato solo quando, dopo aver scagliato la propria lancia, si volt verso lo pseudo-Deifobo per averne un'altra. Fece appena in tempo a vederlo dissolversi in una nuvola di fumo, che Achille gli inferse il colpo mortale. E mentre, agonizzante, supplicava il rivale che almeno restituisse il suo corpo ai Troiani perch lo seppellissero come si conveniva a uno del suo rango, Achille si mantenne irremovibile:
 Non supplicarmi, o cane;  inutile che tu mi cinga le ginocchia e faccia appello ai miei genitori. Rabbia e furore mi spingerebbero a farti a pezzi per poi divorare la tua carne cruda!
 (Omero, Iliade XXII, 345-347)
Se poi prestiamo fede a Ditti Cretese, Achille continu a infierire sul cadavere:
 Morto il suo pi acerbo nemico Achille divenne sempre pi feroce, in ricordo dei dolori vissuti, quindi spogli il cadavere di Ettore delle armi, e poi, dopo averlo legato per i piedi al carro, incit i cavalli a correre per tutto il campo, trascinandosi dietro il nemico nella polvere.
 (Ditti Cretese, Bellum Troianum)
Dopo aver pianto a lungo, Priamo, distrutto dal dolore, decise di recarsi dallo stesso Achille per farsi restituire il corpo del figlio pi amato.
 E per ordine di Zeus fu guidato da Ermes nel campo greco, dove convinse Achille a restituirgli il corpo del figlio amato in cambio di un uguale peso d'oro.
 (Igino, Fabulae 106)
I funerali di Ettore durarono dodici giorni e dodici notti: un vero e proprio lutto nazionale per i Troiani, e gli Achei ne approfittarono per infierire con lazzi e ingiurie, un po' come fanno oggi i tifosi di calcio con gli avversari che hanno perso.
 I Troiani levarono cos gran pianto e cos tante grida, che perfino gli uccelli, tramortiti da quelle voci, stramazzarono al suolo; tanto pi che gli Achei, per insultarli e schernirli, levarono a loro volta ululati e altri versacci. E mentre cos si gridava per ogni dove, il re fece chiudere le porte Scee; quindi cambi le vesti regali col nero degli abiti di lutto, e tutta la citt si riemp di lamenti, di dolori e di affanni.
 (Ditti Cretese, Bellum Troianum III, 27)
XII

Anchise
Di Anchise abbiamo sempre pensato che fosse un vecchietto decrepito, portato a spalle da Enea durante la fuga da Troia. E invece il mito ce lo descrive bello come Paride, Giasone e Teseo, e attraente a tal punto da essere incluso in una classifica top ten dell'epoca dallo scrittore Igino, grande cultore di curiosit e aneddoti mitologici (Igino, Fabulae, 270). Ma ecco la sua storia.
Afrodite, un po' perch era il suo mestiere, un po' perch si annoiava, di tanto in tanto faceva innamorare qualche Dio di un comune mortale. In altre parole usava il suo immenso potere nelle faccende d'amore per divertirsi alle spalle dei colleghi. Era talmente abile che
 turb perfino la mente di Zeus che gode del fulmine e che tutti comanda. Ogni volta, infatti, che lei lo decise, illudendogli l'animo saggio, facilmente lo convinse a unirsi a donne mortali, e lo indusse a dimenticarsi anche di Era sua sorella e sposa.
 (Omero, Inno ad Afrodite 36 sgg.)
Un giorno per il Padre degli Dei volle renderle pan per focaccia e allora
 infiamm la bella Afrodite di ardente desiderio per un comune mortale, affinch non le fossero sconosciuti i dolci amplessi degli umani.
 (Omero, op. cit.)
Il fortunato in questione si chiamava Anchise, e che fosse un mortale non ci sono dubbi; si potrebbe invece discutere che fosse anche comune, giacch era s un mandriano del monte Ida, ma era anche il futuro re dei Dardani. Comunque, mandriano o non mandriano, Zeus fiss Afrodite e le infuse nel cuore un dolce desiderio per Anchise.
 La Dea che ama il sorriso, quando lo vide pascere gli armenti, simile a un immortale, sulle alte vette dell'Ida, lo desider nel profondo del cuore.
 (Omero, op. cit. 53 sgg.)
Ben decisa a sedurlo, Afrodite gli si present nel cuore della notte vestita solo di una tunica trasparente, sufficientemente leggera da lasciare intravedere il seno turgido e rotondo. Nemmeno un Dio avrebbe resistito, figuriamoci un mortale! Per non terrorizzarlo del tutto, la Dea ment sulla sua vera identit: gli si present come la figlia di un principe frigio di passaggio, e solo all'alba, dopo i dolci amplessi, confess chi era in realt. Poi, sempre tra baci e carezze, aggiunse:
O mio tenero Anchise, per dimostrarti che il mio amore  sincero, ti annuncio che avrai da me un figlio che sar famoso per i secoli dei secoli, e che da lui nascer una stirpe immensa di uomini di grande valore!
Quest'ultima frase, in verit, fu aggiunta dai mitologi romani che, per l'appunto, si vantavano di essere discendenti di Enea, e quindi di Anchise.
C'era solo una condizione che il mandriano doveva rispettare: quella di non raccontare ci che era avvenuto (Igino, Fabulae, 94). Su questo punto la Dea era stata esplicita:
 Perch, se con folle baldanza osassi raccontare che Afrodite  venuta stanotte a giacere con te, Zeus stesso ti punirebbe con la folgore. Trattieni ordunque le parole, come ti ordino, e non avere mai la sfrontatezza di fare il mio nome; bens taci, e abbi timore dell'ira divina.
 (Omero, Inno a Venere 348 sgg.)
Un vero gentiluomo, si sa, gode e tace. Anchise, per, evidentemente, non era abbastanza gentiluomo da tenere per s l'incredibile avventura. E alla prima sbornia che prese in compagnia degli amici si vant di aver fatto l'amore con la Dea Afrodite. Raccont tutto nei minimi particolari: come non era vestita lei, come non era vestito lui, cosa avevano fatto e che cosa si erano detti.
Questa indiscrezione gli cost carissima: non appena Zeus lo venne a sapere, s'indign e lo colp con un fulmine che lo lasci piegato in due per il resto dei suoi giorni. Inutile dire che Afrodite, vedendolo ridotto in quello stato, perse per lui ogni interesse.
Dalla loro unione, comunque, nacque Enea, l'eroe pi illustre dell'esercito troiano, nonch il fondatore, secondo la nota leggenda, della stirpe dei Romani.
Anchise non prese parte attiva alla guerra di Troia per raggiunti limiti di et, nel senso che all'epoca doveva avere almeno settant'anni. Lo ritroviamo invece alla fine, quando la citt fu incendiata, ed Enea lo port in salvo insieme al figlioletto Ascanio.
 Enea prese sulle spalle il padre Anchise e il piccolo Ascanio e li strapp dalle fiamme.
 (Igino, Fabulae 254)
Secondo Virgilio, Anchise avrebbe seguito l'eroico figlio fino in Sicilia; ma durante una sosta nel porto di Drpano (l'antica Trapani) sarebbe morto, sfinito dai troppi disagi. Ecco come Enea racconta la sua fine alla regina Didone:
 Finalmente giungemmo nel malaugurato porto di Drpano. E qui, o me infelice, oppresso da tanti affanni ed esposto a innumerevoli pericoli, il mio adorato padre mi abbandon. Tu qui, stanco e mesto, o padre mio, mi hai lasciato. Eppure tu soltanto, nella mia sorte irta di dolori, eri tutto ci che mi restava di conforto e sostegno.
 (Virgilio, Eneide III, 1113-1122)
XIII

Enea
Per una mamma i figli, si sa, so' piezz'e core, e neppure Afrodite faceva eccezione alla regola: sebbene la cotta per Anchise le fosse passata, stravedeva per il piccolo Enea, e gli presagiva un fulgido avvenire. L'eroe, infatti, era destinato a diventare il capostipite del popolo romano.
Afrodite come prima cosa lo affid alle amorevoli cure di un gruppetto di Ninfe abitatrici del monte Ida, che lo tirarono su a carezze e ambrosia (una pappa reale riservata agli Dei). Poi, quando raggiunse l'et scolare, lo mand in citt da un certo Alcatoo, affinch costui provvedesse alla sua educazione.
Fisicamente Enea era bellissimo e non poteva essere altrimenti, avendo per madre la Dea della Bellezza. Ne fa fede una descrizione di Darete Frigio:
 Enea era di pelo rosso, aveva spalle quadrate e occhi neri e allegri; abile parlatore, affabile, saldo nelle decisioni, di animo pietoso e di modi aggraziati.
 (Darete Frigio, Excidium Troiae)
Tutti gli autori concordano nell'attribuirgli una grande saggezza e un valore pressoch pari a quello di Ettore. Eppure, all'inizio, non volle prendere parte al conflitto: si sentiva snobbato da Priamo, che nell'assegnazione dei posti di comando gli preferiva i propri figli.
Il suo primo scontro con Achille avvenne ben dopo otto anni di guerra, e fu quanto mai cruento: il figlio di Teti, che a tempo perso si dedicava a saccheggiare i dintorni di Troia, cacci Enea dal monte Ida a colpi di lancia, si freg le sue mandrie e distrusse le vicine citt di Pedaso e Lirnesso.
In quell'occasione Enea riusc a porsi in salvo grazie a un intervento diretto di Zeus, che gli infuse nelle gambe tali energie da renderlo pi veloce del suo nemico. Si tenga presente che, in quanto figlio di Afrodite, il nostro era un raccomandato di ferro: aveva alle spalle mezzo Olimpo che parteggiava per lui. In uno scontro con Diomede
 sarebbe morto, allora, il signore di popoli, se non l'avesse scorto la figlia di Zeus, Afrodite, la madre che lo gener al pastore Anchise; intorno al figlio essa tese le candide braccia, con un lembo dello splendido peplo lo avvolse, per ripararlo dai colpi, perch nessuno degli Achei dai veloci cavalli gli piantasse la lancia nel petto e gli togliesse la vita. Cos la Dea sottrasse il figlio alla battaglia.
 (Omero, Iliade V, 311-318)
Da notare che, nella circostanza, anche Afrodite se la vide brutta. Diomede infatti
 si tese in avanti e con un balzo la fer con la lancia all'estremit del braccio delicato (...); l'arma penetr nella pelle, al di sopra del polso; sgorg la linfa immortale che scorre nelle vene dei beati.
 (Omero, Iliade, loc. cit.)
La Dea allora, gemendo dal dolore, lasci cadere a terra Enea, che, con un femore fratturato, stava di nuovo per essere raggiunto da Diomede, quando a trarlo d'impiccio ci pens Apollo:
 lo raccolse fra le braccia Apollo e lo avvolse in una nuvola oscura, perch nessuno degli Achei dai veloci cavalli gli piantasse la lancia nel petto e gli togliesse la vita.
 (Omero, Iliade, loc. cit.)
Un'altra volta fu Poseidone a sottrarre l'eroe alla furia di Achille, facendoglielo scomparire da sotto il naso con il solito trucco della nuvoletta:
 sugli occhi di Achille figlio di Peleo fece calare un velo di nebbia, poi dallo scudo del nobile Enea strapp la lancia di bronzo e la depose ai piedi di Achille; infine sollev in alto l'eroe e con un balzo gli fece oltrepassare molte schiere di uomini e molte file di carri.
 (Omero, Iliade XX, 321 sgg.)
Inutile dire che Achille, vedendo sfumare per la seconda volta la possibilit di far fuori il suo nemico, s'infuri come una belva e si mise come al solito a imprecare:
 Accidenti! Questo  certo un grande prodigio; ecco la mia lancia, qui per terra, ma non vedo pi l'uomo contro il quale l'avevo scagliata sperando di ucciderlo. Certo  ben caro, Enea, agli Dei immortali: e io che invece pensavo che si gloriasse invano! Alla malora! Gli mancher il coraggio di tornare a misurarsi con me, poich ancora una volta ha avuto la fortuna di sfuggire alla morte.
 (Omero, Iliade, loc. cit.)
Insomma, gli Dei lo amavano, e lui, Enea, li ricambiava. Profonda era, infatti, la sua religiosit: non prendeva una sola decisione senza prima compiere i sacrifici propiziatori, tanto che i Romani gli rifilarono il soprannome di Pius.
Anche l'ultimo giorno di guerra, quando ormai non restava che fuggire, la sua prima preoccupazione fu di salvare le statue dei Penati, gli Dei protettori del focolare domestico; e solo in un secondo momento pens al padre Anchise e al figlio Ascanio:
 Reggeva sulle spalle le sacre immagini dei numi, e un'altra sacra immagine: il padre, venerabile peso. Quell'uomo pio, fra tante ricchezze, scelse quel bene da salvare, nonch il suo Ascanio.
 (Ovidio, Metamorfosi XIII, 624-627)
E la moglie Creusa? Che Enea avesse abbandonato Creusa al suo destino  sempre stato sottaciuto dai poeti. Da quanto abbiamo avuto modo di capire, Enea, prima di prendere il largo, avrebbe detto alla moglie:
O Creusa, ho gi addosso pap, Ascanio e i Penati. Almeno tu fammi 'sta cortesia: arrangiati!
E Creusa fece una brutta fine: per quanto corresse, rest indietro e venne inghiottita dalle fiamme. Che poi Enea fosse tornato indietro a cercarla (ce lo assicura un certo Libanio Sofista) secondo noi  tutto da dimostrare.
Qui ora ci corre l'obbligo di riferire una diceria: in una curiosa versione sulle cause che portarono alla distruzione di Troia, dovuta a Darete Frigio, si sostiene che non sarebbe mai esistito il famoso cavallo di legno, ma che Enea, d'accordo con Antenore, un troiano di dichiarate simpatie achee, avrebbe consegnato ai nemici le chiavi della citt in cambio della vita. Niente cavallo di legno, quindi, niente armati nascosti nel suo ventre, bens solo un mazzo di chiavi per aprire una delle porte di Troia, chiamata per l'appunto Porta Cavallo a causa di un bassorilievo scolpito sull'arcata.
 Se i Troiani avessero consegnato la loro citt, i Greci avrebbero mantenuto la parola data, salvando la vita e gli averi ad Antenore, Enea, Ucalegone, Polidamante, Dolone e similmente ai loro figliuoli, alle mogli, ai parenti e agli amici.
 (Darete Frigio, Excidium Troiae 1176)
Sempre secondo questa diceria, fu stabilito che i capi greci, durante la notte,
 si accostassero alla porta Scea, che aveva di fuori scolpita una testa di cavallo, e quivi aspettassero; Antenore e Anchise, appostatisi di guardia, avrebbero aperto la porta all'esercito, e come segnale avrebbero mostrato loro un lume.
 (Darete Frigio, op. cit. 1184)
Per il resto, la versione  in tutto simile a quella tradizionale: l'irruzione degli Achei, il saccheggio della citt, le stragi e l'incendio.
Scappando da Troia, Enea esce dai confini della mitologia greca ed entra in quella romana. A fare da intermezzo, tra l'una e l'altra mitologia, l'incontro con Didone che  forse la pi celebre e commovente storia d'amore del periodo classico. Per rendersene conto, basta leggere il quarto libro dell'Eneide.
Enea nel suo peregrinare per il Mediterraneo finisce a Cartagine. Qui si invaghisce della regina Didone, che a sua volta si innamora di lui. Tutto va per il meglio finch l'eroe, sempre per ubbidire alla volont degli Dei, decide di ripartire. A nulla servono le implorazioni dell'amante.
 Sei deciso a partire lo stesso, ad abbandonare Didone infelice, e gli stessi venti porteranno via le tue navi e le tue promesse? Sei deciso, o Enea, a sciogliere le navi e insieme i tuoi patti, per correre dietro ai regni d'Italia, che non sai dove sono? Non ti attira Cartagine appena fondata, n le sue mura che crescono, n la sovranit affidata al tuo scettro? Tu fuggi ci che  gi fatto e insegui ci che  ancora da farsi: (...) un altro amore, immagino, ti attende, e un'altra Didone; dovrai fare altre promesse, da poter nuovamente tradire.
 (Ovidio, Heroides VII, 7 sgg.)
Vedendolo irremovibile, la regina decide di uccidersi:
 e sopra una pira, eretta col pretesto di un sacrificio, ella giacque colpendosi con un pugnale.
 (Ovidio, op. cit.)
A questo punto tutti si commuovono, eccetto Dante che nella Divina Commedia la sprofonda nel cerchio dei peccatori carnali, con la scusa che non era rimasta fedele alla memoria del marito defunto:
 l'altra  colei che s'ancise amorosa,
 e ruppe fede al cener di Sicheo (...)
 (Dante, Inferno V, 61-62)
Scaricata di brutto Didone, Enea sbarca in Italia, a Cuma, dove incontra la Sibilla, che lo invita a farsi un giretto per l'Oltretomba. Cos pu rincontrare il padre Anchise che gli predice un glorioso avvenire:
 Ora qui ti mostrer soggiunse Anchise quanta sar nei secoli futuri la gloria nostra: quanti e quali nipoti nasceranno dalla stirpe dei Drdani e quante anime illustri, sangue del mio sangue, sorgeranno in Italia. Potrai cos conoscere quali saranno le tue fortune e quale il tuo Fato.
 (Virgilio, Eneide VI, 1135-1141)
E gi una sfilza di nomi, da Romolo all'imperatore Augusto, fino alla celebre ammonizione:
 Voi, o Romani, governate il mondo con l'autorit delle armi, e le vostre arti siano l'essere giusti in pace e invincibili in guerra, perdonare gli umili e sconfiggere i superbi.
 (Virgilio, loc. cit.)
XIV

Memnone
Facciamo un piccolo passo indietro e torniamo sul campo di battaglia. Superato lo choc della morte di Ettore, i Troiani organizzarono la resistenza chiamando in aiuto le truppe alleate, tra cui un considerevole contingente di Etiopi guidato dal re Memnone. Questo Memnone era un eroe giovane e bellissimo (alcuni autori lo indicano addirittura come l'uomo pi bello del mondo), con gli occhi azzurri e la carnagione nera come la pece. Era figlio di Eos, la dea dell'Aurora, e di un fratello di Priamo, Titono. Diodoro Siculo ci fornisce dati precisi sul suo esercito:
 Si racconta che Memnone port soccorso ai Troiani con ventimila fanti e duecento carri.
 (Diodoro Siculo, Biblioteca storica 2, 22)
Ditti Cretese aggiunge che, all'arrivo dei rinforzi,
 intorno alla citt, per quanto lontano poteva spaziare lo sguardo, si vedeva tutta la pianura piena di uomini, di cavalli e di insegne, che il re, attraverso le alture del Caucaso, aveva condotto fino a Troia.
 (Ditti Cretese, Bellum Troianum IV, 5)
Alla vista di un simile spiegamento di uomini e di mezzi, persino Priamo torn a sperare nella vittoria. Tra l'altro, suo nipote Memnone aveva fama di essere un eroe di grande valore, e il vecchio re in cuor suo si augurava che potesse addirittura colmare il vuoto lasciato da Ettore. Memnone intanto marciava alla testa del battaglione vestito di una lucente armatura confezionatagli appositamente da Efesto, il fabbro divino che abbiamo gi incontrato in qualit di fornitore ufficiale delle armi di Achille. Tutta la popolazione gli corse incontro festosa:
 La folla dei Troiani lo circondava, guardandolo col cuore pieno di gioia; come i marinai che, dopo una spaventosa tempesta, giunti ormai allo stremo delle forze, rivedessero nel cielo azzurro la luce volubile dell'Orsa Maggiore.
 (Quinto Smirneo, Posthomerica 2, 100 sgg.)
Le speranze dei Troiani non andarono deluse. Memnone infatti dimostr subito di essere uno che sapeva menare le mani.  ancora Ditti Cretese a informarci in proposito:
 Raccolti gli uomini pi valorosi del suo esercito, salt col suo carro in mezzo alla mischia dei Greci ammazzando e mettendo in fuga chiunque gli si faceva incontro.
 (Ditti Cretese, op. cit.)
In effetti, il figlio dell'Aurora non sbagliava un colpo e faceva fuori un greco dopo l'altro, senza un attimo di tregua. Tra i numerosi avversari che tentarono di fermarlo si fece avanti Antiloco, giovane e promettente figlio di Nestore, accorso a proteggere il vecchio padre dalla furia dell'eroe:
Lascia stare mio padre! intim a Memnone. Fatti sotto, vigliacco: t'insegno io ad aggredire i vecchi e i deboli!
E, cos dicendo, gli scagli addosso una grossa pietra con l'unico risultato di raddoppiargli la rabbia che aveva in corpo. Memnone, infatti, gli si avvent contro e lo fulmin con un solo colpo di lancia.
 Per quanto prode si fosse dimostrato il figlio di Nestore, Memnone lo colp al di sopra del petto e gli conficc la solida lancia nel cuore, nel luogo dove la morte giunge pi rapida all'uomo.
 (Quinto Smirneo, op. cit. 2, 257 sgg.)
And avanti cos per tutta la giornata, fino a quando le prime ombre della sera fecero sospendere le ostilit. Per gli Achei fu una fortuna, poich lo scatenato etiope gi si accingeva ad attaccare la flotta:
 Se la notte, rifugio degli stanchi, non fosse sopraggiunta, quello stesso giorno le navi greche sarebbero state tutte bruciate e distrutte: tanto era il valore e l'abilit di Memnone nel combattere.
 (Ditti Cretese, loc. cit.)
La notte porta consiglio, e i capi greci, sbigottiti dall'imprevisto exploit del nuovo arrivato, dopo avere sepolto i soldati da lui uccisi, si riunirono in seduta straordinaria, stabilendo che l'indomani stesso il Grande Aiace avrebbe sfidato a duello Memnone.
Il mattino successivo infatti, di buon'ora, i due eroi si scontrarono in un violentissimo corpo a corpo; ma proprio mentre se le stavano dando di santa ragione, la dea Teti si precipit alla ricerca di Achille per informarlo della morte di Antiloco:
Figlio mio, che fai l in disparte? Perch ti sottrai alla battaglia? Forse non hai saputo la triste notizia?
Di che notizia parli, madre mia? domand Achille, ignaro.
Dico del figlio di Nestore; il forte e coraggioso Antiloco, a te caro come un fratello,  stato ucciso da quel capitano negro, figlio di Eos!
A quelle parole Achille scoppi in lacrime (bisogna sapere infatti che, dopo la morte di Patroclo, proprio Antiloco era diventato il suo amico prediletto).
Accecato dalla disperazione e dal desiderio di vendetta, Achille corse al campo di battaglia, e mentre si faceva largo tra la folla che assisteva al duello, url:
Fatti da parte, Aiace! E tu, esecrabile Memnone, ora dovrai vedertela con me: ti far pentire di avere ucciso Antiloco!
 Cos dicendo, sguain la sua lunga spada; Memnone fece altrettanto. Immediatamente i due si precipitarono l'uno sull'altro. Il cuore traboccante di orgoglio, essi moltiplicavano i colpi sui loro scudi forgiati da Efesto con la sua arte immortale, ogni volta che si lanciavano all'assalto; si urtavano i cimieri, l'elmo cozzava contro l'elmo. Zeus, cui erano entrambi ugualmente cari, aveva dato loro un vigore immenso, li aveva resi fortissimi e invincibili; non si sarebbero detti uomini, ma Dei. Rideva la Discordia nel guardarli.
 (Quinto Smirneo, op. cit. 2, 452)
Dopo una lotta furibonda, il figlio di Teti riusc a colpire a morte l'avversario:
 Con la lancia gli trapass la gola, proprio nell'istante in cui non era protetta dallo scudo.
 (Ditti Cretese, op. cit.)
La morte di Memnone rese inconsolabile la povera Eos (la Dea Aurora), che da quel giorno non smise mai pi di piangere il figlio perduto. Alcuni infatti sostengono che le gocce di rugiada mattutina altro non sono che le sue lacrime. Il poeta Ovidio, nelle Metamorfosi, riferisce la commovente supplica che Eos rivolse al Padre degli Dei perch concedesse a Memnone gli onori funebri degni del figlio di una Dea:
 Pur minore fra tutte le Dee che l'etere dorato regge - infatti in tutto il mondo sono pochissimi i templi a me consacrati -, tuttavia (...) io vengo a te, privata del mio figlio Memnone, che valide armi invano rivest in favore del proprio zio e che cadde nella prima giovinezza - cos voi voleste - per mano del forte Achille. Concedi, ti prego, a lui, un qualche onore, compenso per la morte, o sommo reggitore degli Dei, e rendi lievi le ferite di una madre.
 (Ovidio, Metamorfosi XIII, 587 sgg.)
Zeus, mosso a compassione, l'ascolt e mut in uccelli le numerosissime donne che erano venute a piangere il bellissimo eroe. Si racconta, inoltre, che siccome gli Etiopi usavano bruciare sul rogo i loro cadaveri, questi strani uccelli, simili alle beccacce, chiamati memnonidi, dopo aver girato tre volte intorno al corpo del defunto si tuffarono uno alla volta nel fuoco. Si dice anche che, da allora, questa singolare cerimonia funebre si rinnovi ogni anno.
XV

Elena
Dopo aver passato in rassegna i principali eroi impegnati nella guerra,  tempo ormai di conoscere i personaggi femminili, che in questa vicenda ebbero un ruolo non meno importante degli uomini.
Il ruolo di protagonista spetta naturalmente a Elena. Sulla sua nascita si raccontano le storie pi fantastiche: c' chi dice che sia sbucata da un uovo d'argento che, caduto dalla luna nel mare, venne sospinto a riva dai pesci e infine dischiuso dalle colombe; altri invece sostengono che sia figlia di Zeus.
Secondo questa versione, Zeus, per sedurre Nemesi diventata oca, si tramut in cigno. Ne nacque un uovo, che in seguito sarebbe stato deposto da Ermes tra le cosce di Leda, moglie di Tindaro, mentre un giorno stava seduta a tavola con le gambe un tantino aperte. Altri ancora giurano che Zeus, sempre travestito da cigno, avrebbe fecondato direttamente Leda.
Comunque siano andate le cose, un fatto  certo, e cio che Elena era la donna pi bella del mondo. Sulle sue responsabilit nella guerra di Troia esistono, diciamo cos, due scuole di pensiero: gli innocentisti e i colpevolisti. In pratica, la domanda che divide poeti e scrittori  questa: Elena fu una svergognata, oppure una vittima degli Dei?
Che non fosse esattamente un modello di castit e di virt domestiche lo si sar capito; tuttavia  anche vero che, proprio per la sua eccezionale bellezza, spesso andava incontro a spiacevoli incidenti. Per esempio, sembrava che il suo destino fosse quello di essere rapita: la prima volta le capit quand'era ancora una bambina. Lei stessa racconta, nel Faust di Goethe:
 Ero un'agile gazzella di dieci anni quando venni rapita da Teseo...
 (W. Goethe, Faust, parte II, atto III)
E Diodoro Siculo conferma l'episodio precisando che fu un amico di Teseo, Piritoo, a lanciare la proposta:
 (Piritoo) persuase Teseo a rapire Elena, figlia di Leda e di Zeus, che aveva l'et di dieci anni e superava tutte per bellezza. Giunti a Sparta con numerosi uomini, cogliendo l'occasione favorevole, rapirono insieme Elena e la condussero ad Atene.
 (Diodoro Siculo, Biblioteca storica IV, 63)
Sembra che per decidere chi dei due dovesse sposarla, Teseo e Piritoo se la giocassero ai dadi. Vinse Teseo, il quale condusse Elena ad Afidna, citt dell'Attica, dove la nascose per paura che i suoi due fratelli, i Dioscuri, venissero a cercarla. Cosa che infatti accadde puntualmente.
 I Dioscuri fecero una spedizione ad Afidna, conquistarono la citt e la distrussero dalle fondamenta: Elena, che era ancora vergine, la riportarono a Sparta, e con lei la madre di Teseo, come schiava.
 (Diodoro Siculo, op. cit.)
Secondo altre fonti risulterebbe che Elena, quando torn a Sparta, non solo non fosse pi vergine, ma che avesse pure avuto una figlia, Ifigenia, in seguito attribuita alla sorella Clitennestra per ragioni di opportunit politica: come avrebbe potuto infatti Tindaro maritare una figlia disonorata con il migliore partito di tutta la Grecia?
Se  certo che Teseo abbia preso Elena con la forza, forti dubbi restano sul secondo rapimento, quello organizzato da Paride. Alcuni autori, tra cui Euripide, ritengono che, al momento del ratto, Elena fosse incapace d'intendere e di volere, in quanto sotto il dominio di Afrodite. Nelle Troiane, infatti, lei stessa si difende dalle accuse di adulterio rivoltegli da Menelao:
 Paride giunse a Sparta con Afrodite, dea potente, al suo fianco; e tu, stolto, lasciando in casa tua un uomo simile te ne partisti alla volta di Creta. Cosa mai pensavo dentro di me quando seguii lo straniero e abbandonai la patria e la mia casa? Certo ero smarrita. Tenta di resistere tu a una dea, di superare Zeus che regna sui potenti numi, ma  anch'egli schiavo di Afrodite!
 (Euripide, Troiane)
La tesi pi diffusa ritiene, per, che Elena sia stata consenziente, se non addirittura la mente organizzatrice del rapimento. E dal momento che Elena se ne part da Sparta portandosi dietro cinque schiave e due muli carichi di tutta l'argenteria di casa, qualche dubbio  pure legittimo averlo.
Al suo arrivo a Troia, Elena ricevette un'ottima accoglienza: tutti gli uomini della citt rimasero colpiti dalla sua bellezza, e molti se ne innamorarono a prima vista. Le cose per cambiarono da un giorno all'altro non appena scoppi la guerra contro gli Achei: il popolo troiano vedeva in lei la causa principale di quel che stava succedendo e cominci a odiarla. I pi malevoli misero in giro la voce che Elena, invece di prestare aiuto ai feriti, come avrebbe dovuto fare se fosse stata una moglie per bene, passasse tutto il santo giorno in camera da letto a farsi fare massaggi dalle ancelle per essere pi desiderabile durante gli amplessi notturni.
Alla morte di Paride, poi, commise una nuova gaffe, risposandosi a distanza di pochi giorni con un altro dei figli di Priamo, Deifobo. Non sembra che ne fosse innamorata: anzi cominciava gi a pentirsi di avere abbandonato Menelao e pensava a come avrebbe potuto farsi perdonare da lui.
L'occasione le si present quando l'astuto Ulisse penetr furtivamente a Troia per rubare la statua del Palladio. Sebbene l'eroe, oltre a travestirsi da mendicante, si fosse fatto anche riempire di cazzotti da Diomede, per essere irriconoscibile, lei lo riconobbe ugualmente.  lei stessa a raccontarcelo:
 Cos malridotto per i colpi ricevuti; con le spalle coperte da un vile mantello, simile a un servo, (Ulisse) penetr nella citt dei nemici. Lo ignorarono tutti; io sola lo riconobbi, pur conciato a quel modo, e gli feci domande, che egli schiv con astuzia. Ma quando lo lavai e lo unsi con olio, lo avvolsi nelle vesti e pronunziai un giuramento potente, che nulla avrei rivelato ai Troiani, allora mi espose il piano degli Achei per intero.
 (Omero, Odissea IV, 244 sgg.)
Molto probabilmente Ulisse le rivel anche il piano del cavallo di legno, giacch la notte fatale in cui venne introdotto nella citt fu proprio lei ad accendere le fiaccole per dare ai Greci il segnale di via libera. Ma le donne, si sa, sono volubili per natura, ed Elena non perse l'occasione di giocare ai suoi uno scherzo di pessimo gusto. Accompagnata da Deifobo si avvicin al cavallo, e mentre lo accarezzava provoc crudelmente gli eroi che vi stavano nascosti, imitando le voci delle loro mogli. E di nuovo Menelao a rinfacciarglielo;
 Tu allora venisti l: deve averti incitata un dio, che voleva dare gloria ai Troiani; e mentre ti avvicinavi ti seguiva Deifobo. Tre volte girasti, tastandolo, intorno al cavo animale, e chiamavi per nome i migliori Achei, imitando la voce delle mogli di tutti i soldati: e io e Diomede e il glorioso Ulisse, sentendo come gridavi, balzammo smaniosi di uscire o di rispondere senza indugio da dentro; ma Ulisse l'imped e ci trattenne, per quanto bramosi.
 (Omero, op. cit.)
Questo  sadismo bello e buono! Provate a mettervi nei panni di quei poveri soldati, pressati come sardine dentro la pancia del cavallo, e immaginate di sentire vostra moglie, che non vedete da dieci anni, che vi invita a uscire per fare l'amore con toni languidi! Sar, forse, pure per questo che Menelao, pazzo di rabbia, una volta passato a fil di spada Deifobo, stette l l per uccidere anche lei.
Ma anche in questa circostanza, come sappiamo, Elena se la cav benissimo, tanto  vero che Euripide non se la prende con lei ma con il troppo succube Menelao.
 Le  bastato mostrarti un poco il seno e tu hai subito gettato via la spada, ti sei lasciato baciare, ti sei messo a scodinzolare davanti a quella cagna traditrice, cedendo alle solite lusinghe di Afrodite. Vigliacco!
 (Euripide, Andromaca 629 sgg.)
XVI

Polissena
 Polissena era alta, bella, con la pelle candida e il collo lungo e sottile, gli occhi ridenti e i capelli biondi; aveva le membra degnamente proporzionate, le dita lunghe, le gambe dritte e i piedi aggraziati. Il suo animo era semplice, cortese e generoso, e in bellezza superava tutte le altre.
 (Darete Frigio, Excidium Troiae)
La prima volta che Achille vide Polissena, la pi giovane delle figlie di Priamo ed Ecuba, fu in una giornata d'inverno: la bellissima fanciulla si era recata al tempio di Apollo Timbreo, situato appena fuori dalle mura di Troia, per celebrare un sacrificio in onore del Dio. Insieme a lei c'erano la madre e alcune donne della citt:
 Erano quivi venute con Ecuba altre donne, tra le quali le mogli dei suoi figli maggiori e le due figlie, Cassandra sacerdotessa di Apollo e Polissena, che portava gli oggetti sacri.
 (Ditti Cretese, Bellum Troianum 151, 1-3)
Per il figlio di Teti, che appostato dietro un albero osservava la scena, fu il classico colpo di fulmine:
 Achille, volgendo a caso gli occhi verso Polissena, s'innamor della di lei bellezza, tanto che, sentendo crescere dentro di s il desiderio e non potendo acquietare il suo animo turbato, dovette tornare in gran fretta alle navi.
 (Ditti Cretese, op. cit.)
Bisogna sapere per che qualche mese prima, in quello stesso tempio, Achille aveva compiuto un delitto al quale la stessa Polissena aveva assistito senza essere vista. Vittima suo fratello Troilo. L'eroe si era invaghito del ragazzo al punto da inseguirlo fin dentro il santuario.
Achille era una furia scatenata non solo in guerra ma anche in amore, e difatti, accecato dal raptus erotico, e incurante di trovarsi in un luogo sacro, aveva abbracciato il ragazzino con tale foga e tale ardore, da stritolargli il torace. Polissena, nascosta dietro la statua del Dio, aveva visto tutto, e da quel giorno il suo viso si era fatto triste e cupo. Tutti, naturalmente, ritenevano che il motivo di quel dolore fosse la perdita del fratello prediletto, a eccezione di Ecuba, la quale, una notte, aveva udito sua figlia sospirare tra i singhiozzi:
Consegnatemi ad Achille: voglio essere la sua schiava!
Eros le ha capovolto il cuore si lament Ecuba, ritenendo, a giusta ragione, che la figlia si fosse innamorata dell'eroe.
Achille e la fanciulla non si rividero pi fino al giorno in cui, morto Ettore, Priamo si rec al campo greco per ottenere la restituzione del corpo. E avendo Achille chiesto in cambio un uguale peso d'oro, venne installata sotto le mura di Troia un'enorme bilancia. Su uno dei piatti fu adagiato il cadavere di Ettore e sull'altro tutti i Troiani, uno dopo l'altro, sfilarono per deporre oro e argento nel vano tentativo di raggiungere il peso pattuito. Ultima della fila, anche Polissena fece cadere nel piatto un paio di collanine e tre braccialetti; poi, accorgendosi che tutto l'oro di Troia non ce l'avrebbe fatta a riscattare il fratello, si sdrai lei stessa sul piatto tra lo stupore generale.
Achille, a cui era bastato vederla per un attimo per sentirsi nuovamente ardere di passione, sollev una mano e, rivolto verso Priamo, disse:
O nobile re, per me sta bene: se mi concedi la mano di tua figlia, puoi anche riprenderti il corpo di Ettore, senza che venga aggiunto altro oro.
E Priamo rispose:
Tu mostri di conoscere i sentimenti di un padre, o figlio di Teti. Io, anche se a malincuore, ti dar la mano di Polissena, a patto per che la tratti come si conviene a una fanciulla di sangue reale.
Achille diede la sua parola, caric l'oro, l'argento e la ragazza sul proprio carro e fece ritorno al campo acheo.
I due divennero amanti, e siccome non c' niente che un uomo innamorato possa nascondere alla propria donna, prima o poi, incautamente, rivel a Polissena il segreto del suo tallone. In capo a una settimana, la fanciulla pretese di essere sposata, come peraltro Achille aveva promesso a suo padre. Non solo, ma volle che la cerimonia si celebrasse proprio l nel tempio di Apollo Timbreo, l dove, a suo dire, era sbocciato l'amore. Dopodich,
 chiamato a s Paride, lo esort alla vendetta, e ord un inganno che potesse, senza dare sospetti, togliere la vita ad Achille.
 (Darete Frigio, Excidium Troiae)
Il giorno delle nozze, al mattino presto, Achille si rec al santuario. Era solo e non appena vide la sposa le and incontro per abbracciarla. Lei, allora, lo prese teneramente per una mano e lo condusse all'altare. Qui lo baci con passione e fece in modo che il marito desse le spalle alla statua del Dio. A questo punto, da dietro l'altare sbuc rapido Paride, che, con una freccia avvelenata lo colp nel tallone, trapassandolo da parte a parte.
Achille stramazz al suolo come fulminato e Polissena gli salt addosso per gridargli in faccia tutto l'odio che nutriva per lui:
O uomo stupido e presuntuoso, come hai potuto mai pensare che davvero mi fossi innamorata di te! Se ho avuto lo stomaco di entrare nel tuo talamo,  stato solo per carpirti il segreto del tallone e per farti poi ammazzare come un cane. E ora muori, carogna, come hai fatto morire mio fratello Troilo, l'unico essere al mondo che abbia veramente amato!
La guerra, comunque, era terminata. I Greci vincitori si erano spartiti il bottino e ognuno dei capi aveva preteso per s una schiava di sangue reale. Ulisse si era preso Ecuba, Agamennone Cassandra e Neottolemo Andromaca. Si dice anche che una notte, proprio mentre fervevano i preparativi per il ritorno,
 da un vasto baratro del suolo usc Achille, in atteggiamento minaccioso. L'eroe disse: O Achei, voi dunque partite senza ricordarvi di me? La riconoscenza per il mio valore  stata sepolta insieme al mio corpo. Che questo non accada, e perch il mio sepolcro non resti senza onore, che venga sacrificata Polissena in modo da placare l'inquieta ombra di Achille!.
 (Ovidio, Metamorfosi XIII, 442 sgg.)
I Greci guardarono atterriti il fantasma, che prima di sparire concluse il suo discorso con una minaccia:
 Io sono in collera con voi, pi che un tempo per Briseide. Motivo per cui sconvolger l'onda del mare, accumuler tempeste su tempeste, e far in modo che, sfiniti per la vostra stolta pazzia, voi dobbiate restare qui inchiodati ancora a lungo.
 (Quinto Smirneo, Posthomerica XIV, 214 sgg.)
I soldati ubbidirono: il giorno dopo Polissena fu prelevata dal recinto delle schiave e trascinata per i capelli sulla tomba di Achille. La povera giovane, quando vide Neottolemo che apprestandosi a compiere il sacrificio impugnava la spada, disse:
 Disponi ormai del mio nobile sangue; non avere ritegno: affonda il ferro nella mia gola o nel mio petto. Di certo io, Polissena, non riuscirei a essere schiava di nessuno. (...) Vorrei soltanto che la mia morte potesse essere nascosta alla madre: questo pensiero riduce la gioia della mia uccisione, anche se non la mia morte, bens la sua vita ella dovrebbe piangere. E voi, affinch io possa scendere libera alle ombre dello Stige, allontanatevi, e fate che le vostre mani di uomini non tocchino una vergine.
 (Ovidio, op. cit.)
Nel pronunciare queste parole, Polissena si stracci la veste, scoprendosi il seno bello come quello di una statua. Neottolemo esit per un attimo, vinto dalla piet; poi la colp alla gola, facendone sgorgare fiotti di sangue.
 E lei, morendo, si preoccup di cadere composta, celando ci che alla vista degli uomini andava celato. Quando emise l'ultimo respiro, gli Achei si dettero da fare per coprirne il cadavere di fiori e di foglie, e trascinarono grandi tronchi di pino per apprestarne il rogo.
 (Euripide, Ecuba 540 sgg.)
Placata l'ira del fantasma di Achille, col vento favorevole i Greci salirono sulle navi e iniziarono il viaggio di ritorno.
XVII

Pentesilea
Pentesilea, figlia di Ares, aveva addosso una terribile maledizione: quella di essere violentata a vista. Pare infatti che ancora adolescente avesse offeso, non si sa bene come, la dea Afrodite, e che costei, per vendetta, l'avesse condannata a subire lo stupro continuo: non appena un uomo la guardava, anche per un solo secondo, non poteva fare a meno di possederla. Ora, mettiamoci nei panni di questa poverina: non faceva in tempo a mettere il naso fuori di casa che veniva aggredita dal primo passante maschio! Decisa a mettere fine a questo fastidioso inconveniente, la fanciulla fece di necessit virt, e si mun di un'armatura robustissima che la ricopriva dalla testa ai piedi, in modo da sottrarsi alla vista degli estranei. Eletta regina delle Amazzoni (probabilmente anche a causa di questo suo aspetto marziale), nel giro di pochi anni divenne la donna pi forte e pi coraggiosa del mondo greco.
Per quanto riguarda le Amazzoni,  bene chiarire che queste femmine guerriere esistettero davvero. Nel mondo antico, infatti, le forze armate in versione femminile non erano affatto una rarit, anche perch, ogniqualvolta i maschi di una citt venivano passati per le armi, erano le donne a dover difendere i superstiti da ulteriori attacchi nemici. Le giovani indossavano le armi dei mariti e dei fratelli uccisi e si addestravano alla lotta. Amazzoni famose furono Ippolita, Antiope, Efesia, Melpodia, Mirina e Ipsipile. La loro terra d'origine era il Caucaso, o, secondo altri, la Tracia. Come divinit, ovviamente, preferivano Artemide, anche se si professavano tutte figlie di Ares. Di loro si dice che si accoppiassero con gli schiavi, che uccidessero i neonati di sesso maschile, che usassero tagliarsi la mammella destra per meglio tendere l'arco e che in battaglia montassero i cavalli sul dorso, abitudine questa completamente sconosciuta agli Achei dato che i cavalli di quei tempi erano piuttosto piccoli e venivano usati solo per trainare i carri.
Guidato da Pentesilea, l'esercito delle Amazzoni comparve all'improvviso sulla piana di Troia. Priamo, subito dopo la morte di Ettore, lo aveva convocato per meglio resistere alle forze achee. In groppa ai loro destrieri, e viste da lontano, le Amazzoni sembrarono donne centauro, cosa che in un primo momento semin il panico tra le file dei Greci. Man mano per che si avvicinavano, l'equivoco fu chiarito, e Achille, che come al solito non si era impressionato pi di tanto, si fiond a testa bassa sulla loro regina. Lo scontro, a sentire Quinto Smirneo, fu violentissimo; Achille, con un primo colpo di lancia,
 fer la guerriera Pentesilea al di sopra del seno destro. Il nero sangue di lei sgorg a fiotti; di colpo le forze la abbandonarono, la sua grande ascia le scivol di mano, la notte oscur i suoi occhi e il dolore le scese fino al cuore.
 (Quinto Smirneo, Posthomerica I, 594 sgg.)
Resosi conto che respirava ancora, il Pelide cerc di tirarla gi dalla sella. Ma poich l'amazzone tent ancora di aggredirlo, perse la pazienza e la colp di nuovo, questa volta infilzandola, con un sol colpo di lancia, insieme al cavallo.
 Ella croll di schianto nella polvere, per poi finire tra le braccia della morte, e si accasci con pudore al suolo, (...) china sul ventre, il petto ancora palpitante intorno all'asta; e giacque sopra il cavallo morto.
 (Quinto Smirneo, op. cit.)
Secondo la prassi, Achille per prima cosa la spogli delle armi. Non appena, per, le tolse l'elmo e ne vide il viso, rimase a bocca aperta davanti a tanta bellezza.
 Pentesilea giaceva nel sangue e nella polvere, e disvelava, sotto l'arco grazioso delle sopracciglia, il viso bellissimo, a cui neppure la morte aveva saputo togliere tutto lo splendore.
 (Quinto Smirneo, op. cit.)
Guardarla e violentarla fu un tutt'uno. La maledizione di Afrodite non conosceva ostacoli: cadavere o non cadavere, Pentesilea doveva essere sua! Ebbene, sar stato pure per colpa di questo episodio di necrofilia, certo  che Dante Alighieri, invece di mettere Achille tra i violenti, come avrebbe largamente meritato, lo scaraventa in quello dei lussuriosi, unitamente a Cleopatra, Elena, Paride, Tristano e altri personaggi dalla copula facile. A indicarglielo  Virgilio in persona:
 ...e vedi 'l grande Achille,
 che con amore al fine combatteo.
 (Dante, Inferno V, 65-66)
Secondo un'altra versione, invece,  Pentesilea a vincere il duello e a fare prigioniero Achille, salvo poi liberarlo dopo averlo fatto innamorare.
 PENTESILEA O Pelide, ti faccio dono della libert: potrai poggiare il tuo piede in mezzo a un esercito di donne, giacch un'altra catena ho intenzione di gettarti intorno al cuore, leggera come i fiori e pi forte del bronzo, che ti legher a me per sempre!
 (Heinrich von Kleist, Pentesilea, sec. XV)
Lo stupro perpetrato da Achille su un cadavere ebbe un testimone particolarmente sgradevole: lo storpio Tersite, il guerriero acheo che gi in altre occasioni si era messo in luce per la sua petulanza.
 Tersite era l'uomo pi brutto che fosse venuto a Troia: era storto, zoppo di un piede, e aveva le spalle curve ripiegate sul petto e la testa a punta coperta da una rada peluria.
 (Omero, Iliade II, 216 sgg.)
Ora, un tipo simile non poteva lasciarsi sfuggire un'occasione cos ghiotta, e difatti cominci subito a prendere in giro il Pelide.
O figlio di Peleo, commenta ridacchiando migliori di giorno in giorno: adesso, non solo godi a uccidere gli uomini, profittando della tua invulnerabilit, ma violenti anche le donne che, poverine, sono gi entrate nel regno di Ade!
Non l'avesse mai detto! Fremente d'ira, Achille non gli dette quasi il tempo di terminare la frase:
 ...gli assest all'istante un gran pugno tra l'orecchio e la mascella, e in un sol colpo gli fece cadere tutti i denti. Il meschino croll a sua volta a terra, a testa in gi, mentre il sangue gli sgorgava a fiotti dalle gengive. Dopodich l'anima del vigliacco fugg dalle membra, e lo lasci al suolo senza vita.
 (Quinto Smirneo, op. cit. I, 741 sgg.)
XVIII

Il cavallo di legno
Gli Achei erano arcistufi di combattere una guerra che sembrava senza fine; ormai erano passati dieci anni dal giorno in cui avevano lasciato la patria. In tutto l'esercito serpeggiava lo scontento e alcuni soldati minacciarono di ammutinarsi:
Basta, dicevano lo sanno tutti che senza Achille non riusciremo mai a espugnare Troia. A questo punto, perch restare? Molti hanno gi perso la vita, e anche noi corriamo il rischio di morire inutilmente. A casa abbiamo mogli e figli che ci aspettano da cos tanto tempo che chiss se ci riconosceranno quando torneremo a casa!
Occorreva decidere il da farsi e Agamennone non sapeva che pesci pigliare. Ulisse allora, resosi conto che non era possibile espugnare la citt con la forza, pens di ricorrere all'astuzia.
Costruiamo un cavallo di legno propose cos grande da poter contenere nel suo ventre una decina di soldati; poi lo abbandoneremo sulla spiaggia, come se si trattasse di un dono propiziatorio per la Dea Atena. Faremo finta di partire. Bruceremo le tende e spingeremo al largo le navi. I Troiani si convinceranno che ce ne siamo andati e porteranno il cavallo dentro le mura. A quel punto, per i guerrieri nascosti nel cavallo, sar un gioco da ragazzi aprire le porte della citt alle nostre truppe, che nel frattempo si saranno avvicinate col favore delle tenebre.
Ma come fai a essere cos sicuro che i Troiani porteranno il cavallo dentro la citt? chiese Agamennone, alquanto dubbioso.
Lo costruiremo pi grande delle porte, rispose il pi furbo di tutti gli eroi e metteremo in giro la voce che lo abbiamo fatto cos alto proprio per impedire che loro se lo portassero dentro le mura.
E allora? chiese ancora Agamennone, che in fatto di astuzie era un po' ritardato.
E allora accadr che i Troiani, proprio perch il cavallo  pi alto delle porte, faranno di tutto per farlo entrare, magari rompendo le mura.
Agamennone lo stesso non cap, ma decise di lasciare mano libera a Ulisse, tanto pens io, l dentro al cavallo, non ci metto piede manco morto.
Il progetto venne affidato a Epeo, un soldato codardo, ma in compenso molto abile nei lavori di falegnameria. Sul numero degli uomini che entrarono nel colosso c' molta discordanza tra gli autori: per alcuni erano ventitr, per altri trenta, per altri ancora tremila, il che, francamente, ci sembra eccessivo. Di sicuro c'erano Menelao, Diomede, Ulisse, Neottolemo ed Epeo. Quest'ultimo vi fu ficcato dentro a viva forza (a suon di pedate) perch aveva paura. Ulisse nel frattempo, per completare il piano, aveva istruito un suo cugino, un certo Sinone, affinch, rimasto a terra, fingesse di essere un disertore acheo abbandonato sul suolo nemico.
Quando le sentinelle troiane videro il mare sgombro di navi, e sulla spiaggia un enorme cavallo, corsero subito ad avvisare Priamo. Nel giro di pochi minuti centinaia di persone si assieparono intorno allo strano oggetto: era la cosa pi bella che avessero mai visto in vita loro. Su un fianco campeggiava la scritta: Gli Achei dedicano questa offerta ad Atena perch li protegga sulla strada del ritorno (Igino, Fabulae 108).
Non tutti i Troiani per erano d'accordo su cosa farne:
 un dono ad Atena diceva qualcuno. Portiamolo dentro le mura e la Dea ce ne sar grata.
Nient'affatto replicava un altro. Atena ci  sempre stata nemica. Fino a oggi ci ha portato solo disgrazie. La mia proposta  di sfasciarlo qui sulla spiaggia e poi darlo alle fiamme!
Alla fine fu Priamo a prendere una decisione.
Non possiamo commettere un sacrilegio contro la Dea, altrimenti chiss a quali nuove sventure andremo incontro. Ordino, pertanto, che la statua venga issata sulla rocca!
Proprio in quel momento giunse Cassandra. La fanciulla, non appena vide il cavallo, cominci a strillare come un'ossessa:
Padre mio, ti supplico, distruggi quell'orrenda bestia prima che faccia scempio dei Troiani! Vedo nel suo ventre migliaia di uomini armati, e altri ancora ne verranno, pronti a uccidere gli uomini, a violentare le donne e a sgozzare i bambini! In nome degli Dei, non permettere che abbia luogo questo immane massacro! Vedo intorno a me un lago di sangue!
Cassandra, pur dicendo la verit, come al solito aveva esagerato nei toni, e nessuno le bad pi di tanto. Ma a darle man forte intervenne anche Laocoonte, un sacerdote molto autorevole.
 O ciechi, o folli o sventurati! Volete proprio credere ai Greci? Davvero pensate che siano partiti? Pu essere che non conosciate ancora le frodi di Ulisse? Io temo i Danai anche quando portano doni!
 (Virgilio, Eneide II, 75 sgg.)
Detto ci, scagli violentemente una lancia, che and a conficcarsi nella pancia della statua. A quel gesto i Troiani levarono un boato assordante che copr le urla di terrore di Epeo. Subito dopo, per, si ud un rumore di catene: un gruppo di pastori stava trascinando Sinone, tutto sporco e malconcio.
O nostro illustre padrone, dissero rivolti a Priamo abbiamo trovato quest'uomo nascosto in una palude.  un prigioniero greco. Cosa vuoi che ne facciamo? Dacci il permesso di ucciderlo, se vuoi renderci felici.
Nossignore rispose Priamo aspettate! Prima vorrei interrogarlo. Chi sei, o straniero?
E Sinone il falso, cos come lo definisce Dante (Inferno XI, 98), cominci a dire tra i singhiozzi:
O nobile Signore, abbi piet di me: ti dir tutta la verit. La sorte mi ha reso infelice, ma non bugiardo. Il mio nome  Sinone, sono greco e perfino parente del perfido Ulisse.  lui, infatti, la causa delle mie sventure, ed  sempre lui che mi vuole vedere morto.
Perch mai? domand Priamo.
Perch conosco tutti i segreti che lo riguardano: sono l'unico a sapere cose che gli costerebbero una condanna a morte, e anche l'unico testimone dei suoi orrendi delitti! Il maledetto aveva anche trovato un modo per ammazzarmi senza sporcarsi le mani. Aveva convinto gli Achei a sacrificarmi agli Dei onde ottenere i venti favorevoli.
E come hai fatto a fuggire?
Gi mi avevano condotto all'altare del sacrificio, quando Borea cominci a soffiare una brezza tesa che faceva increspare appena le onde, l'ideale insomma per chi deve iniziare un viaggio. Tutti gli Achei, allora, corsero alle navi, e io ne approfittai per fuggire e nascondermi in un pantano. Stavo ancora l, tremante come una foglia, quando mi trovarono i tuoi uomini. Ora ti prego, magnanimo re, risparmia la vita a chi non ha meritato tutte queste sofferenze!
Non ti uccider, rispose Priamo, impietosito a patto che tu mi dica una cosa: a quale scopo gli Achei hanno costruito questo cavallo, e poi, perch mai di queste dimensioni?
 un dono votivo per rabbonire Atena, ancora irata con gli Achei a causa del furto del Palladio. I grandi capi lo hanno voluto cos alto solo per impedire che qualcuno potesse trascinarlo dentro le mura.
A quel punto Laocoonte non ce la fece pi: si mise a gridare come un ossesso che quell'uomo non aveva detto una sola parola degna di fede, e che l'ingresso del cavallo in citt avrebbe significato la totale distruzione di Troia. Sennonch, proprio mentre tentava di dissuadere Priamo, un prodigio agghiacciante si materializz davanti agli occhi di tutti:
 due immani serpenti arrivarono dal mare; (...) con il petto fendevano le onde, rizzandosi sull'acqua con tutta la testa orribile, cinta di creste insanguinate e aguzze. (...) Giunti a riva, gli occhi feroci e infuocati, (...) si diressero verso Laocoonte, e prima, avvinghiando le membra tenere dei suoi due giovani figli, ne fecero il loro crudele e pietoso pasto; poi si avventarono su di lui, accorso con la spada in aiuto dei figli, e, avvolgendogli strettamente le spire intorno al collo e al petto, lo soffocarono.
 (Virgilio, op. cit. II, 344 sgg.)
La tragedia di Laocoonte fu interpretata dai Troiani come un segnale della volont di Atena. Tutti allora gridarono che bisognava condurre il cavallo al tempio della Dea, e Priamo ordin di aprire una breccia nelle mura per farlo passare. Intorno al colosso fu allestito un solenne banchetto, e la serata trascorse in allegria, tra canti, balli e vino a fiumi.
Verso mezzanotte, quando i Troiani dormivano, Sinone si avvicin silenziosamente al cavallo, tolse i chiavistelli alla piccola porta, e fece uscire i guerrieri che stavano nascosti.
 Gli Achei si riversarono fuori dal ventre del cavallo aperto da Sinone e uccisero i soldati che stavano di guardia alle porte; poi lanciarono ai compagni il segnale di via libera e attesero il loro arrivo; infine espugnarono Troia.
 (Igino, Fabulae 108)
Fu una immensa carneficina: i soldati greci frugarono casa per casa, rubando tutto quello che trovarono di prezioso, uccidendo gli uomini e violentando le donne. Neottolemo prima trafisse Priamo, quindi uccise il figlioletto di Ettore, Astianatte, di appena due anni, scaraventandolo gi dalle mura. Tutta la citt fu data alle fiamme, e solo a quel punto i Troiani si resero conto della validit delle tremende profezie di Cassandra.
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FINE.